Blog di Krugman

É il momento del protezionismo? (dal blog di Krugman 9 marzo 2016)

 

A Protectionist Moment?

March 9, 2016 4:32 pm

Busy with real life, but yes, I know what happened in the primaries yesterday. Triumph for Trump, and big upset for Sanders — although it’s still very hard to see how he can catch Clinton. Anyway, a few thoughts, not about the horserace but about some deeper currents.

The Sanders win defied all the polls, and nobody really knows why. But a widespread guess is that his attacks on trade agreements resonated with a broader audience than his attacks on Wall Street; and this message was especially powerful in Michigan, the former auto superpower. And while I hate attempts to claim symmetry between the parties — Trump is trying to become America’s Mussolini, Sanders at worst America’s Michael Foot — Trump has been tilling some of the same ground. So here’s the question: is the backlash against globalization finally getting real political traction?

You do want to be careful about announcing a political moment, given how many such proclamations turn out to be ludicrous. Remember the libertarian moment? The reformocon moment? Still, a protectionist backlash, like an immigration backlash, is one of those things where the puzzle has been how long it was in coming. And maybe the time is now.

The truth is that if Sanders were to make it to the White House, he would find it very hard to do anything much about globalization — not because it’s technically or economically impossible, but because the moment he looked into actually tearing up existing trade agreements the diplomatic, foreign-policy costs would be overwhelmingly obvious. In this, as in many other things, Sanders currently benefits from the luxury of irresponsibility: he’s never been anywhere close to the levers of power, so he could take principled-sounding but arguably feckless stances in a way that Clinton couldn’t and can’t.

But it’s also true that much of the elite defense of globalization is basically dishonest: false claims of inevitability, scare tactics (protectionism causes depressions!), vastly exaggerated claims for the benefits of trade liberalization and the costs of protection, hand-waving away the large distributional effects that are what standard models actually predict. I hope, by the way, that I haven’t done any of that; I think I’ve always been clear that the gains from globalization aren’t all that (here’s a back-of-the-envelope on the gains from hyperglobalization — only part of which can be attributed to policy — that is less than 5 percent of world GDP over a generation); and I think I’ve never assumed away the income distribution effects.

Furthermore, as Mark Kleiman sagely observes, the conventional case for trade liberalization relies on the assertion that the government could redistribute income to ensure that everyone wins — but we now have an ideology utterly opposed to such redistribution in full control of one party, and with blocking power against anything but a minor move in that direction by the other.

So the elite case for ever-freer trade is largely a scam, which voters probably sense even if they don’t know exactly what form it’s taking.

Ripping up the trade agreements we already have would, again, be a mess, and I would say that Sanders is engaged in a bit of a scam himself in even hinting that he could do such a thing. Trump might actually do it, but only as part of a reign of destruction on many fronts.

But it is fair to say that the case for more trade agreements — including TPP, which hasn’t happened yet — is very, very weak. And if a progressive makes it to the White House, she should devote no political capital whatsoever to such things.

 

É il momento del protezionismo?

Ho il mio daffare con le cose quotidiane, ma sì, so quello che è successo nelle primarie di ieri. Trionfo per Trump, e grande ribaltamento a favore di Sanders – sebbene sia ancora molto difficile vedere come possa raggiungere la Clinton. In ogni modo, qualche riflessione, non sulla competizione serrata ma su qualche più profondo fenomeno in corso.

La vittoria di Sanders sfida tutti i sondaggi, e nessuno per la verità ne conosce i motivi. Ma una impressione generale è che i suoi attacchi sugli accordi commerciali abbiano trovato il favore di un pubblico più ampio dei suoi attacchi su Wall Street; e questo messaggio era particolarmente efficace in Michigan, una volta la superpotenza dell’auto. E mentre io odio i tentativi di sostenere una simmetria tra i Partiti – Trump sta cercando di diventare il Mussolini d’America, nel peggiore dei casi Sanders è il Michael Foot [1] d’America – Trump sta cercando di arare un po’ sullo stesso terreno. Ecco, dunque, la domanda: la reazione contro la globalizzazione sta finalmente ottenendo una qualche presa politica?

Nell’annunciare una fase della politica si deve essere scrupolosi, considerato quanti proclami si sono rivelati ridicoli. Vi ricordate il fenomeno ‘libertariano’ [2]? Vi ricordate il periodo della fortuna dei riformisti conservatori? Eppure, un contraccolpo protezionista, come un contraccolpo sull’immigrazione, è uno dei fenomeni per i quali il mistero è stato semmai il tempo che c’è voluto a entrare in scena. E forse adesso è il suo momento.

La verità è che se Sanders intendesse provarci alla Casa Bianca, troverebbe molto difficile fare qualcosa di rilevante sulla globalizzazione – non perché sia politicamente o economicamente possibile, ma perché nel momento in cui cercasse di liquidare gli accordi commerciali esistenti, i costi diplomatici e di politica estera sarebbero assolutamente evidenti. In questa, come in molto altre cose, Sanders attualmente si giova del lusso della irresponsabilità: egli non è mai stato in alcun modo vicino alle leve del potere, dunque ha potuto assumere posizioni che sembrano di buoni principi, per quanto verosimilmente inconcludenti, in modi nei quali la Clinton non ha potuto e non può fare.

Ma è anche vero che buona parte della difesa dei gruppi dirigenti della globalizzazione è fondamentalmente disonesta: falsi argomenti sulla sua inevitabilità (il protezionismo che provocherebbe le depressioni), tattiche allarmistiche, tesi ampiamente esagerate sui benefici della liberalizzazione del commercio e sui costi della protezione, ammiccando vagamente ad ampi effetti distributivi che in effetti sono quello che i normali modelli prevedono. Per inciso, spero di non aver fatto niente del genere; penso di esser stato sempre chiaro sul fatto che i vantaggi della globalizzazione non sono poi una cosa enorme [3] (ecco un calcolo su due piedi dei vantaggi della iperglobalizzazione – solo una parte dei quali può essere attribuita alla politica – che, nel corso di una generazione, è meno del 5 per cento del PIL mondiale); e penso di non aver mai presupposto effetti sulla distribuzione del reddito.

Inoltre, come Mark Kleiman osserva saggiamente, l’argomento tradizionale a favore della liberalizzazione commerciale si basa sull’assunto che il Governo potrebbe redistribuire il reddito per assicurare che tutti ci guadagnino – ma noi adesso abbiamo una ideologia completamente opposta che controlla pienamente uno dei due Partiti, con un potere di veto nei confronti di ogni iniziativa, se non insignificante, in quella direzione da parte dell’altro Partito.

Dunque, l’argomento delle classi dirigenti per un commercio sempre più libero è un gran parte un imbroglio, la qualcosa gli elettori probabilmente avvertono, anche se non sanno esattamente quale forma sta assumendo.

Stracciare gli accordi commerciali che già abbiamo sarebbe, anch’esso, un disastro, e direi che lo stesso Sanders si è un po’ assunto la responsabilità di un imbroglio, anche solo facendo cenno al fatto che potrebbe realizzare una cosa del genere. Effettivamente Trump potrebbe farlo, ma soltanto come un aspetto di uno scenario di sistema distruttivo su molti fronti.

Ma è giusto dire che gli argomenti per ulteriori accordi commerciali – incluso il Trans Pacific Partnership, che non si è ancora realizzato – sono davvero molto deboli. E se una progressista arrivasse alla Casa Bianca, ella [4] non dovrebbe spendere alcun capitale politico per qualsiasi cosa del genere.

 

[1] Michael Mackintosh Foot (Plymouth, 23 luglio 1913Londra, 3 marzo 2010) è stato un politico, giornalista e scrittore inglese, leader del Partito Laburista dal 1980 al 1983. ll Labour ottenne, alle elezioni generali del 1983 (trionfalmente vinte da Margaret Thatcher), il suo peggior risultato elettorale dalle elezioni generali del 1918. (Wikipedia)

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[2] Una corrente di idee della destra americana (vedi nelle note sulla traduzione il profilo della sua ispiratrice, Ayn Rand). Mi sembra improprio tradurlo con ‘libertario’, che nel linguaggio politico italiano ha tutt’altra storia.

[3] Krugman suggerisce nel testo inglese una connessione con il suo post del 1 ottobre 2013, dal titolo “I guadagni della globalizzazione (per esperti)”, qua tradotto.

[4] Il femminile indica che si tratta precisamente di un invito a Hillary Clinton a prendere le distanze dagli accordi commerciali sui quali si è impegnato Obama; cosa che del resto mi pare la Clinton abbia annunciato.

 

 

 

I repubblicani e le guerre commerciali (dal blog di Krugman, 6 marzo 2016)

marzo 10, 2016

 

Mar 6 1:31 pm

Republicans and Trade Wars

I’m not sure whether anyone but me cares about the Romney-Trump spat over trade policy; it’s much more interesting, for normal human beings anyway, to talk about the size of Trump’s, er, hands. For that matter, even Romney’s past relationship with Trump is notable mainly because racism and birtherism didn’t bother him back in the good old days. Still, the trade dispute is a revealing fight, on both sides.

Actually, a bit of background: establishment Republicans may talk free trade, but they are if anything more protectionist than Democrats in practice (although neither party is seriously protectionist these days.) Remember, it was Bush, not a Democrat, who imposed a WTO-illegal steel tariff, then had to back down in the face of European pressure. And going back, remember that Reagan, not Carter, imposed import quotas on Japanese cars.

The reason for this difference, I think, is twofold. First, Republicans are much less respectful of international obligations; it took a while for the Bushies to realize that trade rules apply to us, too, and that the EU is as big a trade superpower as we are. Second, there’s a level of cynicism, of willingness to play politics with foreign affairs, on one side that isn’t matched on the other.

Which brings me to the latest fight. Romney declares with horror that Trump would start a trade war. His economics is all wrong, which is the main thing; but it’s also worth noting that thee and a half years ago Romney himself argued for exactly the same policies Trump advocates now, blithely dismissing the dangers:

“I’ve watched year in and year out as companies have shut down and people have lost their jobs because China has not played by the same rules, in part by holding down artificially the value of their currency,” Mr. Romney said.

Asked about the possibility of a trade war at his debate with President Obama, Mr. Romney said one was already under way. “It’s a silent one, and they’re winning,” he said. “We can’t just surrender and lose jobs.”

Now, Romney could argue that the situation has changed — as it has since 2010, when I was arguing for the threat of countervailing duties. Back then China was in fact engaged in harmful currency manipulation; these days it’s bleeding reserves in the face of YUGE capital outflows (a trillion dollars last year!) that is, it’s intervening to prop the yuan up, not hold it down. But that’s not the case Romney is making.

So how do we score this debate? Four Pinnochios on each side. Romney talks nonsense economics, and condemns as terrible the very policies he himself called for not long ago. But Trump is stuck in a time warp, making arguments that had some force when China was booming but none in the current situation.

Sorry, but no winners here, just big losers. Sad.

 

I repubblicani e le guerre commerciali

Non sono sicuro se qualcuno, eccetto me, si occupi del battibecco tra Romney e Trump sulla politica del commercio; è molto più interessante, almeno per normali esseri umani, discutere, suppongo, delle dimensioni delle mani di Trump [1]. Se è per questo, persino la passata relazione di Romney con Trump è rilevante perché il razzismo ed il “nativismo” [2] non lo preoccupano di ritornare ai bei tempi andati. Eppure, la disputa sul commercio è uno scontro rivelatore, da entrambe le parti.

É utile un po’ di contesto: il gruppo dirigente repubblicano può parlare di libero commercio, ma se possibile, in pratica, essi sono più protezionisti dei democratici (sebbene nessun Partito sia seriamente protezionista, di questi tempi). Si ricordi, fu Bush, non un democratico, che impose una tariffa sull’acciaio illegale per il WTO, per poi tornare indietro dinanzi alla pressione europea. E andando ancora più indietro, si ricordi che fu Reagan, non Carter, che impose una quota sulle importazioni di macchine giapponesi.

