June 4, 2021
By Paul Krugman
Don’t pay too much attention to today’s jobs report; it came in slightly below expectations, but given the noisiness of the data (and the extent to which the numbers are often revised), it told us very little that we didn’t already know.
The truth is that two things are clear about the U.S. economy right now. It’s growing very fast, and adding jobs at a rapid clip; but the pace of job creation is being crimped, at least a bit, because employers are having a hard time finding as many workers as they want to hire.
Sometimes complaints about a lack of willing workers just mean that companies don’t want to pay decent wages, and there’s no doubt some of that is going on. But this time that’s not the whole story. The latest Beige Book — the Fed’s informal survey of business conditions — suggests both that a number of companies really are having trouble adding workers as fast as they’d like, and that this is happening even though some are raising wages, offering signing bonuses, etc.
But what, if any, policy conclusion should we draw from this evidence? Republicans say that it means that we must cut benefits for the unemployed (and so many Republican-controlled states are now cutting aid, even though the federal government was actually bearing the cost). But they always say that, whatever is happening to the economy.
Many others point to lack of child care, with schools still closed in some states and normal day care crippled by the lingering effects of the pandemic. And fear of infection is still out there, despite a vaccination campaign that has proceeded faster than almost anyone expected.
There may be truth to all of these stories — yes, even some role for unemployment benefits, although the impact is probably modest. But are we just overthinking this? How much of the issue is simply that it takes some time to get the economy back up to speed from a standing start?
I’ve been struck by reporting from Britain, which has been even more successful than the United States in achieving widespread vaccination (thank you, National Health Service). The thing is, Britain and America took very different approaches to supporting workers through lockdown. Where we relied mainly on enhanced unemployment benefits, Britain relied mainly on a “job retention” scheme — subsidizing earnings of workers placed on temporary leave by employers in locked-down sectors.
This scheme meant that Britain experienced much less of a rise in measured unemployment than we did, even though it suffered a deep economic slump:
The British did it differently.Credit…FRED
You might think this would also make it easier for Britain to quickly restore its economy as the pandemic fades. Instead, the British press is full of reports about employers having a hard time finding workers.
So maybe the problem is simply that it’s hard to get the economy restarted in a few months.
One indicator many of us have been looking at during this weird economic period, in which facts on the ground change too quickly for standard statistics to keep up, is the number of diners reported by the reservation service OpenTable.com. OpenTable conveniently provides data on the number of seated diners during the pandemic relative to those on the corresponding date in 2019. Here’s what it looks like:
A dine-amic recovery.Credit…OpenTable
Some automakers used to promise that their cars could go from zero to 60 in 16 seconds; well, the U.S. restaurant sector is trying to go from minus 60 — 60 percent below its prepandemic level — to zero in roughly 16 weeks. Why imagine that this could happen smoothly?
It’s true that some fairly old history might have made economists complacent.
Most forecasters expect U.S. economic growth this year to be the fastest since 1984, when the economy was going through the “morning in America” boom after the double-dip recession of 1979-82. Superficially, neither that recession nor the boom that followed looked anything like recent events. At a deeper level, however, there are some similarities.
In particular, the early ’80s slump, like the 2020 slump, was brought on by a sort of exogenous shock — in the earlier case, a huge rise in interest rates as the Fed tightened money to curb inflation. The impact of this shock, like that of Covid-19, fell especially hard on one sector — housing, rather than travel and leisure — which then sprang back rapidly as the headwinds abated:
Morning in construction.Credit…FRED
But I’ve been reading through Beige Books from that era, and there isn’t much about problems hiring workers. Why was rapid economic acceleration apparently easier back then?
One answer is that as fast as it was, the 1983-84 recovery wasn’t a match for what’s happening now. Housing was never as deeply depressed as travel and leisure are today.
Also, the economy was different then, with far more workers on temporary layoffs who could easily be recalled to their jobs (although that may be true in Britain now, and there are still hiring problems.)
So if the question is whether I’m entirely sure why we’re hearing reports of trouble hiring, the answer is no. But I still suspect that it’s mainly a transitory issue of getting a stalled economy up to speed in record time. And in a few months all of these short-term problems will probably have been forgotten.
Le difficoltà ad assumere comportano una scarsità di forza lavoro?
Di Paul Krugman
Non prestate troppa attenzione al rapporto di oggi sui posti di lavoro; è leggermente al di sotto delle aspettative, ma dato il frastuono dei dati (e la misura nella quale essi vengono spesso rivisitati), esso ci ha detto molto poco che già non sapessimo.
La verità è che in questo momento due cose sono chiare sull’economia statunitense. Essa sta crescendo molto velocemente, e aumenta i posti di lavoro con una velocità rapida; ma il ritmo della creazione di posti di lavoro viene ostacolato, almeno un po’, perché i datori di lavoro hanno difficoltà a trovare i lavoratori che vorrebbero assumere.
Alcune lamentele su una scarsa disponibilità dei lavoratori significano soltanto che le imprese non vogliono pagare salari dignitosi, e non c’è dubbio che qualcosa del genere stia succedendo. Ma questa volta questa non è l’intera spiegazione. L’ultimo Libro Beige – il sondaggio informale della Fed sulle condizioni delle imprese – indica sia che un certo numero di imprese sono realmente in difficoltà nell’aumentare i lavoratori velocemente come vorrebbero, sia che ciò sta accadendo anche se alcune stanno aumentando i salari, offrendo incentivi, ed altro.
Ma quale conclusione politica dovremmo trarre da questi fatti, ammesso che ce ne sia qualcuna? I repubblicani dicono che ciò significa che dovremmo tagliare i sussidi per i disoccupati (cosicché molti Stati controllati dai repubblicani stanno adesso tagliando gli aiuti, anche se sono effettivamente a carico del Governo federale). Ma questo è quello che dicono sempre, qualsiasi cosa stia accadendo all’economia.
Molti altri indicano la mancanza di asili nido, con le scuole in alcuni Stati ancora chiuse ed i nidi bloccati dagli effetti persistenti della pandemia. E la paura dell’infezione è ancora in circolazione, nonostante una campagna di vaccinazione che ha proceduto più rapidamente di quanto si aspettavano quasi tutti.
In tutti questi racconti ci può essere della verità – ciò è vero, persino, su un qualche ruolo dei sussidi di disoccupazione, sebbene l’impatto sia probabilmente modesto. Ma non lo stiamo precisamente sopravvalutando? Quanto del problema dipende semplicemente da fatto che ci vuole un po’ di tempo perché l’economia torni a correre da una partenza da ferma?
Sono stato impressionato dai resoconti dall’Inghilterra, che ha avuto persino maggiore successo degli Stati Uniti nel realizzare una vaccinazione generalizzata (grazie al Servizio Sanitario Nazionale). Il punto è, l’Inghilterra e l’America hanno avuto approcci molto diversi nel sostegno ai lavoratori durante il lockdown. Noi ci siamo affidati principalmente su incrementati sussidi di disoccupazione, l’Inghilterra si è basata su un modello di “mantenimento del rapporto di lavoro” – dando sussidi ai compensi dei lavoratori collocati in congedo temporaneo da datori di lavoro in settori bloccati.
Questo modello ha comportato che l’Inghilterra abbia conosciuto una crescita molto minore di disoccupazione accertata di noi, anche se ha sofferto una profonda recessione economica:
Gli inglesi si sono comportati differentemente. Fonte: FRED [1]
Si potrebbe pensare che questo renda più facile per l’Inghilterra anche ripristinare rapidamente la sua economia al momento dello svanire dell’epidemia. Invece, la stampa inglese è pena di resoconti su datori di lavoro che hanno difficoltà nel trovare lavoratori.
Dunque forse il problema è semplicemente che è difficile fare in modo che l’economia riparta in pochi mesi.
Un indicatore che molti di noi hanno osservato durante questo strano periodo economico, nel quale i fatti che avvengono cambiano troppo velocemente per tenere il passo con le usuali statistiche, è il numero dei clienti dei ristoranti riportati dal servizio di prenotazioni OpenTable.com. Opportunamente, OpenTable fornisce dati sul numero dei clienti a sedere durante la pandemia in rapporto a quelli della data corrispondente nel 2019. Ecco quello che appare:
Una ripresa delle cene tra amici. OpenTable [2]
Alcuni produttori di automobili sono soliti promettere che le loro macchine possano passare da 0 a 60 chilometri orari in 16 secondi; ebbene, il settore della ristorazione statunitense sta cercando di passare da meno 60 – 60 per cento sotto il suo livello pre pandemia [3] – a zero in circa 16 settimane. Perché immaginarsi che tutto questo potesse accadere senza intoppi?
È vero che alcune storie piuttosto vecchiotte potrebbero rendere gli economisti compiacenti.
La maggioranza degli analisti si aspettano che la crescita economica statunitense di quest’anno possa essere la più veloce dal 1984, quando l’economia stava transitando il periodo dell’espansione del cosiddetto “Buongiorno in America” [4] dopo la recessione a due cifre del 1979-82. In apparenza, né quella recessione né quel boom che seguì somigliarono in niente agli eventi recenti. Ad un livello più profondo, tuttavia, ci sono alcune somiglianze.
In particolare, la recessione di primi anni ’80, come quella del 2020, venne provocata da una specie di shock esogeno – nel primo caso, una enorme crescita dei tassi di interesse allorché la Fed diede una stretta monetaria per frenare l’inflazione. L’impatto di quello shock, come quello del Covid-19, ricadde pesantemente particolarmente su un settore – quello degli alloggi, piuttosto dei viaggi e del tempo libero – che quindi si riprese rapidamente quando i venti contrari diminuirono di intensità:
Il periodo del “morning in America” nell’edilizia. Fonte: FRED
Eppure sono andato a rileggermi i Libri Beige su quel periodo, e non si trova molto di problemi nell’assumere i lavoratori. Perché allora in apparenza una rapida accelerazione fu più facile?
Una risposta è che per quanto essa fu talmente veloce, la ripresa non era eguagliabile a cosa sta accadendo adesso. Il settore delle costruzioni non fu mai così profondamente depresso come sono stati i viaggi ed il tempo libero nei nostri giorni.
Allora era anche diversa l’economia, con un numero maggiore di lavoratori temporaneamente sospesi che potevano essere facilmente richiamati ai loro posti di lavoro (sebbene ciò potrebbe essere vero nell’Inghilterra odierna, e ci sono ancora problemi di assunzione).