La ragione di questa differenza, io penso sia duplice. In primo luogo, i repubblicani sono molto meno rispettosi degli obblighi internazionali; ci volle un po’ perché i Bush si rendessero conto che le regole commerciali si applicano anche a noi, e che l’Unione Europea è una superpotenza commerciale al pari nostro. In secondo luogo, c’è da una parte dello schieramento politico un livello di cinismo, di disponibilità a confondere gli interessi personali con la politica estera, che non eguaglia quello dell’altra parte.

La qualcosa mi porta all’ultimo scontro. Romney dichiara con ripugnanza che Trump darebbe il via ad una guerra commerciale. Il suo ragionamento economico è completamente sbagliato, e questa è la cosa principale; ma è anche degno di nota che tre [3] anni e mezzo fa Romney stesso si pronunciava per le stesse politiche che Trump sostiene oggi, spensieratamente non considerando i pericoli:

“Ho fatto attenzione a come, di anno in anno, società hanno chiuso i battenti e la gente ha perso il lavoro perché la Cina non è stata alle regole, in parte mantenendo artificialmente basso il valore della propria valuta”, ha detto il signor Romney.

…..

Alla domanda sulla possibilità di una guerra commerciale, nel suo dibattito con il Presidente Obama, il signor Romney ha detto che essa era già in corso. “E’ una guerra silenziosa, e la stanno vincendo loro”, ha detto. “Noi possiamo soltanto soccombere e perdere posti di lavoro”.

Ora, Romney potrebbe sostenere che la situazione è cambiata – come lo è a partire dal 2011, quando mi esprimevo a favore della minaccia di tasse di compensazione. A quei tempi la Cina era effettivamente impegnata in una dannosa manipolazione valutaria; di questi tempi essa sta subendo un salasso di riserve di fronte a enormi fuoriuscite di capitali (mille miliardi di dollari l’anno passato!); ovvero, sta intervenendo per elevare il valore dello Yuan, non per tenerlo basso. Ma non è questo l’argomento che Romney sta avanzando.

Dunque, quale punteggio dare a questo dibattito? Quattro Pinocchi per ciascuna parte. Romney dice economicamente cose senza senso, e condanna le stesse politiche che sosteneva sino a non molto tempo fa. Ma Trump è bloccato in una curvatura spazio-temporale, e avanza argomenti che avevano qualche ragione quando la Cina era in forte espansione, ma non nella situazione attuale.

Spiacente, ma qua non ci sono vincitori, solo chiari perdenti. Spiacevole.

 

[1] Nella polemica delle primarie repubblicane, pare che Rubio abbia anche fatto cenno al fatto che Trump ha le mani piccoline.

[2] Ovvero la polemica della destra contro Obama di qualche anno fa, secondo la quale non aveva diritto alla Presidenza perché non era nato negli USA ma in Kenya. Anche se i documenti mostravano che era nato alle Hawaii.

[3] Nel testo inglese del blog c’è un errore.

 

 

 

L’imbroglio di Kasich (5 marzo 2016)

marzo 9, 2016

 

Mar 5 10:35 am

The Kasich Con

At this point, according to Predictwise, John Kasich has the fourth-best chance of getting the Republican nomination. It’s not a big chance — 5 percent — but you can imagine a scenario in which the stop Trump forces produce a hung convention, and Kasich emerges as the supposedly reasonable candidate. So an advance warning: he’s a con artist too.

For one thing, he engages in his own form of ludicrous self-aggrandizement, claiming to have been the “architect” of the briefly balanced federal budget of the late Clinton years — which is sheer fantasy:

That’s only true if by “chief architect,” you mean that he voted against the two bills that did the most to get the government in the black, and sponsored one that sounded like it did a lot but actually didn’t.

But what provoked this post was his line, which he repeats often, about wanting to “Uberize” the federal government. Ask yourself: what is that supposed to mean?

Bear in mind that the federal government is best thought of as a giant insurance company with an army. Nondefense spending is dominated by Social Security, Medicare, Medicaid, and a few smaller social-insurance programs (now including the subsidies in the Affordable Care Act.) How, exactly, is an Uber-like model supposed to do anything to make that work better?

And don’t say it would remove the vast armies of bureaucrats. Administrative costs for those federal programs are actually quite low compared with the private sector, mainly because they’re not trying to deny coverage and don’t engage in competitive advertising.

If Kasich means anything, he means “privatize”, not Uberize — convert Social Security into a giant 401(k) plan, replace Medicare with vouchers. But that wouldn’t poll very well, would it?

The point is that Kasich is running on a false boast about his past and a nonsense slogan about the present. No, he’s not the grownup in the room.

 

L’imbroglio di Kasich

A questo punto, secondo Predictwise, John Kasich ha la quarta migliore possibilità di ottenere la nomination repubblicana. Non è una grande possibilità – il 5 per cento – ma si può immaginare uno scenario nel quale le forze che vogliono fermare Trump siano vita a una Convenzione “aperta” [1], e Kasich potrebbe affermarsi come il candidato ragionevole. Dunque, una messa in guardia preventiva: anche lui è un ‘genio dell’imbroglio’.

Da una parte, egli si produce nel suo proprio stile di auto esaltazione, sostenendo di essere stato “l’architetto” del bilancio federale per breve tempo in pareggio durante gli ultimi anni di Clinton – che è una pura fantasia:

“Quello è vero soltanto se per “principale architetto” si intende che egli votò contro le due proposte di legge che principalmente misero in Governo in attivo, ed aderì a quella che sembrò molto importante, ma in effetti non lo era [2]”.

Ma quello che ha provocato questo post è stata la sua frase, che ripete spesso, sulla sua intenzione di “uberizzare” il Governo Federale. Chiedetevi: che cosa si pensa possa significare?

Si tenga a mente che la migliore rappresentazione del Governo federale è quella che lo descrive come una gigantesca compagnia assicuratrice, provvista di un esercito. La spesa non militare è dominata dalla Previdenza Sociale, da Medicare, da Medicaid e da pochi programmi assicurativi più piccoli (inclusi, oggi, i sussidi della Legge per l’Assistenza Sostenibile). In che modo, precisamente, si pensa che un modello come quello di Uber svolga meglio tali funzioni?

E non si dica che ciò eliminerebbe fiumi di burocrati. I costi amministrativi per quei programmi federali sono per la verità abbastanza bassi a confronto con il settore privato, principalmente perché essi non si sforzano di rifiutare la copertura assistenziale, né si impegnano in campagne pubblicitarie.

Se Kasich intende qualcosa, egli vuol dire ‘privatizzare’, non ‘uberizzare’ – convertire la Previdenza Sociale in un gigantesco programma 410 (k) [3], rimpiazzare Medicare con il sistema dei voucher [4]. Ma non raccoglierebbe molti consensi, non è vero?

Il punto è che Kasich è in corsa sulla base di false vanterie sul suo passato e di slogan insensati sul presente. No, non è lui l’adulto della compagnia.

 

[1] “Hung Parliament” è un espressione inglese (letteralmente dovrebbe significare “Parlamento impiccato”) che indica la situazione nella quale in un Parlamento non esiste una maggioranza assoluta. Essa dunque deve essere trovata attraverso accordi di persone o di gruppi. Lo stesso varrebbe per la Convenzione repubblicana che chiuderà la fase delle primarie.

[2] La frase è riportata da un articolo apparso sul Washington Post.

[3] “410 (k)” è un codice della Agenzia delle Entrate americana, che indica un programma previdenziale nel quale i risparmi per le pensioni vengono pagati dai datori di lavoro – talora assieme a versamenti dei lavoratori – e dedotti prima della tassazione dal monte stipendi degli occupati.

[4] Che è la proposta ufficiale dei repubblicani per smantellare il programma federale di assistenza pe gli anziani.

 

 

 

L’errore di Mitt e di Hawley (4 marzo 2016)

marzo 7, 2016

 

Mar 4 9:32 am

The Mitt-Hawley Fallacy

There was so much wrong with Mitt Romney’s Trump-is-a-disaster-whom-I-will-support-in-the-general speech that it may seem odd to call him out for bad international macroeconomics. But this is a pet peeve of mine, in an area where I really, truly know what I’m talking about. So here goes.

In warning about Trumponomics, Romney declared

If Donald Trump’s plans were ever implemented, the country would sink into prolonged recession. A few examples. His proposed 35 percent tariff-like penalties would instigate a trade war and that would raise prices for consumers, kill our export jobs and lead entrepreneurs and businesses of all stripes to flee America.

After all, doesn’t everyone know that protectionism causes recessions? Actually, no. There are reasons to be against protectionism, but that’s not one of them.

Think about the arithmetic (which has a well-known liberal bias). Total final spending on domestically produced goods and services is

Total domestic spending + Exports – Imports = GDP

Now suppose we have a trade war. This will cut exports, which other things equal depresses the economy. But it will also cut imports, which other things equal is expansionary. For the world as a whole, the cuts in exports and imports will by definition be equal, so as far as world demand is concerned, trade wars are a wash.

OK, I’m sure some people will start shouting “Krugman says protectionism does no harm.” But no: protectionism in general should reduce efficiency, and hence the economy’s potential output. But that’s not at all the same as saying that it causes recessions.

But didn’t the Smoot-Hawley tariff cause the Great Depression? No. There’s no evidence at all that it did. Yes, trade fell a lot between 1929 and 1933, but that was almost entirely a consequence of the Depression, not a cause. (Trade actually fell faster during the early stages of the 2008 Great Recession than it did after 1929.) And while trade barriers were higher in the 1930s than before, this was partly a response to the Depression, partly a consequence of deflation, which made specific tariffs (i.e., tariffs that are stated in dollars per unit, not as a percentage of value) loom larger.

Again, not the thing most people will remember about Romney’s speech. But, you know, protectionism was the only reason he gave for believing that Trump would cause a recession, which I think is kind of telling: the GOP’s supposedly well-informed, responsible adult, trying to save the party, can’t get basic economics right at the one place where economics is central to his argument.

 

L’errore di Mitt e di Hawley [1]

C’era talmente tanto di sbagliato nel discorso di Mitt Romney “Trump-è-un-disastro-che- avrà-il-mio-sostegno-nelle-elezioni-generali”, che può sembrare curioso obiettargli una tesi scorretta dal punto di vista della macroeconomia internazionale. Ma si tratta di una delle mie piccole fissazioni, in una materia nella quale io so per davvero di cosa sto parlando. Ecco dunque di cosa si tratta.

Nel mettere in guardia sulla economia di Trump, Romney ha dichiarato:

“Se fossero mai messi in atto i programmi di Trump, il paese sprofonderebbe in una prolungata recessione. Pochi esempi. La sua proposta di penali sulle tariffe doganali del 35 per cento aumenterebbe i prezzi per i consumatori, distruggerebbe i nostri posti di lavoro nelle esportazioni e porterebbe gli imprenditori e le imprese di tutti i generi a scappare dall’America.”

In fondo, non sanno tutti che il protezionismo provoca le recessioni? Per la verità no. Ci sono ragioni per essere contro il protezionismo, ma quella non è una di esse.

Si pensi alla aritmetica (che ha ben note simpatie progressiste). La spesa totale finale sui beni ed i servizi prodotti all’interno è:

Spesa interna totale + esportazioni – importazioni = PIL

Supponiamo adesso di avere una guerra commerciale. Ci sarà un taglio alle esportazioni, che a parità degli altri fattori deprimerà l’economia. Ma ci sarà anche un taglio alle importazioni, che a parità degli altri fattori sarà espansivo. Per il mondo nel suo complesso, i tagli alle esportazioni ed alle importazioni saranno per definizione uguali, dunque per quello che riguarda la domanda mondiale, le guerre commerciali finiscono in parità.

Va bene, sono sicuro che qualcuno comincerà a strepitare: “Krugman dice che il protezionismo non fa danni”. Ma non è così: in generale il protezionismo dovrebbe ridurre l’efficienza, e di conseguenza la produzione potenziale dell’economia. Ma questo non è affatto lo stesso che dire che esso provoca recessioni.

Ma non fu la tariffa Smoot-Hawley a provocare la Grande Depressione? No. Non ci sono affatto prove che lo fece. É vero, il commercio cadde molto tra il 1929 ed il 1933, ma quella fu quasi interamente una conseguenza della Depressione, non la causa (in effetti, in commercio cadde più velocemente durante le prime fasi della Grande Recessione del 2008 che non dopo il 1929). E se le barriere commerciali erano più elevate negli anni ’30 che non in precedenza, questa fu in parte una risposta alla Depressione, in parte una conseguenza della deflazione, che portò alla imposizione di più ampie tariffe speciali (ad esempio, le tariffe che furono stabilite in dollari per unità di prodotto, anziché come percentuale di valore).

Di nuovo, non la cosa che la maggioranza delle persone ricorderanno del discorso di Romney. Ma, sapete, il protezionismo era l’unica ragione che egli forniva per convincersi che Trump provocherebbe una recessione, la qualcosa io penso sia a suo modo rivelatrice: il responsabile e si suppone ben informato adulto del Partito Repubblicano, nel tentativo di salvare il Partito, non può mostrare di far propria l’economia di base, neanche nell’unico posto nel quale l’economia è centrale per la sua tesi.

 

 

[1] Mitt, ovviamente, è Romney, per l’attacco che ha rivolto a Trump in questi giorni. Willis C. Hawley fu il componente della Camera dei Rappresentanti che, assieme al Senatore Reed Smoot, sottoscrisse il passaggio in legge della proposta di nuove tariffe doganali, che furono elevate nel 1930 per ben 20.000 beni di importazione. Hawley, che era il repubblicano, è quello a sinistra:

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L’Europa ristagna (dal blog di Krugman, 1 marzo 2016)

marzo 7, 2016

 

Mar 1 8:16 am

Europe Stalls

I’ve been saying for a while that Europe and the US are locked in an intense competition, to see which of these huge, powerful, rich, sophisticated societies could screw up most. For a long time Europe seemed to be winning that competition, but recently the “deep bench” GOP has given America a big boost.

Still, Europe is by no means out of the running. It has been hard even for rootless cosmopolitans like me to focus on their woes while we have our local freak show, but things are going amazingly wrong over there. The refugee crisis tops the list, probably followed by the risk of Brexit. But the good old economic woes of the eurozone are still there.

There was a bit of a false dawn there, as overall growth finally returned in 2014-2015, and the risk of deflation seemed to recede. But in my inbox this morning, Eurointelligence points out that core inflation seems firmly stuck below one percent, and Gavyn Davies reports that “nowcasting” shows a sharp slowdown.

What’s going on? Basically, “morning in euroland” — such as it was — reflected one-time developments that are now in the rear-view mirror.

First, there was the stabilization of financial markets after Draghi’s “whatever it takes”.

Then there was the end of ever-intensifying austerity, removing a big drag on growth:

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Finally, there was a boost from the weakening of the euro (which I would attribute to market perception that Europe will stay weak indefinitely):

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All that is now past, so Europe can return to its normal state, which sure looks like secular stagnation.

 

L’Europa ristagna

É un po’ che sto dicendo che l’Europa e gli Stati Uniti sono bloccati in una vivace competizione, per stabilire quale di queste due potenti, ricche e sofisticate società potrà mandare maggiormente tutto a rotoli. Per lungo tempo è sembrato che l’Europa stesse vincendo quella competizione, ma di recente “l’ampia panchina” [1] del Partito Repubblicano ha dato all’America una bella spinta.

Eppure, l’Europa non è affatto fuori dalla competizione. É stato duro persino per cosmopoliti senza radici come me mettere a fuoco i loro guai nel mentre noi abbiamo in corso la nostra singolare competizione locale, ma le cose stanno andando a casa loro in modo sorprendentemente negativo. La crisi dei rifugiati è in cima alla lista, probabilmente seguita dal rischio della Brexit. Ma i tradizionali guai economici dell’eurozona sono ancora lì.

C’è stato un cenno di falsa aurora, con il ritorno di una crescita complessiva che alla fine è apparso nel 2014-2015, e con il rischio di deflazione che è parso allontanarsi. Ma nella mia corrispondenza elettronica di stamane, Eurointelligence mette in evidenza che l’inflazione sostanziale [2] sembra stabilmente bloccata al di sotto dell’1 per cento, e Gavyn Davies segnala che le “previsioni a breve scadenza” mostrano un brusco rallentamento.

Cosa sta accadendo? Fondamentalmente, il “buongiorno in Eurolandia” [3] – per quello che era – rifletteva sviluppi irripetibili che oggi sono rimasti nello specchietto retrovisore.

Prima di tutto, ci fu la stabilizzazione dei mercati finanziari dopo il “tutto quello che serve” di Draghi.

Poi c’è stata la fine di una austerità in continua crescita, che ha rimosso un grande prelievo sulla crescita:

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[4]

Infine, c’è stato un incoraggiamento che è derivato dall’indebolimento dell’euro (che io attribuirei alla percezione del mercato di una permanente debolezza dell’Europa):

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[5]

Tutto questo è alle spalle, dunque l’Europa può tornare alla sia condizione normale, che sembra proprio quella della stagnazione secolare.

 

 

[1] É un termine che di recente è stato usato per indicare il fatto che tra i repubblicani ci siano molti candidati in competizione (probabilmente per sottolineare il contrasto con la ‘partita a due’ dei democratici).

[2] Ovvero, al netto dei prezzi più volatili, compreso quello dell’energia.

[3] Ovvero, il periodo di ottimismo. L’espressione deriva dall’analogo “morning in America” che, ai tempi di Reagan, fu il titolo di una sua presenza radiofonica quotidiana, che ebbe molta fortuna.

[4] La tabella mostra nell’area euro dell’equilibrio strutturale del bilancio. La sua crescita indica il rafforzamento delle politiche dell’austerità che, come si nota, è stato brusco dal 2010 al 2013, e almeno non è ulteriormente cresciuto successivamente.

[5] La tabella indica l’andamento effettivo generale del tasso di cambio per l’eurozona.

 

 

 

Classi e partiti (29 febbraio 2016)

marzo 3, 2016

 

Feb 29 12:36 pm

Partisan Classiness

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Many people in the commentariat are utterly committed to the view that the two major parties are mirror images of each other, despite vast evidence to the contrary. But until Harry Enten directed me to this interesting paper by Grossman and Hopkins, I hadn’t really registered the extent to which the same assumption of symmetry is often made by political scientists. What Grossman and Hopkins do is try to document the very real differences in the two parties’ structure — not in terms of value judgments, but in terms of how they work:

Scholars commonly assume that the American left and right are configured as mirror images to each other, but in fact the two sides exhibit important and underappreciated differences. We argue that the Republican Party is the agent of an ideological movement, while the Democratic Party is best understood as a coalition of social groups.

The next question, which they really don’t answer, is why. And I find myself thinking about Karl Marx.

I don’t know how many people read Capital these days, and to be honest I don’t recommend it unless you’re a historian of some kind. But I’ve always been struck by the very last chapter, which takes on the issue of class. Marx declares that workers, capitalists, and landowners are the three great classes, and that they are so defined in part by shared economic interests. But he identifies a problem:

However, from this standpoint, physicians and officials, e.g., would also constitute two classes, for they belong to two distinct social groups, the members of each of these groups receiving their revenue from one and the same source. The same would also be true of the infinite fragmentation of interest and rank into which the division of social labour splits labourers as well as capitalists and landlords-the latter, e.g., into owners of vineyards, farm owners, owners of forests, mine owners and owners of fisheries.

So, why aren’t physicians and officials, vineyard owners and mine owners, different classes given the divergence of at least some of their interests? We turn back to the book for the explanation, and find:

[Here the manuscript breaks off.]

Oops.

What does this have to do with partisan asymmetry? Well, the Democratic Party looks kind of like the class system Marx said was wrong, without ever getting around to telling us why. It’s a coalition of teachers’ unions, trial lawyers, birth control advocates, wonkish (not, not “monkish” — down, spell check, down!) economists, etc., often finding common ground but by no means guaranteed to fall in line. The Republican Party, on the other hand, has generally been monolithic, with an orthodoxy nobody dares question. Or at least nobody until you-know-who, which is why the establishment keeps imagining that “But he’s not a true conservative!” can make the nightmare go away.

So why are the parties so different? Well, the answer is

[Here the manuscript breaks off.]

OK, not really. But it is a puzzle. I do think that wingnut welfare is part of the story. But there has to be more.

Any suggestions from real political scientists would be especially welcome.

 

 

 

 

 

 

Classi e partiti

Molte persone nell’ambiente dei commentatori della politica sono completamente sbilanciate nell’opinione che i due partiti siano le immagini speculari l’uno dell’altro, nonostante ampie testimonianze contrarie. Ma finché Harry Enten non mi ha indirizzato a questo interessante studio di Grossman e Hopkins, non mi ero realmente reso conto della misura nella quale lo stesso assunto della simmetria viene spesso fatto proprio dai politologi. Quello che Grossman e Hopkins fanno è cercare di documentare le differenze indiscutibili nella struttura dei due partiti – non in termini di giudizi di valore ma dei modi nei quali essi operano:

“Gli studiosi assumono comunemente che la destra e la sinistra americana si configurano come immagini speculari l’una verso l’altra, ma di fatto i due schieramenti mettono in evidenza differenze importanti e sottovalutate. Noi sosteniamo che il Partito Repubblicano è l’agente di un movimento ideologico, mentre il Partito Democratico è meglio definibile come una coalizione di gruppi sociali”.

La domanda successiva, alla quale in realtà essi non rispondono, è perché. E mi sono ritrovato a riflettere su Karl Marx.

Non so quante persone leggono Il Capitale di questi tempi, e onestamente non è una lettura che raccomando, a meno che non siate in qualche modo degli storici. Ma sono sempre rimasto colpito dall’ultimissimo capitolo, che affronta il tema delle classi. Marx dichiara che i lavoratori, i capitalisti ed i proprietari terrieri sono le tre grandi classi, e che esse sono definite in tal modo in parte per gli interessi economici condivisi. Ma egli identifica un problema:

“Tuttavia, da questo punti di vista, anche i dottori e i funzionari, ad esempio, costituirebbero due classi, giacché fanno parte di due gruppi distinti, che ricevono i loro redditi dalla stessa unica fonte. Lo stesso sarebbe vero per l’infinita frammentazione di interessi e ceti sociali nella quale la divisione sociale del lavoro suddivide i lavoratori come i capitalisti ed i proprietari terrieri – questi ultimi, ad esempio, in proprietari di vigne, di fattorie, di foreste, di miniere e di allevamenti di pesce.”

Dunque, perché i medici ed i funzionari, i proprietari di vigne e di miniere, non sono classi differenti, data la divergenza di almeno alcuni loro interessi? Torniamo al libro per la spiegazione, e troviamo:

 

[qua il manoscritto si interrompe.]

 

Ohibò!

Cosa ha a che fare questo con le asimmetrie dei Partiti? Ebbene, il Partito Democratico assomiglia ad una specie di sistema di classi che Marx diceva essere scorretto, senza mai trovare il tempo di spiegarci il perché. É una coalizione di insegnanti, di avvocati di tribunali, di sostenitori del controllo delle nascite, di economisti wonkish (no, non “monkish” – suvvia, controllate l’ortografia! [1]), che spesso cercano un terreno comune ma non è in alcun modo garantito che obbediscano. Il Partito Repubblicano, d’altra parte, generalmente è stato monolitico, con un ortodossia che nessuna osa mettere in dubbio. O almeno nessuno sino a voi-sapete-chi [2], che è la ragione per la quale il gruppo dirigente continua ad immaginarsi che dire “Ma lui non è un vero conservatore!” possa scacciare l’incubo.

Perché, dunque, i partiti sono così diversi? Ebbene, la risposta è:

 

[qua il manoscritto si interrompe.]

 

Ebbene, non proprio così. Ma è un mistero. Io penso per davvero che gli interessi connessi con le carriere siano un pezzo della storia. Ma ci deve essere altro.

Ogni suggerimento da parte dei veri scienziati della politica sarebbe particolarmente gradito.