Dunque, se la domanda è se io sono interamente sicuro della ragione per la quale stiamo assistendo a resoconti sulla difficoltà delle assunzioni, la risposta è che non lo sono. Ma ho ancora il sospetto che sia un tema transitorio derivante dal far passare un’economia in stallo alla velocità in un tempo record. E in pchi mesi tutti questi problemi a breve termine probabilmente saranno stati dimenticati.
[1] In rosso il tasso di disoccupazione statunitense, in blu quello inglese. Entrambi espressi in percentuale sul totale della popolazione.
[2] Veramente, l’unico significato che “amic” pare abbia in inglese è quello di un composto chimico … Tiro ad indovinare: che sia una contrazione di “amicable”?
I clienti sembra siano stati registrati il 24 di ogni mese, dal febbraio del 2020 al maggio del 2021, su basi settimanali.
[3] Quello è il dato che corrisponde ancora alla fine del mese di gennaio del 2020: per l’appunto 16 settimane prima della fine del mese di maggio.
[4] Come abbiamo visto in altre occasioni, “Morning in America” fu il titolo di una trasmissione radiofonica che ebbe notevole fortuna di Ronald Reagan, che pare aver avuto un certa influenza nella sua successiva vittoria elettorale per il secondo mandato. Il senso era, più o meno, “è di nuovo una bella giornata in America!”.
maggio 31, 2021
May 28, 2021
By Paul Krugman
Cryptocurrency was supposed to replace government-issued fiat currency in our daily lives. It hasn’t. But one thing I’m still hearing from the faithful is that Bitcoin, or Ethereum, or maybe some crypto asset introduced by the Chinese, will soon replace the dollar as the global currency of choice.
That’s also very unlikely to happen, since it’s very hard for a currency to function as global money unless it functions as ordinary money first. But still, it’s definitely conceivable that one of these days something will displace the dollar from its current dominance. I used to think the euro might be a contender, although Europe’s troubles now make that seem like a distant prospect. Still, nothing monetary is forever.
But does it matter? My old teacher Charles Kindleberger used to say that anyone who spends too much time thinking about international money goes a little mad. What he meant, I think, was that something like the dollar’s dominance sounds as if it must be very important — a pillar of America’s power in the world. So it’s very hard for people — especially people who aren’t specialists in the field — to wrap their minds around the reality that it’s a fairly trivial issue.
First things first: Dollar dominance is real. These days America accounts for less than a quarter of world G.D.P. at market prices; less than that if you adjust for national differences in the cost of living. Yet U.S. dollars dominate currency trading: When a bank wants to exchange Malaysian ringgit for Peruvian sol, it normally trades ringgit for dollars, then dollars for sol. A lot of world trade is also invoiced in dollars — that is, the contract is written in dollars and the settlement is also in dollars. And dollars account for about 60 percent of official foreign exchange reserves: assets in foreign currencies that governments hold mainly so they can intervene to stabilize markets if necessary.
As I said, this sounds like a big deal. The dollar is, in a sense, the world’s money, and it’s natural to assume that this gives the United States what a French finance minister once called “exorbitant privilege” — the ability to buy stuff simply by printing dollars the world has to take. Every once in a while I see news articles asserting that the special role of the dollar gives America the unique ability to run trade deficits year after year, an option denied to other nations.
Except that this just isn’t true. Here are the current account balances — trade balances, broadly defined — of a few English-speaking countries over the years, measured as a percentage of their G.D.P.:
We’re not the deficit kings.Credit…International Monetary Fund
Yes, America has consistently run deficits. Australia has consistently run even bigger deficits; the U.K. has fluctuated around, but has also run big deficits on average. We’re not special in this regard.
Still, can’t we borrow money more cheaply because the dollar is top dog? If so, it’s a pretty subtle effect. As I write this, 10-year U.S. bonds are yielding 1.6 percent; British 10-years 0.8 percent; Japanese 10-years 0.07 percent. Lots of factors affect borrowing costs, but if the fact that neither the pound nor the yen are major global currencies is a major liability, it’s not obvious in the data.
Now, the pound used to be a major international currency. It wasn’t overtaken by the dollar as a reserve currency until 1955. It was still a major player into the late 1960s. But then its role quickly evaporated. By 1975 the pound was basically just a normal advanced-country currency, used domestically but not outside the country.
So did the value of the pound take a big hit when that happened? No. Here’s the real pound-dollar exchange rate — the number of dollars per pound, adjusted for differential inflation — since the early 1960s:
The pound is dead, long live the pound.Credit…FRED
There have been some big fluctuations over time, reflecting things like Margaret Thatcher’s tight-money policy and Ronald Reagan’s mix of tight money and deficit spending. But the pound has in general been much stronger since it stopped being a global currency than it was before. That’s not a big mystery: It probably reflects London’s continuing role as a global financial hub in an era of financial globalization. But again, it’s hard to see evidence that losing global currency status made much difference.
So is the dollar’s status completely irrelevant? No. The dollar’s popularity does give America a unique export industry — namely, dollars themselves. Or more specifically, Benjamins — $100 bills, which bear the portrait of Benjamin Franklin.
These days the ordinary business of life is largely digital; many Americans rarely use cash. Even the sidewalk fruit and vegetable kiosks in New York often take Venmo. Given that lived reality, it’s jarring to learn just how much currency is in circulation: more than $2 trillion, or more than $6000 for every U.S. resident.
What’s all that cash being used for? One important clue is the denomination of the notes out there:
It really is all about the Benjamins.Credit…Federal Reserve
Yep, it’s mainly Benjamins, which by and large can’t even be used in stores. They are used for payments people don’t want easily traced, usually because they’re doing something illicit.
And here’s where the dollar plays a special role: We have a lot more large-denomination notes in circulation, relative to the size of our economy, than other countries. In 2016, the value of large-denomination U.S. notes in circulation was more than 6 percent of G.D.P.; the corresponding figure for Canada was only a third as much. The main reason for the difference, almost surely, is that a lot of $100 bills are being held outside the U.S.
This willingness of foreigners to hold American cash means, in effect, that the world has lent the U.S. a substantial amount of money — maybe on the order of $1 trillion — at zero interest. That’s not a big deal when interest rates are as low as they are now, but in the past it has been worth more — maybe as much as one quarter percent of G.D.P.
America does, then, get some advantage from the special role of the dollar. But it’s hardly a major pillar of U.S. power. And being the world’s primary supplier of assets used in illegal activity isn’t exactly a role filled with glory.
So is it possible that the dollar will eventually lose its dominance? Yes. Will it matter? Not so you’d notice.
Il dollaro comanda. E dunque?
Di Paul Krugman
Si supponeva che le criptovalute sostituissero nella nostra vita quotidiana la valuta cartacea emessa dal Governo. Così non è stato. Ma una cosa che continuo a sentir dire dai credenti nelle criptovalute è che il Bitocoin, o l’Ethereum, o forse qualche cripto asset inventato dai cinesi, presto sostituirà il dollaro come prescelta valuta globale.
Questo è peraltro molto improbabile che accada, dato che è molto difficile che una valuta funzioni come moneta globale se essa non funziona anzitutto come una ordinaria moneta. Eppure, è assolutamente concepibile che uno di questi giorni qualcosa sostituisca il dollaro nel suo attuale dominio. Pensavo un tempo che l’euro avrebbe potuto essere un contendente, sebbene i guai dell’Europa la rendano adesso una prospettiva distante. Eppure, niente in materia monetaria è definitivo.
Ma è importante? Il mio vecchio docente Charles Kindleberger era solito dire che chiunque perda molto tempo a pensare alla valuta internazionale diventa un po’ matto. Intendeva dire, penso, che una cosa come il dominio del dollaro sembra debba essere molto importante – un pilastro del potere dell’America nel mondo. Cosicché è molto difficile per la gente – specialmente per le persone che non sono specialisti della disciplina – capacitarsi del dato di fatto per il quale esso è una questione discretamente banale.
Ma partiamo dall’inizio: il dominio del dollaro è vero. Di questi tempi l’America totalizza, a prezzi di mercato, meno di un quarto del PIL mondiale; meno ancora se si correggono le differenze nazionali nel costo della vita. Tuttavia il dollaro domina i commerci valutari: quando una banca vuole scambiare ringgit [1] malesi con sol [2] peruviani, essa normalmente scambia ringgit in dollari e poi dollari in sol. Anche una gran parte del commercio mondiale viene espressa in dollari – ovvero i contratti sono espressi in dollari ed anche le liquidazioni vengono fatte in dollari. E i dollari totalizzano circa il 60 per cento delle riserve ufficiali di valuta estera: asset in valute estere che i Governi detengono principalmente perché, se necessario, possono intervenire per stabilizzare i mercati.
Come ho detto, questa sembra essere una cosa molto importante. In un certo senso, il dollaro è la moneta del mondo, ed è naturale assumere che questo dia agli Stati Uniti quello che una volta un ministro della finanze francese chiamò il “privilegio esorbitante” – la possibilità di acquistare oggetti semplicemente stampando i dollari che il mondo deve acquisire. Di tanto in tanto leggo notiziari secondo i quali il ruolo speciale del dollaro dà all’America la capacità unica di gestire anno dopo anno deficit commerciali, una possibilità negata ad altre nazioni.
Sennonché questo non è proprio vero. Qua sono rappresentati gli equilibri di conto corrente – le bilance commerciali, secondo una definizione generale – di alcuni paesi di lingua inglese nel corso degli anni, misurati come percentuali dei loro PIL:
Non siamo i re dei deficit. Fonte: Fondo Monetario Internazionale
È vero, l’America ha avuto regolarmente deficit commerciali. L’Australia ha gestito regolarmente deficit persino maggiori; il Regno Unito ha avuto fluttuazioni, ma ha anch’esso gestito in media grandi deficit. Sotto questo aspetto, non siamo speciali.
Eppure, non è forse vero che possiamo prendere a prestito soldi più convenientemente perché il dollaro è quello che comanda? Se così fosse, sarebbe un effetto piuttosto sottile. Nel mentre scrivo, i bond decennali statunitensi stanno rendendo l’1,6 per cento; quelli inglesi lo 0,8 per cento; quelli giapponesi lo 0,07 per cento. Una grande quantità di fattori influenzano i costi di indebitamento, ma non è così evidente dai dati il fatto che né la sterlina né lo yen abbiano un onere importante per non essere principali valute globali.
Ora, la sterlina un tempo era una principale valuta internazionale. Venne sostituita dal dollaro come valuta di riserva dal 1955. Restò un protagonista importante sino alla fine degli anni ’60. Ma allora il suo ruolo rapidamente svanì. Col 1975 la sterlina era fondamentalmente una normale valuta di un paese avanzato, utilizzata internamente ma non all’esterno del paese.