 

[1] “Wonkish” (termine che Krugman usa di frequente) sta per studiosi, esperti, sgobboni; mentre “monkish” sta per monaci, monacali ….

[2] Trump.

 

 

 

Cosa è successo alla Grande Divergenza (dal blog di Krugman, 28 febbraio 2016)

marzo 3, 2016

 

Feb 28 10:33 am

What Happened to the Great Divergence?

That’s the title of a very interesting speech by Lael Brainard of the Fed, who has been warning for a while that international finance — in particular, the importation of overseas weakness via the strong dollar — made the case for rate hikes very dubious. Now she expands on that theme:

Beginning in 2014, we saw confident predictions of a coming strong divergence in monetary policy among the major economies. To date, there has been less policy divergence in reality than had been predicted. This observation raises the question of whether there may be limits on policy divergence in current circumstances. Such limits might reflect common forces buffeting economies around the world or the powerful transmission of shocks across borders through exchange rate and other financial channels that may have the effect of front-running monetary policy adjustments in the vicinity of the zero lower bound. Put differently, predictions that U.S. monetary policy would chart a notably divergent path have been tempered by powerful crosscurrents from abroad.

As I understand Lael’s argument, it’s fairly close to what I was saying a year ago:

Not to keep you in suspense, here’s the punchline: the US economy reaps the bulk of the gains from rising demand relative to other countries if and only if that relative rise is perceived by markets as temporary. If it’s seen as permanent – if, say, investors see strong US demand but Europe stuck in secular stagnation – we should expect a strong dollar to undo a lot of the gains.

In a world still awash in desired savings with no place to go, it’s really, really hard for any one economy to boom while the rest remain in stagnation.

 

Cosa è successo alla Grande Divergenza

É questo il titolo di un interessante discorso di Lael Brainard della Fed, che per un certo periodo aveva messo in guardia che la finanza internazionale – in particolare l’importazione della debolezza estera per il tramite del dollaro forte – rendeva molto dubbio l’argomento del rialzo del tassi. Ora ella va oltre su quel tema:

“A cominciare dal 2014, osservammo previsioni convinte di una forte divergenza nella politica monetaria tra le economie principali. Ad oggi, c’è stata in realtà meno divergenza nella politica di quello che era stato previsto. Questa osservazione solleva la domanda se nelle attuali circostanze ci possano essere limiti nella divergenza delle politiche. Tali limiti potrebbero riflettere forze ordinarie che colpiscono le economie in tutto il mondo oppure la trasmissione potente di traumi che transitano i confini attraverso il tasso di cambio ed altri canali finanziari che possono avere l’effetto di correzioni sulla politica monetaria prevalente, in prossimità del limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse). Per dirla diversamente, le previsioni secondo le quali la politica monetaria degli Stati Uniti avrebbe registrato un percorso notevolmente diverso, sono state mitigate da potenti controtendenze dall’estero.

Per come capisco, l’argomento della Lael è abbastanza vicino a quello che dissi un anno fa:

“Per non tenervi in suspense, ecco la battuta finale: l’economia statunitense raccoglie il grosso dei vantaggi dalla crescita della domanda in relazione ad altri paesi se e soltanto se quella crescita relativa è percepita dai mercati come temporanea. Se essa è vista come permanente – se, ad esempio, gli investitori percepiscono la forte domanda statunitense ma l’Europa sembra loro bloccata nella stagnazione secolare – ci dovremmo aspettare che un dollaro forte disfaccia molti di quei vantaggi.”

In un mondo ancora inondato di risparmi attesi che non hanno un posto dove andare, è davvero molto difficile per ciascuna economia espandersi, mentre il resto del mondo resta nella stagnazione.

 

 

 

Gli argomenti a favore dell’investimento pubblico (dal blog di Krugman, 27 febbraio 2016)

marzo 2, 2016

 

The Cases for Public Investment

February 27, 2016 11:10 am

One of the annoying aspects of the Sanders/Friedman flap was the assumption of many Sanders supporters that anyone who doesn’t accept extravagant economic projections is against a big program of public investment. Actually, it was destructive as well as annoying; aside from being an insult to progressive economists who believe in infrastructure but also believe in arithmetic, it created at least the possibility that other people would take the crash-and-burn of a particular piece of analysis as evidence that the whole case for spending more is wrong.

So let’s talk about the cases for a lot more public investment right now. Yes, cases, plural. There are at least three reasons to conclude that we should be spending much more than we are.

The first case is simply that America has an obvious infrastructure deficit, and that it has never been cheaper to address that deficit. Government borrowing costs are at record lows; markets are in effect pleading with the government to borrow and spend. So why not do it? It’s completely crazy that public construction as a percentage of GDP has declined to record lows even as interest rates have done the same:

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The second case is a bit, but only a bit, harder: we are still in or near a liquidity trap, a situation in which cutting interest rates as far as possible isn’t enough to restore full employment.

The standard analysis looks something like this:

zz 121

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

By the “natural” rate of interest I mean the short-term rate set by the Fed that would produce full employment. In the aftermath of a financial crisis, with a big private-sector debt overhang, it’s possible — and has turned out in fact — that this rate becomes negative for an extended period (and no, the possibility of slightly sub-zero interest rates doesn’t significantly change the picture.)

What this means, in turn, is an extended period during which conventional monetary policy can’t restore full employment; and while unconventional monetary policy can and should be tried,one thing that we know works is increased public spending. So there’s an overwhelming case for a burst of spending while we’re in the trap. That spending can be withdrawn later on without hurting employment, because once you’re out of the liquidity trap the Fed can offset the contractionary effects of a fiscal tightening by holding off on the monetary tightening it would otherwise have pursued.

This is why Keynes declared that “The boom, not the slump, is the right time for austerity.”

You might ask, but are we still in that condition, given that the Fed has started to raise rates? Well, it shouldn’t have — it shouldn’t be raising rates until it sees the whites of inflation’s eyes. And it would take only a modest shock to push us well into negative-natural-rate territory again. Put it this way: the asymmetric-risks story many of us have been using to argue against rate hikes is also a reason to consider increased public investment a valuable insurance policy, giving the economy headroom that might turn out to be crucial if anything goes wrong.

What about the possibility that the natural rate will stay negative for a very long time, maybe even forever? That’s the secular stagnation hypothesis, and needs a longer discussion than I have time for this morning. But suffice it say that the case for more public spending remains very strong.

Finally, there’s hysteresis: the proposition that demand-side weakness now breeds supply-side weakness later, so that there are big payoffs to boosting the economy through public spending. There’s now a lot of evidence for that proposition, with my only worry being that potential output isn’t an actual number, just an estimate that may tell us more about the dreary minds of international agencies than about real supply-side effects. More on that soon too. But it’s a further reason to spend more now, and to worry even less about any debt that we run up at today’s low, low rates.

The point is that perfectly standard, mainstream economics makes a powerful case for (much) more infrastructure spending. And this needs to be said often.

 

Gli argomenti a favore dell’investimento pubblico

Uno degli aspetti più irritanti del trambusto su Sanders/Friedman è stato l’assunto di molti dei sostenitori di Sanders secondo il quale chi non accetta stravaganti proiezioni economiche sarebbe contro un programma di investimenti pubblici. Per la verità, è stato distruttivo oltre che irritante; a parte l’insulto verso economisti progressisti che credono nelle infrastrutture ma credono anche nella matematica, esso ha creato almeno la possibilità che altra gente utilizzasse l’esito disastroso di un particolare pezzo di analisi come la prova che tutta la argomentazione per la spesa pubblica sia sbagliata.

Parliamo adesso dunque degli argomenti a favore di maggiori investimenti pubblici. Sì, argomenti, al plurale. Ci sono almeno tre ragioni per concludere che dovremmo spendere molto di più di quello che facciamo.

Il primo argomento è semplicemente che l’America ha un evidente deficit di infrastrutture, e che non è mai stato più conveniente affrontare tale deficit. I costi dell’indebitamento pubblico sono ai minimi storici; i mercati in effetti stanno implorando che il Governo si indebiti e spenda. Dunque, perché non farlo? É del tutto pazzesco che l’edilizia pubblica come percentuale del PIL sia scesa ai minimi storici, persino quando i tassi di interesse hanno fatto lo stesso:

zz 120

 

 

 

 

 

[1]

Il secondo argomento è un po’, ma solo un po’, più difficile: siamo ancora in una trappola di liquidità, una situazione nella quale tagliare i tassi di interesse nella misura possibile non è sufficiente a ripristinare la piena occupazione.

L’analisi consueta assomiglia a questo grafico:

zz 121

 

 

 

 

 

 

 

 

[2]

Per “tasso naturale di interesse” io intendo il tasso a breve termine fissato dalla Fed che dovrebbe produrre piena occupazione. A seguito di un a crisi finanziaria, con un eccesso di debito del settore privato, è possibile – e si è dimostrato tale nei fatti – che questo tasso divenga negativo per un tempo prolungato (e la possibilità di tassi di interesse inferiori allo zero non cambia il quadro in modo significativo).

Quello che ciò significa, a sua volta, è un esteso periodo durante il quale la politica monetaria convenzionale non può ripristinare la piena occupazione, e mentre si può e si dovrebbe provare una politica monetaria non convenzionale, una cosa che sappiamo funziona è l’aumento della spesa pubblica. Quella spesa può essere rimossa successivamente senza colpire l’occupazione, giacché una volta che si è fuori dalla trappola di liquidità la Fed può bilanciare gli effetti restrittivi di un contenimento della spesa pubblica, astenendosi dalla restrizione monetaria che altrimenti avrebbe perseguito.

Questa è la ragione per la quale Keynes dichiarò che: “L’espansione, non la recessione, è il tempo giusto per l’austerità”.

Potreste chiedervi: ma noi siamo ancora in quella condizione, considerato che la Fed ha cominciato ad alzare i tassi? Ebbene, non avrebbe dovuto – non avrebbe dovuto innalzare i tassi finché non vedeva l’inflazione nelle palle degli occhi [3]. E avrebbe provocato soltanto una modesta impressione spingerci ancora in un chiaro territorio negativo del tasso di interesse naturale. Si può mettere in questo modo: la storia dei rischi asimmetrici che molti di noi hanno utilizzato per opporsi al rialzo dei tassi è anche una ragione per considerare l’incremento dell’investimento pubblico come una apprezzabile politica di sicurezza, dando all’economia quel margine che potrebbe risultare cruciale se qualcosa andasse storto.

Che dire della possibilità che il tasso naturale resti negativo per un tempo molto lungo, forse persino per sempre? Questa è l’ipotesi della stagnazione secolare, e richiederebbe un dibattito più ampio rispetto al tempo che ho stamani. Ma è sufficiente dire che l’argomento per una maggiore spesa pubblica resta molto forte.

Infine, c’è la questione dell’isteresi: il concetto secondo il quale una debolezza dal lato della domanda oggi produce una debolezza dal lato dell’offerta successivamente [4], cosicché ci sono grandi vantaggi nell’incoraggiare l’economia attraverso la spesa pubblica. Ci sono oggi una grande quantità di testimonianze di questo concetto, la mia sola preoccupazione è che la produzione potenziale non è un dato effettivo, è solo una stima che può dirci di più sulle tetre mentalità delle agenzie internazionali che non sui veri effetti dal lato dell’offerta. Tornerò presto anche su questo aspetto. Ma essa è una ragione in più per spendere maggiormente oggi, e per preoccuparci ancora di meno per qualsiasi debito che si assume a bassissimi tassi odierni.

Il punto è che una normale economia convenzionale sostiene con energia l’argomento di una (molto) maggiore spesa in infrastrutture. E questo occorre che sia ripetuto spesso.

 

 

 

[1] La linea blu indica l’andamento della spesa pubblica nel settore delle costruzioni, in percentuale sul PIL; la linea rossa indica l’andamento dei tassi nei buoni trentennali del Tesoro statunitense. Come si nota, la spesa per i lavori pubblici ha conosciuto una crescita a partire dal 2005, ed è particolarmente salita durante gli anni della crisi finanziaria, probabilmente anche in conseguenza delle misure di sostegno introdotte nel 2009 da Obama. Come si nota, esse ebbero una duranta molto limitata; di fatto, il livello della spesa nel settore è arrivato al punto più basso dell’ultimo ventennio.  

[2] L’asse verticale indica il tasso naturale di interesse, quello orizzontale il tempo. Il periodo entro la parentesi graffa indica la durata della trappola di liquidità; la linea che risale, dopo essere caduta nel periodo precedente, indica il “tragitto in assenza di misure di sostegno”.

[3] La frase idiomatica inglese (pare sia stata usata da un ufficiale britannico per la prima volta nel 1807, per rendere chiaro l’ordine che veniva dato alla cavalleria di cominciare a sparare solo quando si arrivava vicinissimi al nemico) letteralmente dice “vedere il bianco negli occhi di un altro”. Il significato è identico, cambia quello che si osserva negli occhi altrui.

[4] L’isteresi è la caratteristica di un sistema di reagire in ritardo alle sollecitazioni applicate e in dipendenza dello stato precedente. Il termine, derivante dal greco ὑστέρησις (hystéresis, “ritardo”), fu introdotto nel senso moderno da James Alfred Ewing nel 1890, ed è usato in generale nella teoria dei sistemi dinamici, quindi non solo in fisica, ma anche in biologia ed economia. (Wikipedia)

In questo caso, l’isteresi comporta che un sofferenza dal lato della domanda indebolisce anche oltre la crisi l’offerta, ovvero la capacità produttiva di un paese. Alla fine, il differenziale di produzione rispetto alla situazione precedente alla crisi da domanda, risulta maggiore e si manifesta in tempi prolungati, quando non proprio definitivi.

 

 

 

Romer e Romer su Friedman (dal blog di Krugman, 26 febbraio 2016)

febbraio 28, 2016

 

Romer and Romer on Friedman

February 26, 2016 9:20 am

Christina Romer and David Romer respond to criticisms that mainstream progressive economists attacked the Gerald Friedman analysis of the Sanders plan without going into the details by going over the analysis with a fine-toothed comb. It makes painful reading.

The main points are things I was aware of — especially the second point — but are now laid out in full:

Unfortunately, careful examination of Friedman’s work confirms the old adage, “if something seems too good to be true, it probably is.” We identify three fundamental problems in Friedman’s analysis.

  • First, all the effects of Senator Sanders’s policies that he identifies are assumed to come through their impact on demand. However, his estimates of those demand effects are far too large to be credible—even given Friedman’s own assumptions.
  • Second, in assuming that demand stimulus can raise output 37% over the next 10 years relative to the Congressional Budget Office’s baseline forecast, Friedman is implicitly assuming that the U.S. economy is (and will continue to be for a long time) dramatically below its productive capacity. However, while some output gap likely still exists, the plausible range for the output gap is much too small to accommodate demand effects nearly as large as Friedman finds. As a result, capacity constraints would likely lead to inflation and the Federal Reserve raising interest rates long before such high growth rates were realized.
  • Third, a realistic examination of the impact of the Sanders policies on the economy’s productive capacity suggests those effects are likely to be small at best, and possibly even negative.

But it gets worse. For example,

Thus, Friedman’s figures for the effect of additional government spending exceed conventional ones by at least a factor of four. He offers no evidence for such effects. Indeed, his estimates appear inconsistent with his own assumptions: he assumes that rise in government spending of $1 would typically raise real output by slightly less than a dollar (Friedman, p. 47).

We have a conjecture about how Friedman may have incorrectly found such large effects. Suppose one is considering a permanent increase in government spending of 1% of GDP, and suppose one assumes that government spending raises output one-for-one. Then one might be tempted to think that the program would raise output growth each year by a percentage point, and so raise the level of output after a decade by about 10%. In fact, however, in this scenario there is no additional stimulus after the first year. As a result, each year the spending would raise the level of output by 1% relative to what it would have been otherwise, and so the impact on the level of output after a decade would be only 1%.

Oh, dear.

I have no beef with Mr. Friedman; the campaign staff who evidently had no idea that the numbers were wildly implausible, and responded to criticism by attacking the critics’ motives, are another matter. But I hope we can now stop talking about this.

Two parting observations, however:

First, aren’t you glad not to see a candidate leading with his chin this way in the general election?

Second, this is an object lesson in the dangers of believing something because it’s what you want to hear. And that’s a lesson that applies to a lot more than economic growth projections.

 

Romer e Romer su Friedman

Christina Romer e David Romer [1] rispondono alle critiche secondo le quali i principali economisti progressisti avrebbero attaccato l’analisi del programma di Sanders da parte di Gerald Friedman senza entrare nei dettagli, questa volta passandoci sopra come con un pettine a denti fitti. Ciò rende la lettura penosa.

Gli aspetti principali sono cose delle quali ero consapevole – specialmente il secondo – ma che ora sono state messe sul tavole per intero:

“Sfortunatamente, l’esame scrupoloso del lavoro di Friedman conferma il vecchio adagio, ‘se qualcosa sembra troppo bello per essere vero, probabilmente lo è’. Nella analisi di Friedman noi identifichiamo tre problemi fondamentali:

-Anzitutto, egli assume che tutti gli effetti delle politiche del Senatore Sanders che egli identifica derivino dal loro impatto sulla domanda. Tuttavia, le sue stime di quegli effetti sulla domanda sono troppo ampie per essere credibili – persino sulla base degli stessi assunti di Friedman.

-In secondo luogo, ipotizzando che lo stimolo alla domanda possa elevare la produzione del 37% nei prossimi dieci anni, in relazione al dato di partenza delle previsioni dell’Ufficio Congressuale del Bilancio, Friedman sta implicitamente assumendo che l’economia degli Stati Uniti sia (e continuerà ad essere per lungo tempo) al di sotto della sua capacità produttiva in modo spettacolare. Tuttavia, mentre un qualche differenziale di produzione è possibile che ancora esista, la ampiezza plausibile del differenziale di produzione è troppo piccola per poter contenere effetti sulla domanda neanche lontanamente così ampi come quelli che Friedman scopre. Di conseguenza, i limiti alla capacità produttiva condurrebbero probabilmente all’inflazione e all’innalzamento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, molto prima che tali tassi di crescita elevata siano realizzati.

-In terzo luogo, un esame realistico dell’impatto delle politiche di Sanders sulla capacità produttiva indica che quegli effetti è probabile che siano, nel migliore dei casi, modesti, e forse persino negativi.

Ma è anche peggio. Ad esempio:

“Quindi, i dati di Friedman sugli effetti della spesa pubblica aggiuntiva eccedono quelli convenzionali di un fattore almeno pari a quattro. Egli non offre alcuna prova di tali effetti. In effetti, la sua stima appare incoerente con le sue stesse premesse: egli assume che l’aumento della spesa pubblica di un dollaro eleverebbe generalmente la produzione reale di qualcosa di leggermente inferiore a un dollaro (Friedman, pag. 47).

Noi abbiamo una congettura su come Friedman possa aver scoperto così ampi effetti in modo scorretto. Supponiamo che qualcuno ipotizzi un aumento permanente della spesa pubblica dell’1% del PIL, e supponiamo che assuma che quella spesa pubblica incrementi la produzione di un fattore pari a uno. In quel caso si potrebbe essere tentati di pensare che il programma aumenterebbe la crescita della produzione ogni anno di un punto percentuale, e dunque che aumenterebbe dopo dieci anni il livello della produzione di circa il 10%. Nei fatti, tuttavia, in questo scenario non c’è alcuno stimolo aggiuntivo dopo il primo anno. Di conseguenza, ogni anno la spesa eleverebbe il livello della produzione di un 1% rispetto a quello che sarebbe avvenuto altrimenti, e dunque l’impatto sul livello della produzione dopo un decennio sarebbe soltanto dell’1%.

Oddio!

Io non ha niente da lamentare con Friedman; lo staff della campagna elettorale che evidentemente non aveva alcuna idea di come i dati fossero paurosamente non plausibili, ed ha risposto alle critiche attaccando le motivazioni dei critici, è un’altra faccenda. Ma spero che adesso si possa smettere di parlare di cose del genere.

Tuttavia, due osservazioni di commiato:

la prima, non siete contenti di non dover assistere ad un candidato che si rende così vulnerabile [2] nelle elezioni generali?

La seconda, questa è una lezione dal vivo dei pericoli del credere in qualcosa perché è quello che volete sentirvi dire. E questa lezione si applica a molto di più che non alle sole previsioni di crescita economica.

 

[1] I coniugi Romer sono due importanti economisti americani; la signora Romer ha presieduto il Comitato dei Consulenti della Casa Bianca con Obama nel 2009, mentre il marito è uno studioso degli effetti della spesa pubblica.

[2] L’espressione “leading with his chin” – per quanto capisco – si presta a tre interpretazioni non esattamente identiche. Potrebbe significare “a testa alta”, oppure “con l’acqua alla gola”, oppure anche “che è in testa di un soffio”. Tutte e tre le soluzioni sono coerenti con il significato letterale, che deriva semplicemente dalla azione di ‘tenere il mento elevato’ (nel primo caso per ‘alzare la testa’, nel secondo per ‘non finire sotto acqua’ e nel terzo per ‘vincere sul filo di lana’). Mi pare che la soluzione più adatta al testo sia la seconda, ovvero: “non siete contenti di non dover assistere alla scena di un candidato con l’acqua alla gola (perché vulnerabile)”. Cioè: la critica alla quale non ci siamo sottratti contro il consigliere economico di Sanders, se sortirà l’effetto di togliere il candidato democratico da una situazione imbarazzante, sarà stata a fin di bene.   

 

 

 

 

 

 

Come leggere i risultati delle primarie (25 febbraio 2016)

febbraio 28, 2016

 

Feb 25 3:17 pm

How To Read Primary Results

When Nate Silver is good, he’s very good. This “swingometer” from FiveThirtyEight is exactly what we all need to make sense of Democratic primary results. Oh, and hold the Hillary-hatred and all that, OK? Whoever you support, this is a great tool for tracking your favorite’s progress or lack thereof.

What Silvers et al have done is to quantify something we all know: demography matters a lot in this race, with very white states better terrain for Sanders and very African-American states better for Clinton. They use available information to produce a benchmark for each state — the Clinton-Sanders vote margin we would expect if the candidates were, in fact, tied at a national level (which would probably mean a Clinton nomination thanks to superdelegates, but that’s not a road anyone really wants to go down.) You can then compare actual outcomes with that benchmark as an indicator.

What they find is that in all three contests so far — yes, including New Hampshire — Clinton has done better, and Sanders worse, than the 50-50 case would predict. In fact, Nevada was Sanders’s best showing by this metric, although I suspect making too much of that would be pushing the methodology too hard. So at least so far, we’re looking at a steady march toward a Clinton nomination, although by no means a blowout.

That is, of course, not at all what you’d think from media coverage, which flipped from Clinton doom after NH to Sanders collapse after NV. The prediction markets, on the other hand, have been pretty cool and rational:

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Predictwise.com

There has been a gradual drift toward Clinton in these numbers, but that actually makes sense simply because each successive Clinton-better-than-the-spread increases certainty that she really is in front.

What you should be watching for Saturday, then, is not whether Clinton wins SC — she almost certainly will — but whether her margin is more than 20 percent, the 538 benchmark. The same for Super Tuesday, although at that point we’ll start talking about enough delegates that actual convention math starts to become an issue.

Now, if I could have everything I wanted, I would wish that the 538 team would supplement its probabilities of who will win a state — which is pretty much meaningless in the Democratic party, where there isn’t winner take all and states differ so much — and in addition gave us the probability that the Clinton or Sanders benchmark would be exceeded. As I read it, those probabilities must be reasonably high for SC, but nothing like the 99+ percent probability of a Clinton win.

Anyway, a great tool for cutting through the regular nonsense.