Dunque il valore della sterlina subì un gran colpo quando tutto ciò accadde? No. Ecco il reale tasso di cambio sterlina-dollaro – il numero di dollari per sterlina, corretto per il differenziale di inflazione – a partire dai primi anni ’60:
La sterlina è morta, lunga vita alla sterlina. Fonte: FRED
Ci sono state alcune grandi fluttuazioni nel corso del tempo, che riflettevano episodi come la politica di restrizione monetaria d Margaret Thatcher o il misto di restrizione monetaria e di spesa in deficit di Ronald Reagan. Ma in generale la sterlina è stata molto più forte dopo che si interruppe la sua funzione come valuta globale che non prima. Né si tratta di un grande mistero: esso probabilmente riflette il perdurante ruolo di Londra come centro finanziario globale in un’epoca di globalizzazione finanziaria. Ma ancora, è difficile vedere prove che la perdita di status valutario globale abbia fatto molta differenza.
Dunque, lo status del dollaro è completamente irrilevante? No. La popolarità del dollaro dà in effetti all’America un settore di esportazione unico – vale a dire, i dollari stessi. O più precisamente, i Benjamins – i biglietti da 100 dollari, che recano il ritratto di Benjamin Franklin.
Di questi tempi, gli affari ordinari della vita sono in gran parte digitali: molti americani usano raramente il contante. Persino nei chioschi di frutta e verdura sui marciapiedi di New York spesso si accetta Venmo [3]. Data questa realtà vissuta, fa impressione apprendere quanta valuta sia esattamente in circolazione: più di 2 mila miliardi di dollari, ovvero più di 6.000 dollari per ogni residente degli Stati Uniti.
Per cosa viene utilizzato tutto questo contante? Un indizio importante è la denominazione di queste banconote in circolazione:
Sono per davvero tutti ‘Benjamins’. Fonte: Federal Reserve
È così, sono principalmente ‘benjamins’, che in linea di massima non possono neppure essere utilizzati nei negozi. Vengono usati per i pagamenti a persone che non vogliono essere facilmente tracciate, di solito perché stanno facendo qualcosa di illecito.
Ed ecco dove il dollaro gioca un ruolo speciale: in rapporto alle dimensioni della nostra economia, noi abbiamo molte più banconote di grosso taglio in circolazione rispetto agli altri paesi. Nel 2016, il valore delle banconote di grosso taglio in circolazione negli Stati Uniti era più del 6 per cento del PIL; il corrispondente dato del Canada era soltanto un terzo. La principale ragione della differenza, quasi sicuramente, è che molte delle banconote da 100 dollari vengono utilizzate fuori dagli Stati Uniti.
In effetti, la propensione degli stranieri a detenere contante americano comporta che il mondo ha prestato agli Stati Uniti una sostanziale quantità di moneta – forse nell’ordine di mille miliardi di dollari – ad interesse zero. Questo non è un grand’affare quando i tassi di interesse sono bassi come sono oggi, ma in passato ha avuto un valore maggiore – sino ad un quarto per cento del PIL.
Dunque, l’America ha in effetti qualche vantaggio dal ruolo speciale del dollaro. Ma esso difficilmente può essere considerato un pilastro della potenza statunitense. Ed essendo la principale fornitura di asset del mondo utilizzata in attività illegali, non è precisamente un ruolo ricoperto con gloria.
Dunque è possibile che il dollaro alla fine perda il suo dominio? Sì. Sarà importante? Non più di tanto.
[1] Il ringgit è la valua della Malesia. La parola ringgit significa “zigrinato” e fu inizialmente usata per indicare il bordo del dollaro spagnolo d’argento che circolava diffusamente nell’area. Anche il dollaro di Singapore ed il dollaro del Brunei sono chiamati ringgit in malese (invece le valute come il dollaro statunitense ed il dollaro australiano sono chiamati dolar) e da ciò deriva l’abbreviazione ufficiale di RM per Ringgit Malaysia. Wikipedia
[2] Il nuovo sol peruviano è la valuta del Perù e venne introdotta il 1º luglio 1991 per sostituire l’incredibilmente inflazionato Inti, con un tasso di cambio di 1.000.000 a 1.
[3] Venmo è un servizio di pagamento mobile di proprietà di PayPal. I titolari di account Venmo possono trasferire fondi ad altri tramite un’app per telefono cellulare; sia il mittente che il destinatario devono vivere negli Stati Uniti Ha gestito $ 159 miliardi di transazioni nel primo trimestre del 2018.
maggio 22, 2021
May 21, 2021
By Paul Krugman
Lately I’ve been getting a lot of mail from readers infuriated by my relative nonchalance about two issues: budget deficits and money growth. When I point out that the federal government is able to borrow at incredibly low interest rates, some retort that this is only because the Federal Reserve is buying a lot of debt. When I say that we shouldn’t be worried about runaway inflation, some point to the rapid growth in the money supply and say that we’re on the verge of becoming Venezuela.
These are actually related complaints — and both, I’d argue, reflect common misunderstandings about what’s actually going on both with the Fed’s balance sheet and with the “money supply.” (Scare quotes explained shortly.)
So, what makes an asset money? There’s no ineffable essence that makes green pieces of paper bearing portraits of dead presidents money, whereas vintage comic books aren’t. Money is defined by what it can do — above all, serve as a medium of exchange, something you accept in return for what you have, and then hand over for what you want.
To play this role an asset must also be a reasonably stable store of value — not losing or gaining 30 percent over the course of a day. And a widely used medium of exchange also becomes a unit of account: we calculate profits and debts, make financial deals, in dollars — not with promises to hand over, say, a certain number of sheep.
Since money is a role, not a thing, does it even make sense to calculate the quantity of money? Yes, under certain circumstances. Tracking the number of dead presidents in circulation sometimes helps predict inflation. Tracking broader “monetary aggregates,” which include things like bank deposits that can also be used for payment, may also be useful.
In their landmark 1963 book “A Monetary History of the United States,” Milton Friedman and Anna Schwartz convinced many economists that M2, a measure that included both checkable deposits and other bank deposits that could easily be transferred to checking accounts, was a powerful economic predictor — so much so that the Federal Reserve could basically cure the business cycle simply by keeping M2 growing slowly but steadily. In particular, they argued that the Fed could have prevented the Great Depression if it had prevented M2 from falling 30 percent from 1929 to 1933.
But here’s the thing: the Fed doesn’t directly control M2. All it controls is the “monetary base,” the sum of bank reserves and currency in circulation. (It only controls the sum, not the individual components, since people can decide to withdraw currency from banks or put it back.) What Friedman and Schwartz asserted was that the Fed can control M2 indirectly — that it can push monetary aggregates up or down if it’s willing to move the monetary base enough.
The 2008 financial crisis wasn’t kind to that view. The Fed hugely increased the monetary base, but banks basically just sat on the additional reserves, so that deposits and hence M2 didn’t rise much:
Does the Fed really control the money supply?Credit…FRED
This in turn very much calls into question the notion that the Fed could have prevented the Great Depression. But that’s another story.
More to the current point, M2 has in fact soared during the pandemic:
M2, reaching for the sky.Credit…FRED
And the Fed has indeed bought a lot of government debt. But is the Fed really financing the budget deficit?
Not really. At a fundamental level, households are financing the deficit: the funds being borrowed by the government are coming out of the huge savings undertaken by families saving much of their income in an environment where much of their usual consumption hasn’t felt safe.
However, household financing of the deficit isn’t direct. Instead, it has taken the form of a sort of financial daisy chain. Families are stashing their savings in banks. Banks, in turn, have been accumulating reserves — that is, lending to the Fed, which these days pays interest on bank reserves. And the Fed has been buying government bonds.
Here’s a rough picture:
The monetary daisy chain.Credit…FRED
More or less, households have acquired $2 trillion in deposits; banks have acquired $2 trillion in reserves; and the Fed has acquired $2.5 trillion in government securities. Wait, what’s that extra $500 billion? It appears that someone has been stashing away huge amounts of currency — probably mostly $100 bills, probably mostly outside the U.S. I guess not all Russian gangsters trust Bitcoin.
Exactly why the process has been so indirect is an interesting question. A guess is that private players are worried about liquidity, about having quick access to their funds if necessary. So both families and banks want deposits they can draw down in a pinch, not Treasury securities that might be slightly harder to liquidate.
In any case, there are two points about this process. First, it says that low interest rates aren’t the result of artificial manipulation: there really are a lot of savings with nowhere to go, which are being made available cheaply to the government. Second, because the daisy chain of lending runs through bank deposits, it shows up in the measured money supply. But it isn’t really a monetary expansion in the sense many people imagine. The Fed isn’t the Venezuelan government printing bolívars to pay its soldiers; it’s basically acting as a financial intermediary for investors who want to park their money somewhere safe.
And while there are plenty of reasons to worry about what’s going on in the U.S. economy, Fed purchases of bonds and rising M2 aren’t on the list. Chill out.
Di cosa parliamo quando parliamo di denaro,
di Paul Krugman
Recentemente ricevo molte mail da parte di lettori infuriati per la mia relativa indifferenza su due temi: i deficit di bilancio e la crescita della moneta. Quando metto in evidenza che il Governo federale è nelle condizioni di indebitarsi a tassi di interesse incredibilmente bassi, qualcuno ribatte che questo dipende dal fatto che la Federal Reserve sta comprando una gran quantità di debito [1]. Quando dico che non dovremmo preoccuparci per l’inflazione fuori controllo, alcuni indicano la rapida crescita dell’offerta di denaro e sostengono che siamo prossimi a diventare come il Venezuela.
Si tratta di rimostranze collegate – e entrambe, direi, riflettono una comune incomprensione di quello che sta effettivamente succedendo sia con gli equilibri patrimoniali della Fed che con l’ “offerta di denaro” (le virgolette le spiego tra breve).
Dunque, cosa produce una risorsa di denaro? Non c’è alcuna ineffabile essenza che fa diventare denaro i fogli verdi cartacei che ritraggono i Presidenti morti, dato che non sono fumetti d’annata. Il denaro è definito da quello che può fare – servire, soprattutto, come mezzo di cambio, qualcosa che si accetta in cambio di quello che si vuole avere, e quindi che si cede per quello che si vuole.
Per giocare questo ruolo un cespite deve anche essere una stabile riserva di valuta – non perdere o guadagnare il 30 per cento nel corso di una giornata. E un mezzo di scambio ampiamente utilizzato diventa anche una unità di conto: calcoliamo i profitti e i debiti, facciamo accordi finanziari, in dollari – non con la promessa di consegnare, ad esempio, un certo numero di pecore.