 

Come leggere i risultati delle primarie

Quando Nate Silver è in forma, fa cose notevoli. Questo “swingometer” [1] dal blog FiveThirtyEight è esattamente quello di cui avevamo bisogno per dare senso ai risultati delle primarie democratiche. E potete tenervi tutto l’odio che volete e cose simili per Hillary, va bene? Chiunque sosteniate, è un grande strumento per seguire i progressi o la mancanza di progressi del vostro favorito.

Quello che Silver ed altri hanno fatto è quantificare qualcosa che conosciamo tutti: la demografia conta molto in queste elezioni, con Stati molto bianchi che sono un terreno migliore per Sanders e Stati molto afro-americani che sono migliori per la Clinton. Loro usano informazioni disponibili per costruire un riferimento per ogni Stato – il margine di voto per Clinton-Sanders che ci aspetteremmo se i candidati, in sostanza, fossero in pareggio al livello nazionale (il che comporterebbe probabilmente una nomination per la Clinton grazie ai superdelegati [2], ma questo è un terreno sul quale nessuno ha intenzione di scendere). I risultati effettivi possono essere confrontati con quel riferimento come un indicatore.

Quello che scoprono è che in tutti e tre i contesti sino a questo punto – incluso, cioè, lo Hampshire – la Clinton è andata meglio e Sanders peggio, rispetto a quello che sarebbe previsto da una ipotesi 50 a 50. Di fatto, il Nevada, secondo questa misurazione, è stata la migliore rappresentazione di Sanders, sebbene io abbia il sospetto che attribuendo troppo significato a quello sia un po’ forzare troppo la metodologia. Dunque, almeno sino a questo punto, stiano assistendo ad una marcia regolare verso la nomina della Clinton, sebbene in nessun senso ad una vittoria a mani basse.

Questo, naturalmente, non è quello che pensereste sulla base dei resoconti dei media, che saltano da uno scenario di disgrazia per la Clinton dopo il New Hampshire ad un collasso per Sanders dopo il Nevada. I mercati delle previsioni, invece, sono stati abbastanza freddi e razionali:

zz 117

 

 

 

 

 

 

Predictwise.com [3]

 

In questi dati c’è stato un graduale spostamento verso la Clinton, ma quello ha effettivamente un significato semplicemente perché dopo ogni titolo “la-Clinton-meglio-dello-spread”, aumenta la certezza che ella sia davvero in testa.

Quello a cui dovreste prestare attenzione sabato, dunque, non è se la Clinton vincerà nella Carolina del Sud – accadrà quasi certamente – ma se il suo margine sarà superiore al 20 per cento, il riferimento del blog FiveThirtyEight. Lo stesso vale per il Super Martedì, sebbene a quel punto cominceremo a ragionare di un numero di delegati sufficiente perché i conti sulla convenzione effettiva comincino a diventare realistici.

Ora, se potessi chiedere tutto quello che mi serve, vorrei che la squadra di FiveThirtyEight incrementasse le sue stime su chi vincerà gli Stati – e in aggiunta ci desse la stima se il dato di riferimento della Clinton o di Sanders verrà superato. Da come io interpreto, quelle probabilità dovrebbero essere ragionevolmente elevate per la Carolina del Sud, ma assai diverse da una probabilità di vittoria della Clinton al 99 per cento.

In ogni modo, un grande strumento per aprirsi un varco attraverso la consueta insensatezza.

 

 

 

[1] Il “swingometer” è un grafica che, nella sua applicazione originaria, mostrava gli effetti degli spostamenti da un partito all’altro nelle elezioni britanniche, in termini di seggi per i singoli partiti. Ma quella era una applicazione abbastanza diversa. In questo caso, da quanto capisco, essa viene utilizzata per calcolare il margine di vittoria o di insuccesso di ogni candidato, rispetto a quello che si dovrebbe prevedere da una ipotesi di pareggio a livello nazionale. In altri termini, quello che conta non è il “momentum” (lo ‘slancio’) del candidato, come se si trattasse effettivamente di una corsa tra due atleti che partono alla pari. I due candidati possono contare su differenziali – soprattutto relativi ai dati demografici e razziali – abbastanza noti e regolari; cosicché quello che conta è quanto i singoli risultati si differenziano rispetto alle previsioni di margine dei risultati nei singoli Stati che derivano da un ipotesi di parità a livello nazionale.

Ecco le stime come vengono rappresentate nell’articolo sul blog FiveThirtyEight (del quale si parlò molto mesi orsono, quando la sua comparsa venne molto pubblicizzata, per la notorietà del suo ideatore Nate Silver):

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[2] I “superdelegati” sono i dirigenti di Partito che sono componenti di diritto della Convenzione nazionale, ovvero che si aggiungono ai delegati eletti nelle primarie dei vari Stati. Ad esempio, i membri della Camera e del Senato ed i Governatori i carica, fanno parte dei superdelegati.

[3] La tabella mostra le previsioni di vittoria per la Clinton e per Sanders nei ‘mercati delle scommesse’, a partire da metà dicembre sino ad oggi.

 

 

 

Prospettive realistiche di crescita (dal blog di Krugman, 23 febbraio 2016)

febbraio 27, 2016

 

Realistic Growth Prospects

February 23, 2016 11:14 am

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God, I can’t wait for the primary to be over, one way or the other. But it does seem to me that I should talk a bit about what a progressive reasonably can say about prospects for economic growth under a better policy regime.

There are, I would argue, three numbers that are relevant. First, there’s the rate of growth of the economy’s supply-side potential — the rate it can grow at a constant rate of unemployment. Second, there’s the size of the output gap — the amount of extra output we could gain by getting up to full employment. Third, there’s the extent to which we can accelerate the rate of growth of potential.

On the first number, look at the chart: over the past five years US growth has fluctuated around 2 percent, while unemployment — both the conventional number and the broader U6 number — has gradually declined. This strongly suggests potential growth under 2 percent. Why so slow? Productivity has been sluggish, and the working-age population is growing much more slowly than it used to as baby boomers hit retirement age.

What about the output gap? Wage growth is still weak and inflation fairly low, suggesting that unemployment can go significantly lower from here — maybe down to the 4 percent of the late 1990s, possibly even lower. The standard Okun’s Law relationship would say that bringing unemployment down another percentage point would add 2 percent to real GDP. Maybe, maybe we could argue for an extra-large pool of discouraged workers that raises this to 3. That’s a lot of foregone output in an absolute sense.

However, it doesn’t make a huge difference when we’re talking about longer-term growth prospects. Closing a 3-point output gap over 10 years raises the 10-year growth rate by only 0.3 percent. 2016 isn’t like 1933, when the output gap was probably around 30 percent, making a huge growth rate over the next decade possible when wartime mobilization finally brought full employment and then some.

Finally, how much can we reasonably project for a rise in potential growth? A big increase in infrastructure investment would certainly help. Other progressive priorities — while good things! — would be at best a mixed bag in terms of their effect on measured GDP. For example, guaranteed pr-K and childcare might free more parents to stay in the paid workforce; on the other hand, better benefits would (and should) free some people to cut hours to focus on their families.

And nobody knows the secret of raising productivity growth. In general, any economist talking about potential growth should start from a position of modesty: nothing in what we know or have experienced in the past justifies making big promises. By all means we should try everything we can think of — but our policies should make sense even if it turns out that the effects on long-run growth are modest.

What I would say is that it’s unreasonable to assume growth over the next 10 years more than a fraction of a percentage point above 2 percent — say 2.5 percent at the upper end. Maybe we can do better, but we shouldn’t count on it.

And let me say that the great thing about a progressive agenda is that it doesn’t require big growth promises to make it work, because the elements of that agenda are good things in their own right. Conservatives need to promise miracles to justify policies whose direct effect is to comfort the comfortable (cutting taxes on the rich) and afflict the afflicted (slashing social insurance); progressives only need to defend themselves against the charge that doing good will somehow kill economic growth. It won’t, and that should be enough.

 

Prospettive realistiche di crescita

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[1]

Oddio, non vedo l’ora che le primarie siano passate, in un modo o nell’altro. Eppure mi sembra che dovrei parlare un po’ di cosa un progressista potrebbe ragionevolmente dire sulle prospettive di crescita economica in una condizione migliore della politica.

Ci sono, direi, tre numeri rilevanti. Anzitutto, c’è il tasso di crescita del potenziale economico dal lato dell’offerta – il tasso al quale quel potenziale può crescere ad un tasso costante di disoccupazione. Il secondo, è la dimensione del differenziale della produzione – la quantità di produzione aggiuntiva che potremmo guadagnare elevandoci alla piena occupazione. Il terzo, è la misura nella quale possiamo accelerare il tasso di crescita del potenziale.

Sul primo numero si guardi la tabella: nei cinque anni passati la crescita degli Stati Uniti ha fluttuato attorno al 2 per cento, mentre la disoccupazione – sia il dato convenzionale che il dato allargato dello U6 [2] – è gradualmente calato. Questo indica con forza che il potenziale di crescita si colloca sotto il 2 per cento. Perché così lento? La produttività è stata fiacca e la popolazione in età lavorativa sta crescendo molto più lentamente di quanto era solita, dal momento che i baby-boomers [3] hanno raggiunto l’età della pensione.

Cosa dire del differenziale di produzione? La crescita dei salari è ancora debole e l’inflazione discretamente bassa, il che indica che la disoccupazione può andare significativamente più in basso a partire da qui – forse sotto il 4 per cento degli ultimi anni ’90, forse ancora più in basso. La relazione usuale della Legge di Okun [4] direbbe che portando la disoccupazione in basso di un altro punto percentuale, si aumenterebbe del 2 per cento il PIL reale. Forse potremmo ipotizzare un complesso particolarmente ampio di lavoratori scoraggiati che elevi quel dato sino a 3 punti percentuali. Si tratterebbe in senso assoluto di una grande quantità di produzione prevedibile.

Tuttavia, essa non fa una gran differenza quando si parla di prospettive di crescita a più lungo termine. Avvicinarsi a 3 punti di differenziale di produzione in 10 anni aumenta il tasso di crescita soltanto dello 0,3 per cento. Il 2016 non è come il 1933, quando il differenziale di produzione era attorno al 30 per cento, il che rendeva possibile un grande tasso di crescita nel decennio successivo, quando la mobilitazione dei tempi di guerra portò alla fine alla piena occupazione ed ancora oltre.

Infine, quanto potremmo ragionevolmente prevedere di aumento nella crescita potenziale? Certamente un grande investimento in infrastrutture aiuterebbe. Altre priorità progressiste – per quanto ottime cose! – nel migliore dei casi, dal punto di vista del loro effetto sul PIL accertato, sarebbero misure contraddittorie. Ad esempio, gli asili nido e le scuole materne potrebbero liberare maggiormente i genitori per rimanere nell’ambito della forza lavoro pagata; d’altra parte, maggiori sussidi potrebbero (e dovrebbero) mettere nelle condizioni alcune persone di tagliare l’orario e di concentrarsi sulle loro famiglie.

E nessuno conosce il segreto per elevare la crescita della produttività. Il linea generale, ogni economista che parla di crescita potenziale dovrebbe partire da una posizione di cautela: niente in quello che sappiamo o abbiamo sperimentato nel passato giustifica il fare grandi promesse. Dovremmo cercare in tutti i modi ogni cosa che ci può venire in mente – ma le nostre politiche dovrebbero avere un senso anche se si scopre che le esse hanno un effetto modesto nella crescita a lungo termine.

Direi che non è irragionevole ipotizzare una crescita per i prossimi 10 anni superiore di una frazione di punto percentuale sopra il 2 per cento – diciamo un 2,5 per cento nell’ipotesi più alta [5]. Forse potremmo far meglio, ma non dovremmo contarci.

E fatemi aggiungere che la cosa importante di una agenda progressista è che essa non richiede grandi promesse di crescita, giacché gli elementi di quella agenda sono cose buone per loro conto. I conservatori hanno bisogno di promettere miracoli per giustificare politiche i cui effetti diretti sarebbero quelli di far star meglio che già sta bene (tagliare le tasse ai ricchi) e far star peggio chi già sta male (tagliare le assicurazioni sociali): i progressisti hanno solo bisogno di difendersi dall’accusa che facendo del bene in qualche modo distruggono la crescita economica. Non sarà così, e dovrebbe essere abbastanza.

 

 

 

[1] La Tabella che viene usata per sviluppare le ipotesi nel post indica gli andamenti dal 2011 ad oggi del Prodotto Interno Lordo (linea verdolina), del tasso ufficiale di disoccupazione (linea rossa), e del totale complessivo dei disoccupati (vedi la successiva nota 2).

[2] Nel linguaggio statistico americano la disoccupazione U3 indica il tasso ufficiale; quella U5 include in più i lavoratori scoraggiati e tutti gli altri lavoratori marginalmente impiegati; quella U6 aggiunge alla U5 i lavoratori che sono a tempo-parziale per ragioni meramente economiche.

[3] La generazione del boom delle nascite, che esplose dopo la seconda guerra mondiale.

[4] In economia, la Legge di Okun, che prende il nome dall’economista Arthur Melvin Okun (che la propose nel 1962[1]) è una legge empirica che collega il tasso di crescita dell’economia con le variazioni nel tasso di disoccupazione. Secondo questa legge, se il tasso di crescita dell’economia cresce al di sopra del tasso di crescita potenziale, il tasso di disoccupazione diminuirà in misura meno che proporzionale. (Wikipedia)

[5] Rispetto, dunque, alle posizioni contro le quali Krugman ha polemizzato in questa campagna elettorale, un incremento del 2,5 per cento o un po’ superiore, a fronte della fantastica previsione formulata da Jeb Bush alcune settimane orsono (4 per cento) e della ancora più fantasiosa previsione del 5,3 per cento ipotizzata dal collaboratore di Sanders, Friedman.

 

 

 

La mancanza di potere corrompe (19 febbraio 2016)

febbraio 25, 2016

 

Lack Of Power Corrupts

February 19, 2016 12:28 pm

Personally, I’m sick of the Sanders/Clinton thing; I didn’t want to write about it for today. But one of my mottos for column-writing has been “if it feels bad, do it.” If I would really like to avoid a topic because it makes life uncomfortable and will predictably lead to another wave of angry mail, that’s probably a good indication that it’s important. Still, I hope that I won’t have to do more columns like that.

But there is one other aspect of this discussion I do think should be aired, involving incentives and motives.

What you get a lot from Bernie supporters are accusations of bad faith. (The response to the critique of the CEA chairs seems to be 1. The campaign bears no responsibility for projections it eagerly endorsed 2. Anyway, the projections are right 3. They’re shilling for Hillary!) In general, feeling the Bern all too often seems to mean accusing anyone who doesn’t of corruption. So how should we think about such things?

First of all, yes, corruption — including corruption of alleged experts — really does happen. It tends to be a much bigger issue on the right, simply because there’s so much more money and so many fewer scruples. I’ve been saying for a while that there are three kinds of economists: liberal professional economists, conservative professional economists, and professional conservative economists. The fourth box is mostly empty, for lack of funding. Still, it would be naive to claim that keeping access to prospects for corporate consulting gigs and suchlike has no effect on policy arguments.

But it’s also naive, and destructive, to presume that that’s all there is. You don’t have to be a corporate hireling or a Hillary shill to be taken aback when a Democratic campaign endorses economic projections that are even more outlandish than the Republican fantasies you were ridiculing just the other day. And you really, really don’t want to go down the rabbit hole of assessing all substantive arguments solely on their political convenience, and assuming that nobody who disagrees with you might honestly, you know, disagree with you. That’s what right-wing apparatchiks do, and you don’t want to emulate them.

And it’s also important, I’d argue, to understand that to the extent that personal ambition distorts analysis — which it surely does for everyone, because none of us are saints — that’s not a phenomenon unique to well-connected insiders. For sure, big money and/or the prospect of big influence are much more powerful corrupting forces than what I’m about to describe. But they’re not the only sources of impurity.

Imagine an economist who has some following but is, for whatever reason, not in the nomenklatura of policy wonks who typically get called upon to advise officials, give speeches at financial conferences, whatever. That might be because said economist holds views that are considered too heterodox; it might be because he is too honest about the corruption of the mighty; or it might be because insider circles don’t consider him especially insightful or even technically competent — which in turn could be a huge injustice, or possibly kind of true. Whatever the reasons, he is or feels himself to be on the outside looking in

Now imagine that our outsider encounters a situation in which another outsider, this time in the sphere of politics, has some chance of staging an upset victory. It should be obvious that our outsider economist has every personal incentive to throw his lot in with the political outsider — even if the politician’s chances of winning are relatively small, even if his campaign could bring about disaster because it’s not ready for the challenges of the larger world. The point is that if the outsider politician should happen to pull it off, it will give the outsider economist a seat at the table, which he won’t have otherwise. The option value is the thing.

It also follows that the outsider has every incentive to vilify and blacken the reputation of more insider types who aren’t on the challenger’s bandwagon, even if this means alienating progressives whose support you really could use later on — hey, you don’t want to see your champion turn to established figures if and when he makes it to office.

My point is not that outsiders are more corrupt than insiders, nor that everyone’s actions right now should be seen as reflecting nothing but self-interest. That’s exactly what I’m arguing against! What I’m saying instead is that nobody can be presumed pure simply because he is currently without much power or access to power — for that very lack of power can have its own distorting effect.

And for ourselves, what each of us should do — all the time — is ask not just what we believe but why.

 

La mancanza di potere corrompe

Personalmente, non ne posso più della faccenda Sanders/Clinton; non volevo scriverne nell’articolo di oggi. Ma uno dei miei motti nello scrivere articoli è “se ti fa sentir male, fallo.” Se davvero preferiresti evitare un soggetto perché ti rende la vita sconfortevole e probabilmente porterà un’altra ondata di mail adirate, probabilmente ciò indica che è importante. Eppure, spero che non dovrò fare altri articoli come quello.

Ma c’è un altro aspetto di questa discussione che penso dovrebbe essere espresso, che riguarda gli incentivi e le motivazioni.

Dai sostenitori di Bernie arrivano una gran quantità di accuse di mala fede (la risposta alla critica dei Presidenti del Comitato dei consulenti della Casa Bianca è la numero 1; la campagna elettorale di Sanders, che non è responsabile per le previsioni che ha approvato con entusiasmo, è la seconda; il fatto che in ogni modo quelle previsioni sono giuste, la terza. Conclusione: stanno facendo i galoppini per Hillary!) In generale, essere in sintonia con Bern troppo spesso sembra comportare l’accusare di corruzione chiunque non lo sia. Dunque, cosa dovremmo desumere da cose del genere?

Partiamo dalla corruzione – inclusa la corruzione dei pretesi esperti – che, sì, esiste per davvero. Tende ad essere un problema molto più grande a destra, semplicemente perché ci sono molti più soldi e molti meno scrupoli. Ho sostenuto per un certo periodo che si sono tre tipi di economisti: gli economisti professionisti liberal, gli economisti professionisti conservatori, e gli economisti conservatori di professione. Il quarto contenitore è nella maggioranza dei casi vuoto, per mancanza di fondi [1]. Eppure, sarebbe ingenuo sostenere che avere accesso alle prospettive di lavoretti di consulenza per le imprese e cose del genere non abbia effetto sugli argomenti politici.

Ma è anche ingenuo, e distruttivo, presumere che tutto si risolva in questo. Non si deve essere nei libri paga delle imprese o galoppini di Hillary per restare sbalorditi quando una campagna elettorale di un democratico fa proprie previsioni che sono anche più esagerate di quelle che si stavano mettendo in ridicolo il giorno prima, a carico dei repubblicani. E non ci si può cacciare nel ginepraio di stimare tutti gli argomenti di sostanza unicamente nei termini della loro convenienza politica, e ipotizzare che nessuno che è in disaccordo con voi possa onestamente, suvvia, solo non essere d’accordo con voi. Questo è quello che fanno i funzionari della destra, e non c’è bisogno che li imitiate.

Ed è anche importante capire, direi, che nella misura nella quale l’ambizione personale distorce l’analisi – che è certamente quello che accade a tutti, perché nessuno di noi è santo – quello non è un fenomeno esclusivo degli addetti ai lavori ben introdotti. Di sicuro, tanti soldi o la prospettiva di avere grande influenza sono potenti forze corruttrici, che è quanto mi accingo a descrivere. Ma non sono le uniche fonti di impurità.

Si immagini un economista che ha qualche seguito, ma non è, per qualsiasi ragione, nella nomenclatura degli esperti politici che normalmente sono invitati a dare consigli alle autorità, a tenere discorsi nelle conferenze finanziarie, o cose del genere. Quello potrebbe dipendere dal fatto che il suddetto economista ha punti di vista che sono considerati troppo eterodossi; potrebbe dipendere dal fatto che è troppo onesto sulla corruzione del potenti; o potrebbe dipendere dal fatto che i circoli degli addetti ai lavori non lo considerano particolarmente intuitivo o persino tecnicamente competente – la qual cosa a sua volta potrebbe essere una grande ingiustizia, o forse in un certo senso vera. Qualsiasi siano le ragioni, egli è o sente di essere come qualcuno che guarda dal di fuori.

Ora immaginate che il nostro outsider incappi in una situazione nella quale un altro outsider, questa volta nella sfera della politica, abbia qualche possibilità di mettere in scena una sconcertante vittoria. Sarebbe evidente che il nostro economista outsider ha tutti gli incentivi personali per unire il suo destino a quello del politico outsider – persino se le possibilità di vittoria del politico sono relativamente piccole, persino se la sua campagna elettorale potrebbe provocare un disastro perché egli non è pronto per le sfide del mondo più grande. Il punto è che se dovesse accadere che il politico outsider ce la facesse, egli offrirà all’economista outsider un posto a tavola, che in altro modo non avrebbe avuto. É quello che si definisce un “valore di opzione” [2].

Ne consegue anche che l’outsider ha tutti gli incentivi a svilire e macchiare la reputazione di altri soggetti insider che non fanno parte del carrozzone dello sfidante, persino se questo comporta di alienarsi il sostegno di persone progressiste che potrebbe essere ben utili successivamente – suvvia, non si vuole correre il rischio di vedere il proprio campione rivolgersi a personaggi affermati, se e quando entrerà in carica!

Il mio argomento non è che gli outsider siano più corrotti degli addetti ai lavori, né che tutte le azioni del momento debbano essere considerate come se riflettessero interessi personali. Questo è esattamente ciò contro cui mi sto esprimendo. Ciò che invece sto dicendo è che nessuno si può presumere immacolato semplicemente perché al momento è sprovvisto di potere o di accesso al potere – perché proprio quella mancanza di potere può avere il suo proprio effetto distorsivo.

E quanto a noi, quello che ognuno di noi dovrebbe fare ogni volta, è chiedersi non solo in cosa crediamo ma perché ci crediamo.

 

[1] Per chi fosse a disagio con l’ironia yiddish di Krugman, suggerisco che il quarto contenitore sia quello degli economisti puri e semplici.

[2] Nella teoria dei costi-benefici la ‘option value’ è la scelta di una soluzione che può avere un valore futuro assai superiore alla valutazione che è possibile al presente, perché il ‘valore’ di ciò che si sceglie può assumere nel futuro una caratteristica molto diversa.

 

 

 

Gli studiosi hanno una inclinazione progressista ben nota (18 febbraio 2016)

febbraio 24, 2016

 

Feb 18 11:43 am

Wonkery Has A Well-Known Liberal Bias

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Matthew Yglesias says that the Sanders campaign won’t care about the warnings from top Democratic economists that its numbers are nonsense, and that it doesn’t need to care. That may or may not be true — my guess is that making growth claims that are even more outlandish than those of the Republicans, and having made it impossible for progressive policy experts to offer a full-throated defense of your position, would do more harm in a general election than he imagines.

But leave the political gaming on one side for a moment: I just want to say how much of a shame it will be if a good piece of the Democratic party’s left wing decides that progressive wonks are the enemy. And yes, I have a vested interest in this business — not because I’m a Hillary shill, not because I’m a corporate stooge, but because wonkdom is a key part of who I am and why I think I can play any positive role.