Dato che il denaro è una funzione, non una cosa, ha addirittura senso calcolare la quantità di denaro? A certe condizioni, sì, ha senso. Monitorare il numero dei ‘Presidenti morti’ in circolazione talora aiuta a prevedere l’inflazione. Anche seguire i più ampi “aggregati monetari”, che includono cose come i depositi bancari che possono anche essere usati per i pagamenti, può essere utile.
Nel loro libro pietra miliare del 1963 “Una storia monetaria degli Stati Uniti”, Milton Friedman e Anna Schwartz convinsero molti economisti che lo M2, una misura che includeva sia i depositi ‘controllabili’ [2] che altri depositi bancari che potevano essere facilmente trasferiti su conti correnti bancari, era un potente indicatore economico – al punto tale che la Federal Reserve poteva fondamentalmente sorvegliare il ciclo economico mantenendo la crescita dello M2 lenta ma regolare. In particolare, essi sostennero che la Fed avrebbe potuto impedire la Grande Depressione se avesse impedito la caduta del 30 per cento dello M2 dal 1929 al 1933.
Ma qua è il punto: la Fed non controlla direttamente lo M2. Tutto ciò che essa controlla è la “base monetaria”, la somma delle riserve bancarie e della moneta in circolazione (essa controlla solo la somma, non le singole componenti, dal momento che le persone possono decidere di ritirare valuta dalla banca o di mettercela). Quello che Friedman e Schwartz sostennero era che la Fed può controllare indirettamente lo M2 – che può spingere gli aggregati in alto o in basso se è disponibile a muovere a sufficienza la base monetaria.
La crisi finanziaria del 2008 non si adattò a quel punto di vista. La Fed accrebbe grandemente la base monetaria, ma le banche fondamentalmente si sedettero sulle risorse aggiuntive, cosicché i depositi e conseguentemente lo M2 non crebbe granché:
La Fed controlla davvero l’offerta di denaro? Fonte: FRED [3]
Questo, a sua volta, solleva molti dubbi sul concetto he la Fed avrebbe potuto impedire la Grande Depressione. Ma questa è un’altra storia.
Per venire ala situazione attuale, lo M2 in effetti è salito alle stelle durante la pandemia:
Lo M2 arriva al cielo. Fonte: FRED
E la Fed ha infatti acquistato molto debito pubblico. Ma la Fed sta davvero finanziando i deficit di bilancio?
In realtà, no. Fondamentalmente le famiglie stanno finanziando il deficit: i fondi che vengono presi in prestito dal Governo provengono dai grandi risparmi assunti dalle famiglie, le quali risparmiano buone parte del loro reddito in un contesto nel quale molti dei loro consueti consumi non sono percepiti sicuri.
Tuttavia, il finanziamento del deficit da parte delle famiglie non è diretto. Ha preso piuttosto la forma di una catena finanziaria in sequenza. Le famiglie mettono la pare i loro risparmi nelle banche. Le banche, a loro volta, stanno accumulando riserve – ovvero, prestandole alla Fed, che al giorno d’oggi paga un interesse sulle riserve delle banche. E la Fed sta acquistando obbligazioni sul debito.
Ecco il quadro approssimativo:
La catena monetaria a sequenza. Fonte: FRED
Più o meno, le famiglie hanno acquistato 2 mila miliardi di dollari di depositi; le banche hanno acquistato 2 mila miliardi di dollari di riserve e la Fed ha acquistato 2.500 miliardi di dollari di titoli pubblici. Ma un momento, cosa sono quei 500 miliardi di dollari in eccesso? Sembra che qualcuno stia mettendo da parte enormi quantità di valuta – probabilmente in gran parte in biglietti da cento dollari, probabilmente in gran parte fuori dagli Stati Uniti. Suppongo che non tutti i gangster russi abbiano fiducia nel Bitcoin. [5]
La ragione precisa per la quale il procedimento è stato così indiretto è una questione interessante. Una ipotesi è che i soggetti privati siano preoccupati della liquidità, dell’avere un rapido accesso ai loro fondi in caso di necessità. Dunque sia le famiglie che le banche desiderano che i depositi possano essere ritirati all’occorrenza, non titoli del Tesoro che potrebbe essere leggermente più difficile liquidare.
In ogni caso, ci sono due aspetti di questo procedimento. Il primo, esso dice che i bassi tassi di interesse non sono il risultato di una manipolazione artificiale: in realtà c’è una grande quantità di risparmi che non hanno dove andare, che vengono messi convenientemente a disposizione del Governo. Il secondo, dato che la catena in sequenza dei prestiti corre attraverso i depositi bancari, essa si manifesta nell’offerta misurata di denaro. Ma non si tratta di una espansione monetaria nel senso in cui in molti si immaginano. La Fed non è il Governo venezuelano che stampa bolivar per pagare i suoi soldati: sta fondamentalmente agendo come un intermediario per gli investitori che vogliono parcheggiare i loro soldi in qualche modo con sicurezza.
E mentre ci sono un buon numero di ragioni per preoccuparsi di quanto sta accadendo nel’economia statunitense; gli acquisti di obbligazioni da parte della Fed e la crescita dell M2 non fanno parte della lista. Tranquilli.
[1] “Comprare” il debito, per un banca centrale, significa comprare le obbligazioni sul debito emesse dagli Stati.
[2] “Deposito controllabile” è un termine tecnico che significa che da un conto si possono ritirare a piacimento fondi, senza alcuna notifica. Nello M2 queste attività sono ricomprese, in aggiunta, ovviamente, alla moneta circolante.
[3] FRED è l’acronimo di Federal Reserve Economic Data, ed è un servizio che è svolto dalla banca della Fed di St. Louis.
[4] La linea verde nella Tabella indica i depositi totali dei risparmiatori; quella rossa indica il totale delle riserve delle banche; quella blu l’attività sui titoli del Tesoro statunitense.
[5] I 500 miliardi di dollari in eccesso, se ben capisco, sono quelli degli acquisti di obbligazioni che eccedono la “sequenza” dei risparmi delle famiglie e delle riserve bancarie. Ma allora quei titoli non sono tutti acquistati dalla Fed? Da qua l’ipotesi che alcuni miliardari globali, come gli oligarchi russi, stiano acquistando titoli? In effetti, la Tabella non dice che la linea blu sono le obbligazioni acquistate dalla Fed, ma soltanto che sono i titoli ‘complessivamente detenuti’. Invece è chiaro il riferimento al Bitcoin: non tutti i miliardari ne hanno fiducia, anche gli ‘oligarchi’ si fidano di più dei titoli di stato americani.
maggio 16, 2021
May 13, 2021
By Paul Krugman
Some years back I tried to make a distinction between zombie ideas — ideas that should have been killed by evidence, but just keep shambling along, eating people’s brains — and cockroach ideas, false beliefs that sometimes go away for a while but always come back.
And lately I’ve been noticing an infestation of monetary cockroaches. In particular, I’m hearing a lot of buzz around how the Fed’s wanton abuse of its power to create money will soon lead to runaway inflation — or maybe that we’re already experiencing high inflation, but it’s being hidden by dishonest government statistics.
There was a lot of talk along those lines a decade ago, but it faded out as it became obvious to everyone that hyperinflation just wasn’t happening. Now it’s back, I think for a couple of reasons.
For one thing, we are seeing some actual inflation as a recovering economy runs into bottlenecks — shortages of lumber, shipping containers, used cars, etc. I believe, and the Fed believes, that these shortages are temporary, that this is only a blip and that inflation will subside; but we could be wrong, and at least there’s some substance to this concern.
But a lot of the money-printing panic is, I believe, coming from the crypto crowd. I’ve been in a number of extended (and determinedly civil) discussions with boosters of Bitcoin etc., doing my best to keep an open mind. What happens in these discussions is that skeptics like me keep pressing for an answer to the question, “What problem is cryptocurrency supposed to solve, exactly?” And at some point the answer always devolves to some version of “Fiat money is doomed because the Fed won’t stop running the printing press.”
So it seems to me that it would be useful to talk about why that’s a really bad take, and has been a bad take over and over again for the past 40 years.
To be fair, printing huge amounts of money to pay the government’s bills does in fact lead to high inflation. Take the example of Brazil in the early 1990s:
Yes, printing money can cause inflation.Credit…FRED
But nothing like that has happened in the U.S., even during periods when monetary aggregates like M2 have increased dramatically. Anyone claiming that big increases in M2 presage surging inflation was wrong again and again since the 1980s. I mean really, really wrong:
M2 hasn’t been much use for decades.Credit…FRED
Why?
There are actually two big fallacies in the “printing press goes brrr -> inflation” story.
One of them is what I think of as the doctrine of immaculate inflation: the notion that an increase in the money supply somehow translates directly into inflation without causing economic overheating along the way. Many people have fallen for that fallacy over the years. Among them was no less a figure than Milton Friedman. He looked at rapid growth in M1 during the early 1980s:
Friedman’s mistake.Credit…FRED
And from 1982 to 1985 he repeatedly predicted a resurgence of inflation: 8 percent for 1983, double-digit for 1984, 8 to 10 percent for 1985.
Obviously none of that happened. Instead, a slack economy with high unemployment led to declining inflation over the whole period:
Inflation, not immaculate.Credit…FRED
Today’s inflationistas, however, don’t know anything about that history.
The other fallacy of the modern inflationistas is that they don’t understand how the role of money changes in a world of very low interest rates, even though we’ve been living in that kind of world for a very long time.
Before 2007 it was expensive for people to hold money, because cash yielded no interest while bank deposits paid less than other assets like Treasury bills. So people held money only because of its liquidity — the fact that it could readily be spent. When the Fed increased the money supply, this left the public with more liquidity than it wanted, so that the money would be used to buy other assets, driving interest rates down and leading to higher overall spending.
But when interest rates are very low — which they have been for years, basically because there’s a glut of savings relative to perceived investment opportunities — money is, at the margin, just another asset. When the Fed increases the money supply, people don’t feel any urgent need to put that cash to more lucrative uses, they just sit on it. The money supply goes up, but G.D.P. doesn’t, so the “velocity” of money — the ratio of G.D.P. to the money supply — plunges:
Money just sits there these days.Credit…FRED
These aren’t new insights. I wrote about all of this in the context of Japan back in the 1990s, and even that was mainly a formalization of insights many economists had held for decades. And while it took a while, my sense is that by 2014 or so the great majority of economic commentators had accepted that looking at the money supply in the U.S. context offered basically no information about future inflation.
But now we have a new crop of financial types, especially, as I said, people associated with crypto, who don’t know about any of that and, as so often happens with money people, assume that they already know everything. So we’re having a fresh infestation of monetary cockroaches, and everything has to be explained again.
Il ritorno degli scarafaggi monetari,
di Paul Krugman
Alcuni anni fa cercai di fare una distinzione tra le idee zombi – idee che dovrebbero essere state liquidate dalle prove, ma che continuano a circolare mangiandosi il cervello delle gente – e le idee scarafaggio, convinzioni false che talora se ne vanno per un po’ ma tornano sempre indietro.
E di recente vengo notando una infestazione di scarafaggi monetari. In particolare, ascolto un sacco di voci su come la Fed farebbe un abuso smodato del suo potere di creare denaro che presto porterà ad un inflazione fuori controllo – o magari che stiamo già avendo una alta inflazione, ma essa viene nascosta da statistiche disoneste del Governo. Ci furono un sacco di chiacchiere di questo genere una decina d’anni orsono, ma svanirono quando divenne evidente che l’iperinflazione proprio non stava accadendo. Adesso tornano, penso per un paio di ragioni.
Da una parte, stiamo assistendo ad un po’ di effettiva inflazione allorché l’economia si imbatte in strozzature – carenza di legname, di container per le spedizioni, auto usate, etc. Io credo, e la Fed crede, che queste carenze siano temporanee, che siano solo un contrattempo e che l’inflazione recederà; ma potremmo sbagliare, e almeno in questa preoccupazione c’è un po’ di sostanza. Ma credo che molto del panico per la creazione di moneta venga dalle gente delle criptovalute. Ho partecipato ad un certo numero di lunghi (e decisamente civili) dibattiti con i sostenitori del Bitcoin, facendo del mio meglio per mantenere una posizione aperta. Quello che accade in questi dibattiti è che gli scettici come me continuano ad insistere per avere una risposta alla domanda: “Esattamente, quale problema si pensa che le criptovalute risolvano?”. E in qualche momento la risposta inevitabilmente si risolve in una versione del tipo “La moneta legale è condannata perché la Fed non smetterà di stampare moneta”.
Dunque mi sembra che sarebbe utile parlare della ragione per la quale quella è una pessima posizione, ed è stata una pessima posizione ripetutamente nel corso degli ultimi 40 anni. Ad esser giusti, stampare grandi quantità di moneta per pagare i conti del Governo porta davvero ad una elevata inflazione. Si prenda l’esempio del Brasile nei primi anni ’90:
Sì, stampare moneta può provocare inflazione. Fonte: Federal Reserve Economic Data (FRED)
Ma niente del genere è accaduto negli Stati Uniti, neppure nei periodi nei quali gli aggregati monetari come lo M2 [1] sono cresciuti in modo spettacolare. Chiunque sosteneva che i grandi incrementi di M2 facessero presagire l’inflazione ebbe continuamente torto negli anni ’80. Intendo dire, torto marcio.
Dello M2 non è stato fatto un gran uso per decenni. Fonte: FRED
Perché?
In realtà ci sono due grandi errori nel racconto secondo il quale stampare moneta porta ineluttabilmente all’inflazione.
Uno di essi è quello che definisco come la dottrina della immacolata inflazione: l’idea che ogni aumento dell’offerta di denaro in qualche modo si traduca direttamente in inflazione senza provocare nel suo percorso un surriscaldamento dell’economia. Molte persone si sono fatte ingannare, nel corso degli anni, da quell’errore. Tra di esse ci fu niente di meno che un personaggio come Milton Friedman. Nei primi anni ’80 egli osservò una rapida crescita del M1:
L’errore di Friedman. Fonte: FRED
E dal 1982 al 1985 egli previde ripetutamente un ripresa dell’inflazione: dell’8 per cento nel 1983, a due cifre nel 1984, dall’8 al 10 per cento nel 1985.
Ovviamente non accadde niente del genere. Invece, un’economia fiacca con alta disoccupazione condusse nell’intero periodo ad un calo dell’inflazione:
Una inflazione, non immacolata. Fonte: FRED
Gli inflazionisti odierni, tuttavia, non conoscono niente di quella storia.
L’altro errore degli inflazionisti odierni è che essi non capiscono come il ruolo della moneta cambi in un mondo di tassi di interesse molto bassi, anche se è in quel genere di mondo che stiamo vivendo da molti anni.
Prima del 2007 era costoso per la gente tenersi il denaro, perché il contante non fruttava alcun interesse mentre i depositi bancari pagavano meno di altri asset come i buoni del Tesoro. Dunque le persone si tenevano il denaro solo per la sua liquidità – perché poteva essere speso prontamente. Quando la Fed aumentò l’offerta di moneta, questo lasciò la gente con una liquidità maggiore di quella che essa voleva, cosicché il denaro poté essere usato per acquistare altri asset, abbassando i tassi di interesse e portando ad una spesa complessiva maggiore.
Ma quando i tassi di interesse sono divenuti molto bassi – il che è avvenuto per anni, fondamentalmente perché c’è un eccesso di risparmi in rapporto alle opportunità percepite di investimento – il denaro è, al margine, precisamente un altro asset. Quando la Fed aumenta l’offerta di denaro, la gente non sente alcun bisogno urgente di mettere quei soldi in utilizzi più lucrativi, semplicemente se li tiene. L’offerta di denaro sale, ma non sale il PIL, cosicché la “velocità” della moneta – il rapporto tra il PIL e l’offerta di denaro – crolla:
Di questi tempi i soldi stanno lì. Fonte: FRED
Queste non sono nuove intuizioni. Scrissi su tutto questo al’epoca del ‘ritorno’ [3] del Giappone negli anni ’90, e anche allora era principalmente una manifestazione di intuizioni che molti economisti avevano avuto da decenni. E se c’è voluto un po’ di tempo, la mia sensazione è che col 2014 o giù di lì la grande maggioranza degli economisti aveva accettato che osservare l’offerta di denaro nel contesto statunitense non offriva alcuna informazione sull’inflazione futura.
Ma adesso abbiamo una nuova messe di soggetti finanziari, in particolare, come ho detto, persone associate con le criptovalute, che non sanno niente di tutto ciò e, come accade di frequente con le persone provviste di denaro, suppongono di conoscere già tutto. Dunque abbiamo una nuova infestazione di scarafaggi monetari, e tutto deve essere nuovamente spiegato.
[1] M1 indica la base monetaria (riserve delle banche e moneta corrente). M2 invece indica l’aggregato monetario che include anche aree “vicine alla moneta”, come i depositi dei risparmi, i titoli dei mercati monetari, i fondi delle società di investimento)
[2] La linea blu indica l’andamento dell’aggregato monetario M2; come si vede esso ha avuto considerevoli alti e bassi. Ma la linea rossa indica l’andamento delle spese per consumi personali (esclusi alimenti ed energia), che dalla metà degli anni ’80 non hanno avuto affatto le stesse variazioni significative.
[3] Credo che il termine “ritorno” derivi da una espressione che venne allora usata dallo stesso Krugman, che si riferiva al fatto che la “trappola di liquidità” era tornata. Se non ricordo male, un suo saggio aveva un titolo ironico, del tipo “It’s baaaack!”.
maggio 3, 2021
April 30, 2021
By Paul Krugman
Friday’s column was mainly about the payoffs to expanded child care, but I also talked a bit about the consistent failure of conservative predictions that say raising taxes on high incomes will lead to economic disaster and introducing tax cuts will lead to nirvana. However, I didn’t talk about why tax rates on the rich don’t seem to have major economic consequences. So I thought I’d devote today’s newsletter to some speculations on that question.
It’s not because incentives don’t matter. Clearly, they do. France’s high taxes haven’t led to low employment of prime-age adults, but generous benefits for those who retire early have led to low employment among near-seniors:
The French are a retiring people.Credit…OECD
How, then, can we explain the lack of clear responses (other than tax avoidance) to changes in the tax rate on top incomes?
One answer, which I suspect is relevant in the uppermost strata of the income distribution, is that at that level people don’t seek more money so they can afford more things, since they’re already able to afford far more luxury than anyone can enjoy. Instead, it’s about keeping score; that is, their goal is to make as much or more than the people they compare themselves with. And raising taxes on rich people in general doesn’t eliminate the race to out-earn one’s rivals.
Even to the extent that the rich seek income for what it can buy, however, it’s not clear that cutting their taxes will lead to greater effort. Indeed, it could lead to reduced effort, because it becomes easier for them to afford what they want.
Readers who took economics probably realize that I’m talking about income effects as opposed to substitution effects, a distinction that plays a crucial role in understanding how wages affect labor supply.
As most intro econ texts including the best one explain, higher wages have two effects on workers. They have an incentive to work more, because an extra hour gets them more stuff. But they’re also more affluent, which lets them consume more — and one of the things they might choose to consume is more leisure, i.e., they might choose to work less.
Historically, in fact, higher wages have generally led to reduced working hours. Wages have increased enormously over the past century and a half, but the workweek has gotten a lot shorter:
Wages up, hours down.Credit…Our World in Data
So if tax cuts for the rich are like a wage hike, they could lead to less rather than more effort.
But wait: the top tax rate is a marginal rate, not an average rate. Individuals making, say, $600,000 a year pay 37 percent on the last dollar they earn, but most of their income is taxed at substantially lower rates — and those rates won’t be affected if President Biden succeeds in raising the top rate back to 39.6 percent. So you might think that raising or lowering the top rate is not, in fact, much like changing affluent Americans’ wages.
But here’s the thing: most of the earned income accruing to people in the top tax bracket is, in fact, taxed at the top rate. (Capital gains etc. are a different story.) Why? Because the distribution of income at the top is itself very unequal: there are huge disparities even within the economic elite. According to estimates by Thomas Piketty and Emmanuel Saez, almost half the income of the top 1 percent accrues to the top 0.1 percent, a category that begins at around three times as high a threshold.
Now, high incomes closely follow a Pareto distribution, indeed to an eerie extent. Here’s a plot of high incomes versus the percentage of taxpayers with incomes above that level, both expressed in natural logs:
A weirdly exact relationship.Credit…Piketty and Saez
In such a distribution, the top .05 percent is to the top 0.5 percent what the top 0.1 percent is to the top 1 percent, so what is true of the distribution of income within the 1 percent is also true of the distribution within the roughly 0.5 percent of Americans subject to the top tax rate. This means that, as I said, most of the income accruing to that group is taxed at the top rate. And this in turn means that cutting that top rate is more like an across-the-board wage rise for the elite than you might think — and wage rises don’t tend to increase work effort.
Or to put it a bit differently, while tax cuts for the rich may offer an incentive to work harder, they’re also a big giveaway that encourages the elite to work less.