So, about wonks and progressive values: the reason the joke about facts having a liberal bias rings so true is that this really has become a defining difference between the two sides of our political chasm. On the right, allegiance to voodoo has become obligatory — leading Republican economists fell right in line when Jeb! announced his 4-percent solution. On the left, real policy research and political positions have marched hand in hand. The push for higher minimum wages, to take a not at all arbitrary example, has been mightily helped by the research literature showing that higher minimums don’t cost jobs, a line of research pioneered by Alan Krueger, one of the signatories of that open letter.

And in general, progressivism in America has valued intellectual integrity and openness to evidence, while conservatism increasingly rejects all of that — which is why scientists overwhelmingly lean Democratic.

But what if the political left starts behaving like the political right, making support for implausible claims a litmus test of loyalty, declaring that anyone raising hard questions is ipso facto corrupt? That would become very uncomfortable, to say the least.

It’s also, almost surely, a losing game in the end. If it comes down to gut feelings that reject hard thinking, the right is always going to have an advantage.

So I hope that the Sanders campaign doesn’t just brush off this criticism as the “establishment” doing its corrupt thing, and realizes that it really is in danger of losing not just an election but an important part of what it should be standing for.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli studiosi hanno una inclinazione progressista ben nota

Matthew Yglesias dice che la campagna di Sanders non si preoccuperà degli ammonimenti che vengono da principali economisti democratici, secondo i quali i suoi dati sono insensati, e che non ha bisogno di curarsene. Può esser vero oppure no – la mia impressione è che avanzare pretese sulla crescita che sono persino più stravaganti di quelle dei repubblicani, ed aver compromesso la possibilità che esperti progressisti di politica offrano una difesa a voce spiegata della sua posizione, sarebbe nelle elezioni generali un danno maggiore di quanto egli si immagina.

Ma lasciamo per un momento da un parte la competizione politica: voglio solo dire che vergogna sarebbe se una buona parte della sinistra del Partito Democratico decidesse che gli studiosi [1] progressisti sono i nemici. É vero, io ho interessi particolari in questa faccenda – non perché sono un galoppino di Hillary e neanche perché sono un lacchè di società economiche, ma perché l’applicazione agli studi ha un ruolo cruciale in quello che sono e nel motivo per il quale penso di potere giocare un ruolo positivo.

Dunque, a proposito degli studiosi e dei valori progressisti: la ragione per la quale la battuta scherzosa sui fatti che hanno una inclinazione progressista suona così vera, è che essa è diventata una differenza che caratterizza i due versanti della nostra contesa politica. A destra, la fedeltà al voodoo è diventata obbligatoria – i principali economisti repubblicani si sono prontamente allineati quando Jeb Bush annunciò la sua soluzione del 4 per cento [2]. A sinistra, la ricerca politica vera e propria e le posizioni politiche hanno marciato mano nella mano. La spinta per salari minimi più elevati, per prendere un esempio niente affatto arbitrario, e stata moltissimo aiutata dalla letteratura scientifica che ha dimostrato che minimi salariali più alti non provocano la perdita di posti di lavoro, una linea di ricerca alla quale Alan Krueger, uno dei firmatari di quella lettera, ha aperto la strada.

E in generale, il progressismo in America ha valorizzato l’integrità intellettuale e l’apertura alle prove, mentre il conservatorismo sempre di più le rigetta – che è la ragione per la quale gli uomini di scienza hanno in modo schiacciante tendenze democratiche.

Ma cosa accadrà se la sinistra politica comincia a comportarsi come la destra, sostenendo pretese inverosimili alla stregua di una cartina di tornasole della lealtà, dichiarando che chiunque solleva domande fastidiose è per ciò stesso un corrotto? Per dire il minimo, sarebbe molto sconfortante.

Alla fine, quasi sicuramente, è anche un gioco che non vale la candela. Se si scende alla sensazioni viscerali, la destra è sempre destinata ad avere un vantaggio.

Dunque, io spero che la campagna elettorale di Sanders non liquidi queste critiche come se provenissero da un “palazzo” impegnato nelle sue pratiche poco pulite, e comprenda che sta realmente correndo il pericolo non solo di perdere una elezione, ma una parte importante di ciò per cui dovrebbe battersi.

 

 

[1] Vale forse la pena di scrivere una breve nota sul Termine “wonk” e sul modo in cui lo interpreto. Sui dizionari si trova tradotto in italiano unicamente con “sgobbone”, il che mi pare apra una buffa questione. Perché da quello che capisco è certamente una traduzione possibile, direi però non con i connotati negativi che ha in italiano, almeno talvolta. Si tratta di una persona che lavora sodo, che approfondisce ed ha le caratteristiche per farlo, anche nel senso che si appassiona. In alcuni casi mi pare giustificato tradurlo con “esperti” (dire ad esempio che un post difficile è per “wonks” è più vicino a quel significato: persone esperte, che non si ritraggono dinanzi alle cose più complicate). In casi come quello di quest’articolo forse si può meglio tradurre con “studiosi”, persone che padroneggiano una materia al livello più alto. Se per “sgobbone” si intende, invece, qualcuno che sopperisce con la quantità del lavoro a non brillanti mezzi propri di comprensione – come spesso è in italiano – direi che siamo fuori strada.

[2] Jeb Bush affermo settimane fa che avrebbe raddoppiato i tassi di crescita, portandoli da subito al 4 per cento annuo.

 

 

 

Che cosa ha preoccupato gli esperti (17 febbraio 2016)

febbraio 23, 2016

 

Feb 17 12:44 pm

What Has the Wonks Worried

The open letter to Sanders and Friedman by former CEA chairs didn’t get into specifics, and I’m already hearing from Bernie supporters accusing them of arrogance, or high-handedness, or something. But here’s what Friedman has said, in what the campaign’s policy director calls “outstanding work”:

– Real growth at 5.3 percent a year, versus a baseline of around 2
– Labor force participation rate back to 1999 level
– 3.8 percent unemployment

OK, progressives have, rightly, mocked Jeb Bush for claiming that he could double growth to 4 percent. Now people close to Sanders say 5.3??? Even those of us who believe that there’s still significant slack in the US labor market are aware that much, probably most, of the decline in labor force participation since 1999 reflects an aging population — prime-working-age LFPR has reclaimed most of the lost ground since the Great Recession, and there’s probably a long-term downward trend even there. It’s possible that we can get unemployment down under 4 percent, but that’s way below any estimates I’ve seen of the level of unemployment consistent with moderate inflation.

The point is not that all of this is impossible, but it’s very unlikely — and these are numbers we would describe as deep voodoo if they came from a tax-cutting Republican.

Sanders needs to disassociate himself from this kind of fantasy economics right now. If his campaign responds instead by lashing out — well, a campaign that treats Alan Krueger, Christy Romer, and Laura Tyson as right-wing enemies is well on its way to making Donald Trump president.

 

Che cosa ha preoccupato gli esperti

La lettera aperta a Sanders e Friedman da parte dei passati Presidenti del Comitato dei Consulenti Economici non entra nello specifico, e già mi immagino di sentire i sostenitori di Bernie accusarli di arroganza, di uno stile autoritario, o qualcosa del genere. Ma ecco cosa ha detto Friedman, in quello che il direttore politico della campagna elettorale chiama “lavoro arretrato”:

-una crescita reale del 5,3 percento all’anno, a fronte di una base di partenza di circa il 2 percento;

-un tasso di partecipazione alla forza lavoro che torna al livello del 1999;

-la disoccupazione al 3,8 per cento.

Come si sa, i progressisti hanno, giustamente, preso in giro Jeb Bush per aver sostenuto che poteva raddoppiare la crescita al 4 per cento. Ora persone vicine a Sanders parlano del 5,3 ??? Anche coloro tra noi che credono che ci sia ancora una significativa fiacchezza nel mercato del lavoro degli Stati Uniti sono consapevoli che una buona parte, probabilmente la maggior parte, del declino della partecipazione alla forza lavoro a partire dal 1999 derivi dall’invecchiamento della popolazione – il Tasso di Partecipazione alla Forza Lavoro (LFPR) delle persone nella principale età lavorativa ha recuperato gran parte del terreno perduto dalla Grande Recessione, e persino in quel caso c’è probabilmente una tendenza al ribasso nel lungo termine. É possibile che si possa avere una disoccupazione al di sotto del 4 per cento, ma sarebbe al di sotto di tutte le stime che conosco del livello di disoccupazione coerente con una inflazione moderata.

Il punto non è che tutto questo sia impossibile, ma che è molto improbabile – e se questi numeri venissero da un repubblicano patito degli sgravi fiscali, sarebbero descritti come un caso di estremo voodoo.

Sanders ha bisogno di dissociarsi subito da questo genere di economia fantastica. Se invece la sua campagna risponde con gli attacchi – ebbene, una campagna che trattasse Alan Krueger, Christy Romer e Laura Tyson come nemici di destra è davvero sulla strada giusta per far diventare Donald Trump Presidente.

 

 

 

Esperti preoccupati (17 febbraio 2016)

febbraio 23, 2016

 

Feb 17 10:44 am

Worried Wonks

I’ve tweeted this out, but want to point out that this is a pretty big deal: Four former Democratic chairs of the Council of Economic Advisers have put out a letter warning that Bernie Sanders’s economic program contains a very worrisome amount of voodoo:

We are concerned to see the Sanders campaign citing extreme claims by Gerald Friedman about the effect of Senator Sanders’s economic plan—claims that cannot be supported by the economic evidence. Friedman asserts that your plan will have huge beneficial impacts on growth rates, income and employment that exceed even the most grandiose predictions by Republicans about the impact of their tax cut proposals.

As much as we wish it were so, no credible economic research supports economic impacts of these magnitudes. Making such promises runs against our party’s best traditions of evidence-based policy making and undermines our reputation as the party of responsible arithmetic. These claims undermine the credibility of the progressive economic agenda and make it that much more difficult to challenge the unrealistic claims made by Republican candidates.

In Sanders’s case, I don’t think it’s ideology as much as being not ready for prime time — and also of not being willing to face up to the reality that the kind of drastic changes he’s proposing, no matter how desirable, would produce a lot of losers as well as winners.

And if your response to these concerns is that they’re all corrupt, all looking for jobs with Hillary, you are very much part of the problem.

 

Esperti preoccupati

L’ho comunicato tramite tweet, ma voglio mettere in evidenza che si tratta di una faccenda piuttosto importante: quattro passati presidenti democratici del Comitato dei Consiglieri economici hanno messo in circolazione una lettera che mette in guardia che il programma economico di Bernie Sanders contiene una dose davvero impressionante di economia voodoo:

“Siamo preoccupati nel constatare che la campagna elettorale di Sanders fa riferimento a pretese esagerate da parte di Gerald Friedman sugli effetti del programma economico del Senatore Sanders – pretese che non possono essere supportate da prove economiche. Friedman sostiene che il vostro programma avrà vasti impatti benefici sui tassi di crescita, sul reddito e sull’occupazione, che vanno oltre le più roboanti previsioni dei repubblicani sull’impatto delle loro proposte di sgravi fiscali.

Per quanto desidereremmo che fosse così, nessuna credibile ricerca economica conferma impatti economici di queste dimensioni. Fare promesse del genere va contro le migliori tradizioni del nostro partito nell’operare scelte politiche basate su prove e mette a repentaglio la nostra reputazione di partito che si basa su calcoli responsabili. Queste pretese minano la credibilità dell’agenda economica progressista e rendono molto più difficile sfidare le pretese irrealistiche dei candidati repubblicani.”

Nel caso di Sanders, non credo si tratti di ideologia quanto di non essere pronto per ruoli così impegnativi – ed anche di non essere disponibile a fare i conti con il fatto che il genere di drastici cambiamenti che sta proponendo, a prescindere da quanto siano desiderabili, costringerebbe tanta gente a rimetterci, al di là di coloro che ci guadagnerebbero.

E se la vostra risposta a queste preoccupazioni è che (quegli esperti) sono tutti corrotti, tutti in cerca di incarichi con la Clinton, voi stessi siete una gran parte del problema.

 

 

 

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