Of course, the fact that tax cuts at the top are a big giveaway is precisely the reason that belief in the immense economic importance of low taxes is such an unkillable zombie. As Upton Sinclair famously said, it’s difficult to get a man to understand something when his salary depends on his not understanding it.
Perchè non tagliare le tasse sul lavoro dei ricchi? [1]
Di Paul Krugman
L’articolo di venerdì riguardava principalmente i vantaggi della espansione dell’assistenza ai bambini, ma parlavo anche un po’ del costante fallimento delle previsioni conservatrici secondo le quali alzare le tasse sui redditi elevati porterà al disastro economico e approvare tagli delle tasse porterà al nirvana. Tuttavia, non dicevo niente sul perché le aliquote fiscali sui ricchi non sembrano avere importanti conseguenze economiche. Dunque ho pensato di dedicare la lettera di oggi a qualche speculazione su quel tema.
Il punto non è che gli incentivi non contino. Chiaramente sono importanti. Le tasse elevate della Francia non hanno portato ad una bassa occupazione degli adulti nella principale età lavorativa, ma i sussidi generosi per coloro che vanno in pensione prematuramente hanno portato alla bassa occupazione tra i quasi anziani:
I francesi sono un popolo di pensionati. Fonte: OCSE
Come possiamo, dunque, spiegare l’assenza di chiare reazioni (a parte l’elusione fiscale) ai cambiamenti nella aliquota fiscale sui redditi più alti?
Una risposta, che sospetto sia rilevante negli strati più alti della distribuzione del reddito, è che le persone di quel livello non cercano soldi per potersi permettere più beni, dal momento che già possono permettersi più lussi di quanto nessuno possa godere. Riguarda, invece, i punteggi che ottengono; ovvero, il loro obbiettivo è di realizzare altrettanto o di più delle persone con le quali si confrontano. Ed alzare le tasse sulle persone ricche in generale non elimina la corsa a guadagnare con i propri rivali.
Persino nelle misura in cui i ricchi sono alla ricerca di reddito per quello che possono acquistare, tuttavia, non è chiaro se tagliare le loro tasse porterà ad un impegno maggiore. In effetti potrebbe portare ad un impegno minore, perché per loro diventa più facile permettersi quello che vogliono.
I lettori che hanno seguito corsi di economia probabilmente capiscono che sto parlando degli effetti del reddito in quanto opposti agli effetti di sostituzione, una distinzione che gioca un ruolo cruciale nella comprensione delle ragioni per le quali i salari influenzano l’offerta di lavoro.
Come spiegano la maggioranza dei testi introduttivi all’economia, compreso il migliore [3], i salari più alti hanno due effetti sui lavoratori. Sono un incentivo a lavorare di più, perché con un ora aggiuntiva ottengono più cose. Ma i lavoratori sono adesso anche più benestanti, il che consente loro di consumare di più – e una delle cose che possono scegliere di consumare è più tempo libero, ovvero possono scegliere di lavorare di meno.
Di fatto, storicamente, i salari più alti hanno in genere portato ad una riduzione delle ore di lavoro. I salari sono cresciuti enormemente nel corso del secolo e mazzo passato, ma la settimana lavorativa è diventata molto più corta:
I salari crescono, le ore si riducono. Fonte: Our World in data.
Dunque, se i tagli delle tasse per i ricchi sono simili agli aumenti dei salari, potrebbero portare ad un impegno minore anziché superiore.
Ma, un momento: l’aliquota fiscale più elevata è una aliquota merginale, non una aliquota media. Le persone che realizzano, diciamo, 600.000 dollari all’anno pagano il 37 per cento sull’ultimo dollaro che guadagnano, ma la maggior parte del loro reddito è tassata con aliquote sostanzialmente più basse – e quelle aliquote non sono influenzate se il Presidente Biden ha successo nel riportare l’aliquota massima al 39,6 per cento [5]. Dunque, potreste supporre che alzare o abbassare l’aliquota massima, di fatto, non è proprio come cambiare i compensi degli americani benestanti.
Ma qua è il punto: la maggior parte del reddito guadagnato che affluisce alle persone nella fascia di reddito più alta viene, di fatto, tassato all’aliquota massima (i guadagni da capitale e le cose simili sono una storia diversa). Perché? Perché la distribuzione del reddito nella fascia più alta è anch’essa molto ineguale: ci sono grandi disparità anche all’interno dell’elite economica. Secondo le stime di Thomas Piketty e di Emmanuel Saez, quasi la metà del reddito dell’1 per cento dei più ricchi matura a favore dello 0,1 per cento dei più ricchi, una categoria che parte da una soglia circa tre volte più alta.
Ora, i redditi alti seguono strettamente una distribuzione paretiana, in effetti in una misura inquietante. Ecco un grafico dei redditi alti in rapporto alla percentuale dei contribuenti con redditi superiori a quel livello, entrambi espressi in logaritmi naturali:
Una relazione stranamente esatta. Fonte: Piketty e Saez
In tale distribuzione, l’ 0,05 per cento dei più ricchi sta allo 0,5 per cento dei più ricchi come quello dello 0,1 per cento sta all’1 per cento, cosicché ciò che è vero per la distribuzione del reddito all’interno dell’1 per cento è anche vero per la distribuzione all’interno del gruppo dello 0,5 per cento degli americani che è soggetto alla aliquota massima. Questo comporta che, come ho detto, la maggior parte del reddito che affluisce a quel gruppo è tassata all’aliquota massima. E questo comporta a sua volta che tagliare l’aliquota massima è probabile sia più simile ad una universale crescita dei compensi per le elite di quello che si penserebbe – e gli aumenti dei compensi non tendono ad incrementare l’impegno a lavorare.
O per dirla un po’ diversamente, mentre i tagli delle tasse per i ricchi possono offrire un incentivo a lavorare più duramente, essi sono anche un grande regalo che incoraggia le elite a lavorare meno.
Naturalmente, il fatto che gli sgravi fiscali ai più ricchi siano un grande regalo è precisamente la ragione per la quale la convinzione sulla immensa importanza di basse tasse sia a tal punto uno zombi indistruttibile. Come notoriamente disse Upton Sinclair, è difficile far comprendere ad una persona qualcosa, quando il suo stipendio dipende dal non comprenderla.
[1] Come abbiamo appreso da Milanovic: “Una caratteristica unica e nettamente diversa del capitalismo liberal-meritocratico rispetto alla sua forma classica è la presenza di persone con un alto reddito da lavoro nel decile o nel percentile superiore [ovvero nel 10 per cento o nell’1 per cento dei più ricchi] e, cosa ancora più interessante, la quota crescente di popolazione che detiene sia un alto reddito da lavoro sia un alto reddito da capitale” (vedi la mia nota sul libro di Milanovic).
[2] La Tabella mostra la percentuale di occupati tra i 55 ed i 64 anni (la linea arancione sono gli Stati Uniti, quella blu la Francia).
[3] Riferimento scherzoso al testo di economia scritto da Krugman e da sua moglie Robin Wells.
[4] Andamento delle ore lavorative annuali dal 1870 al 2017.
[5] Suppongo che si dica “portare indietro, riportare” perché quella aliquota venne diminuita dai tagli delle tasse di Trump. La misura proposta da Biden riporgerebbe ai livelli del passato.
[6] Spiacente, ma non riesco a comprendere la tabella. Alla fine mi sono accontentato di dedurre questo: che i ricchi che hanno grandi “redditi da lavoro” sono soprattutto i ricchissimi; quindi su tali redditi – partendo da una soglia superiore – si applicano le aliquote fiscali più alte.
aprile 25, 2021
April 23, 2021
By Paul Krugman
Today’s column was focused on the remarkable announcement by the United Mine Workers that the union is ready to support the Biden infrastructure plan — if that plan helps miners and mining communities transition out of coal. This looks like a vindication of the “Green New Deal” approach to climate policy, even if Biden isn’t calling it that. That is, it suggests that an approach that emphasizes spending and offers tangible benefits to workers may be more politically salable than an Econ 101 approach that emphasizes carbon pricing, even if it’s less efficient.
But there’s a bit more to this than political packaging. There are valid economic and social reasons to devise policy in a way that, while inducing change, nonetheless alleviates the impact of that change on vulnerable workers.
One arguably valid response is “Well, duh.” Still, economists, myself included, have tended to underplay the disruptive effects of rapid change, especially when that disruption falls heavily on particular communities. A case in point: the “China shock” that took place roughly from 2000 to 2008. While there is still considerable debate about how important that shock really was, many of us feel that we missed something important about the downsides of rapid globalization. And this has implications for climate policy now.
How to worry about globalization
Many critics of globalization make really bad arguments. No, whatever Former Guy may say, the fact that we’re running a trade deficit doesn’t mean that we’re being taken advantage of.
And no level of tariffs could restore manufacturing to the economic role it used to play; even countries like Germany, which run huge trade surpluses, have seen a steady relative decline in manufacturing employment, thanks to rising productivity:
Deindustrializing Deutschland.Credit…Bureau of Labor Statistics
On the other hand, anyone who says something like “Economics tells us that free trade is good for everyone” doesn’t actually know much about international economics. We’ve known since a classic 1941 paper by Paul Samuelson and Wolfgang Stolper that tariffs will typically raise the real income of some people within a country even if they make the nation as a whole poorer, and conversely that trade liberalization will hurt some people even if it makes the nation richer.
So serious economists never denied that rapid growth in world trade, and especially in manufactured exports from China and other developing countries, was probably hurting some Americans. The question was one of magnitudes. Like a number of economists, I tried to do the math, applying a Stolper-Samuelson-type framework to estimate the income distribution effects of rising trade, especially the downward pressure on wages of less-educated workers.
What just about everyone concluded was that these effects were real but modest, not more than a few percent wage reduction. Globalization wasn’t harmless, but the downsides seemed to be limited.
And that’s still a point you can argue, but it’s now clear that we missed a trick, because we didn’t take into account the effects of speed, and how they interact with geography.
Consider U.S. imports from China, which rose rapidly in the early years of the new millennium. Here’s that rise, measured as a percentage of G.D.P.:
The China shock.Credit…Bureau of Labor Statistics
That’s a very fast rise, and it clearly displaced U.S. workers in industries facing a surge in import competition. On the other hand, the rise amounted to only a bit more than one percent of G.D.P., so that the number of workers displaced was almost surely less than 2 million — which is actually a pretty small number in a country as big as the U.S. One way to put it in perspective is to note that over this period an average of around 2 million U.S. workers were laid off for whatever reason every month:
Churn, churn, churn.Credit…Bureau of Labor Statistics
So even if Chinese competition caused 2 million workers to lose their jobs over the course of a number of years, it should barely have registered, right?
Well, maybe not. In 2013 the economists David Autor, David Dorn and Gordon Hanson published a revelatory paper on what came to be known as the China shock. What they pointed out was that job displacement by imports wasn’t evenly spread across the United States. Instead, the affected industries were by and large very concentrated geographically, which meant that job losses, rather than being sort of background noise in an ever-churning economy, fell heavily on particular communities.
One example I like to use to illustrate the point is furniture production. Employment in the industry fell by about 200,000 between 2000 and 2008, largely as a result of surging imports; but since total U.S. employment was 132 million at the start of the period, this was a drop in the bucket for the nation as a whole.
Furniture production, however, was largely concentrated in the Piedmont area of the Carolinas, for example in the small metropolitan area of Hickory-Lenoir-Morganton. Look at job losses in furniture as a percent of 2000 employment:
National averages don’t tell the full story.Credit…Bureau of Labor Statistics
What was a trivial shock to America as a whole was a devastating blow to greater Hickory — actually even greater than the raw number suggests, because of the multiplier effects on employment in local services.
You shouldn’t get carried away with this kind of analysis. As Adam Posen of the Peterson Institute for International Economics recently argued, there are big dangers in letting nostalgia for the way things used to be turn into an attempt to prevent change; if we try to freeze the economy in place we’ll fail, and do more harm than good. Yet we shouldn’t dismiss concerns about change that disrupts communities; the social costs may be bigger than looking at national numbers would suggest.
But what does this have to do with coal?
The coal country conundrum
The U.S. coal industry is a shadow of its former self. When Loretta Lynn was growing up there were almost half a million coal miners; now there are only around a tenth as many:
King Coal no more.Credit…Bureau of Labor Statistics
What’s left is, however, highly concentrated geographically in part of Appalachia, mainly West Virginia, eastern Kentucky, and western Pennsylvania. And this region doesn’t have much in the way of other “export” industries, that is, industries that sell to the world at large (including the rest of America) as opposed to serving local residents. So even though coal is barely a factor in U.S. employment these days, there are still communities in which losing what’s left of the industry would do a lot of damage.
In this sense, then, coal is a lot like the industries that found themselves in the path of China’s export boom. From a national point of view their losses didn’t loom large, but for the communities hit hardest it’s a serious blow.
And these communities are troubled in any case. They’re part of a belt of depressed local economies that suffer not just from low levels of employment but from serious social problems, including widespread opioid addiction and widespread deaths of despair.
Yet coal shouldn’t and can’t be brought back, no matter what Former Guy may have promised back in 2016. Climate change must be addressed, and that means phasing out what’s left of coal; even without a policy to that effect, market forces have made coal largely unviable.
To its credit, the United Mine Workers has accepted that reality. But the union is now calling for an effort to help coal communities survive even if coal mining doesn’t. Its new report is titled “Preserving coal country,” emphasizing the place rather than the industry. That, not Trumpian fantasies, is the right way to make the case.
Sad to say, however, that preserving coal country will be hard. The historical record of place-based policies is, let’s face it, pretty dismal. And sustaining Appalachia will be especially difficult given the realities of the 21st-century economy, which seems to want to concentrate wealth generation in big metropolitan areas with highly educated work forces.
So preserving coal country may not, in the end, be possible. But we should try. The United Mine Workers aren’t wrong in saying that letting the region decline without a good-faith effort to sustain it will have real costs to American society.
Lo shock cinese e quello del clima,
di Paul Krugman
L’articolo di oggi riguardava l’importante annuncio dei Lavoratori Uniti delle Miniere secondo il quale il sindacato è pronto a sostenere il piano infrastrutturale di Biden – se quel piano aiuterà i minatori e le comunità minerarie nella transizione dal carbone. Sembra una giustificazione dell’approccio del “New Deal Verde” alla politica del clima, anche se Biden non la chiama il quel modo. Ovvero, indica che un approccio che enfatizzi la spesa ed offra benefici tangibili ai lavoratori, per quanto sia meno efficiente, possa essere politicamente più vendibile che un approccio da libro di testo dell’economia che mette l’accento sulla fissazione di un prezzo per il carbone,.
Ma in questo c’è un po’ di più che il confezionamento politico. Ci sono valide ragioni economiche e sociali per concepire la politica in un modo che, nel mentre induce cambiamento, nondimeno allevia l’impatto di quel cambiamento sui lavoratori vulnerabili.
Probabilmente una risposta sarebbe: “Bella scoperta!”. Eppure gli economisti, incluso il sottoscritto, hanno teso a sottovalutare gli effetti dirompenti di un cambiamento rapido, in particolare quando quella rottura cade pesantemente su particolari comunità. Un esempio del genere: lo “shock cinese” che ebbe luogo grosso modo tra il 2000 e il 2008. Mentre ancora c’è un considerevole dibattito su quanto sia stato realmente importante quello shock, molti di noi si rendono conto che qualcosa ci sfuggì sui lati negativi di quella rapida globalizzazione. E questo oggi ha implicazioni per la politica del clima.
Quanto preoccuparsi della globalizzazione
Molti critici della globalizzazione avanzano argomenti proprio sbagliati. Il fatto che stiamo gestendo un deficit commerciale, qualsiasi cosa possa dire il Tizio Precedente [1], non significa che ne stiamo traendo vantaggio.
E nessun livello delle tariffe potrebbe ripristinare il settore manifatturiero nel ruolo che aveva un tempo; persino un paese come la Germania, che gestisce grandi surplus commerciali, ha conosciuto un regolare declino relativo nell’occupazione manifatturiera, grazie alla crescente produttività:
Deindustrializzazione in Germania. Fonte: Ufficio delle Statistiche del Lavoro
D’altra parte, tutti quelli che affermano qualcosa come “l’economia ci dice che il libero commercio è positivo per tutti” in realtà non sanno molto di economia internazionale. Sappiamo sin dal classico saggio del 1941 di Paul Samuelson e Wolfgang Stolper che le tariffe eleveranno normalmente il reddito reale di alcune persone all’interno di un paese anche se rendono la nazione nel suo complesso più povera, e di converso che la liberalizzazione commerciale danneggerà alcune persone anche se rende la nazione più ricca.
Dunque gli economisti seri non hanno mai negato che la crescita rapida del commercio mondiale, e in particolare delle esportazioni manifatturiere dalla Cina e da altri paesi in via di sviluppo, stesse probabilmente danneggiando alcuni americani. Era una questione di dimensioni. Come un certo numero di economisti, io cercai di fare dei calcoli, applicando un modello del genere di quello Stolper-Samuelson per stimare gli effetti sulla distribuzione del reddito di un commercio in crescita, in particolare la spinta verso il basso sui salari dei lavoratori meno istruiti.
Le conclusioni di quasi tutti furono che questi effetti c’erano ma erano modesti, non più di pochi punti percentuali di riduzione salariale. La globalizzazione non era priva di danni, ma gli aspetti negativi parevano limitati.
E quello è ancora un argomento che si può sostenere, ma adesso è chiaro che ci sfuggiva un trabocchetto, perché non mettevamo nel conto gli effetti della velocità, e come essi interagivano con la geografia.
Si considerino le importazioni dalla Cina, che crebbero rapidamente nei primi anni del nuovo millennio. Ecco quella crescita, misurata come percentuale del PIL:
Lo shock cinese. Fonte: Ufficio delle Statistiche del Lavoro
Quella fu una crescita molto veloce, e chiaramente spiazzò i lavoratori statunitensi nelle industrie che fronteggiavano un aumento di competizione nelle importazioni. D’altra parte, la crescita corrispose soltanto a un po’ di più dell’1 per cento del PIL, cosicché il numero dei lavoratori sostituiti fu quasi certamente inferiore a 2 milioni – che effettivamente è un numero piuttosto modesto in un paese così grande come gli Stati Uniti. Un modo per collocarlo in prospettiva è osservare che nello stesso periodo una media di circa 2 milioni di lavoratori statunitensi veniva licenziata ogni mese per una ragione qualsiasi:
Abbandoni, abbandoni, abbandoni. Fonte: Ufficio delle Statistiche del Lavoro [2]
Dunque, persino se la competizione cinese costrinse 2 milioni di lavoratori a perdere i loro posti di lavoro in un certo numero di anni, essa avrebbe dovuto appena essere registrata, non è così?
Ebbene, forse no. Nel 2013 gli economisti David Autor, David Dorn e Gordon Hanson pubblicarono un saggio illuminante su quello che venne riconosciuto come lo ‘shock cinese’. Quello che essi mettevano in evidenza era che la sostituzione di posti di lavoro per effetto delle importazioni non era egualmente distribuita in tutti gli Stati Uniti. Invece, le industrie coinvolte furono un buona parte concentrate geograficamente, il che comportava che le perdite dei posti di lavoro, anziché essere una specie di rumore di fondo in un’economia che è in continua sostituzione, ricadevano pesantemente su particolari comunità.
Un esempio al quale ricorro di solito per illustrare questo aspetto è la produzione dei mobili. L’occupazione nel settore cadde di circa 200.000 unità tra il 2000 e il 2008, in gran parte in conseguenza delle crescenti importazioni; ma dal momento che l’occupazione statunitense era di 132 milioni di persone all’inizio del periodo, questa era una goccia nel mare per la nazione nel suo complesso.
La produzione di mobili, tuttavia, era largamente concentrata nell’area pedemontana delle Caroline [3], ad esempio nella piccola area metropolitana do Hickory-Lenoir-Morganton. Si osservi la perdita di posti di lavoro nel settore del mobile come percentuale della occupazione al 2000:
Le medie nazionali non raccontano tutta la storia. Fonte: Ufficio delle Statistiche del Lavoro
Quello che fu un trauma banale per l’America nel suo complesso fu un colpo devastante all’area metropolitana di Hickory – in realtà persino più grande di quanto indichi il dato grezzo, a causa degi effetti di moltiplicatore sull’occupazione nei servizi locali.
Non si dovrebbe lasciarsi prendere la mano da una analisi di questo genere. Come ha di recente sostenuto Adam Posen dell’Istituto Peterson per l’Economia Internazionale, ci sono grandi pericoli nel consentire che la nostalgia per come le cose erano un tempo si risolva in un tentativo di impedire il cambiamento; se congeliamo l’economia in un posto falliremo, e faremo più male che bene. Tuttavia non dovremmo liquidare le preoccupazioni per un cambiamento che mette a soqquadro le comunità; i costi sociali possono essere più grandi di quanto indicherebbe l’osservazione dei dati nazionali.
Ma tutto ciò cosa ha a che fare con il carbone?
Il dilemma del paese del carbone
L’industria del carbone degli Stati Uniti è un’ombra di quello che era un tempo. Quando Loretta Lynn [4] diventava grande c’erano quasi mezzo milione di minatori di carbone; adesso ce ne sono circa un decimo:
Il Re Carbone non c’è più. Fonte: Ufficio delle Statistiche del Lavoro
Quello che è rimasto, tuttavia, è geograficamente soprattutto concentrato in una parte degli Appalachi, principalmente nella Virginia Occidentale, nel Kentucky orientale e nella Pennsylvania occidentale. E questa regione non ha molto in comune con altre industrie dell’esportazione, ovvero industrie che vendono in generale al resto del mondo (incluso al resto dell’America) anziché essere al servizio dei residenti locali. Così, anche se il carbone al giorno d’oggi è a malapena un componente dell’occupazione statunitense, ci sono ancora comunità nelle quali perdere quello che è rimasto di quell’industria farebbe un gran danno.
In questo senso, dunque, il carbone assomiglia molto alle industrie che si ritrovarono coinvolte nel boom delle esportazioni cinesi. Da un punto di vista nazionale le loro perdite non costituirono un gran problema, ma per le comunità colpite più duramente fu un colpo serio.
E queste comunità sono in ogni caso in difficoltà. Fanno parte di una cintura di economie locali che non solo soffrono per i bassi livelli di occupazione ma per seri problemi sociali, inclusa un dipendenza generalizzata da oppioidi e morti diffuse per disperazione.
Tuttavia il carbone non dovrebbe e non può tornare in auge, a prescindere da quanto possa aver promesso il Tizio Precedente nel passato 2016. Il cambiamento climatico deve essere affrontato, e questo comporta eliminare quello che è rimasto del carbone; anche senza una politica a tale scopo, le forze di mercato hanno reso il carbone in larga parte inutilizzabile.
A loro merito, i Lavoratori Uniti delle Miniere hanno accettato questa realtà. Ma il sindacato sta adesso chiedendo uno sforzo per aiutare le comunità del carbone a sopravvivere, anche se le miniere di carbone dovranno chiudere. Il suo nuovo documento titola “Conservare il paese del carbone”, enfatizzando il luogo anziché l’industria. Questo, non le fantasie trumpiane, è il modo giusto di affrontare il problema.
È triste riconoscere, tuttavia, che conservare il paese del carbone non sarà facile. I risultati storici delle politiche basate sui territori è, se lo osserviamo, abbastanza scoraggiante. E sostenere gli Appalachi sarà particolarmente difficile date le realtà dell’economia del 21° secolo, che sembra voler concentrare la produzione di ricchezza nelle grandi aree metropolitane con forze di lavoro altamente istruite.
Dunque, preservare il paese del carbone, alla fine, potrebbe non essere possibile. Ma dobbiamo provarci. I Lavoratori Uniti delle Miniere non hanno torto a dire che permettere un declino della regione senza uno sforzo in buona fede per sostenerla avrà costi seri per la società americana.
[1] È una espressione ironica per citare Trump da parte di chi vuole evitare di dire il suo nome e cognome. Pare che sia stata resa famosa da Joe Biden in una intervista alla CNN.
[2] La tabella mostra, nel periodo dal 2001 al 2008, i licenziamenti (“layoffs”) e le dimissioni (“discharges”) nel totale della occupazione non agricola statunitense.
[3] Ovvero, della Carolina del Nord e del Sud, due Stati con più di 16 milioni di abitanti complessivamente, sulla costa atlantica degli Stati Uniti.
[4] Un’icona della musica country americana, cresciuta nelle colline delle miniere di carbone del Kentucky. La sua prima composizione fu una canzone dal titolo “La moglie di un minatore di carbone”. Nacque nel 1932 a Butcher Hallow e crebbe in una capanna sui monti Appalachi.
aprile 17, 2021
April 16, 2021
Paul Krugman
If Thursday’s retail sales report is anything to go by — and it is — we’re about to see a really big boom. Between stimulus checks and vaccinations, we’re very likely headed for a year of growth faster than anything since 1984. Happy times are here again!
But what about inflation? The debate we’ve been having over whether the American Rescue Plan is excessive is kind of surreal for those who remember the macro debates after 2008; this time, economists on the other side are neither knaves nor fools. There are indeed reasons to be worried about inflationary overheating. In fact, even those of us who think it will be OK expect to see above-normal inflation this year. We just think it will be a blip.
What do I mean by that? In 2011-12 it was fairly easy to debunk inflation worries by pointing to “core” inflation, which excluded volatile food and energy prices. Obviously we’ll be looking at the same measure this time. But there are reasons to think we’ll see a transitory surge in core inflation too, which doesn’t represent a deeper problem.
And it seems to me that we should make that argument now, so as not to be accused of making excuses after the fact. This is a good time to identify which aspects of inflation might worry us, and which shouldn’t.
So let’s talk about why we needed a concept like core inflation to begin with, and why we might need an extended concept — supercore? — this time.
Inflation: It’s all about the inertia
Most official U.S. economic data extend back only to 1947 (labor markets, income distribution) or 1929 (G.D.P. and all that). Consumer price data, however, goes all the way back to 1913. So we can take a very long view of inflation, which looks like this:
The 70s were different.Federal Reserve of St. Louis
Spikes in inflation aren’t a new thing. There was huge inflation during World War I; there were bursts of inflation during World War II, after the war when price controls were lifted, and again during the Korean War. However, all of these inflation surges were brief. It wasn’t until the 1970s that we got an extended period of high inflation
And unlike previous bouts of inflation, the 70s inflation was sticky: It didn’t go away as soon as a wartime boom was over. Instead, inflation became embedded in the economy, so that bringing it down required putting the economy through a wringer. Paul Volcker slammed on the monetary brakes in 1979, not taking his foot off until 1982, and the economy went through years of very high unemployment:
Getting rid of embedded inflation is hard.Bureau of Labor Statistics, Bureau of Economic Analysis
But wait: I just used evocative language without really explaining what it means. What are we talking about when we talk about “embedded” inflation?
The somewhat paradoxical answer is that embedded inflation, which is the kind of inflation we really need to worry about, is inflation in prices that don’t change very often.
Inflation persistence: The staggering truth
Some goods, notably things like oil and wheat, have constantly changing prices. But many don’t. There’s a large economic literature on how often prices change (here’s a summary); it’s important to distinguish between changes in base prices and occasional sales. When you do that, you find that many firms are reluctant to change prices too often; the median consumer price changes only around once every 7-11 months. And wages and salaries are normally set for a year.
Why is this true? Why does the frequency of price changes vary so much across goods? Those are deep, hard questions, which I have no intention of trying to answer.
Instead, let’s focus on the consequences of intermittent price adjustment, which takes place in a staggered way — that is, all prices don’t change at the same time.
Imagine an individual seller which changes prices infrequently, say once a year, but tries to keep its average price over time in line with costs and the prices charged by competitors. And imagine that this seller has been operating for a while in an environment in which the overall level of prices is rising at a moderately fast clip, say 10 percent a year. Then this seller’s price will look like this over time:
Staggering toward inertia.Author’s imagination
That is, each time it resets the price it will mark it up both to make up for past inflation and to get ahead of expected future inflation. If it changes prices once a year, it will raise the price 10 percent on each reset.
And if there are lots of price-setters acting this way, it means that overall prices will rise at 10 percent a year, even if there’s no new inflationary pressure — that is, even if supply and demand are balanced and the economy isn’t overheating. This is pretty much what we mean when we talk about “embedded” inflation.
Now suppose that policymakers want to bring inflation down. They have a problem: inflation has a lot of inertia. To get it down they need to give sellers a reason not to raise prices as much as they have been in the recent past. They can do this by pushing the economy into a recession. And if the recession is deep and long enough, the economy can be purged of inflation: not only will sellers stop raising prices as quickly, but they’ll begin expecting lower inflation in the future, which means smaller price increases, and so on. Eventually the economy can be reflated, at a permanently lower rate of inflation.
That is, however, a hugely expensive process, as we saw in the 1980s. So you really don’t want to let inflation get embedded in the first place. But how do you know if that’s happening?
Core logic
The concept of core inflation goes back to a 1975 paper by Robert Gordon, who wanted to distinguish between “hard-core” inflation and what he called “bubbles,” but what I think are better described as “blips.” He offered a rough-and-ready solution: exclude food and energy prices, which fluctuate far more than the overall price level.
This approach has been hugely successful. It has been especially useful since 2007, when we experienced two inflation blips, in 2008 and again in 2011-12, that had many people screaming about a debased dollar and all that. The Fed stuck to its guns, asserting that the stability of core inflation showed that things were under control. And the Fed was right:
Triumph of the core.Federal Reserve of St. Louis
It’s important to understand, however, that the usual measure of core inflation is, as I said, just a rough-and-ready way to get at the difference between inertial inflation and short-term blips. The real distinction should be between prices that are sticky and prices that aren’t. And while just excluding food and energy has been a good approximation to that distinction in the past, past results might be no guarantee of future performance.
By the way, this isn’t news to economists who actually track inflation. In fact, the Atlanta Fed regularly produces a “Sticky Price Consumer Price Index” that tries to sort out goods and services by how frequently their prices change. I’ll be looking at that index a lot in the months ahead. Unfortunately, we don’t know whether it’s better than the standard measure of core inflation, because all the measures worked really well after the last crisis.
Why do I suspect that this time will be different? Mainly because the pandemic had weird economic effects, sharply depressing some activities while boosting others. And this probably means that we’re going to have a weird recovery too, with huge surges in things like travel, plus an unusual set of bottlenecks, like the global container shortage, resulting from the pandemic hangover.
So I expect to see a lot of price blips outside food and energy — some resulting from “base effects,” that is, recovery of prices that were depressed during the worst of the pandemic, some resulting from those bottlenecks. You can already see some of that in the latest consumer price report. For example, ordinary rents rose only 0.1 percent in March, but lodging away from home rose 6.6 percent.
What this suggests is that in the months ahead the numbers won’t speak for themselves. Headline inflation will surely be a poor guide to what’s really happening, even worse than it was in 2011-12. Even core inflation as usually measured may be misleading.
This doesn’t mean that we should discount inflation risks entirely. It does mean that we’ll need to kick the tires on whatever inflation readings we get, and try, as objectively as possible, to figure out whether or not they’re actually reason for concern.
Il caso dell’inflazione ‘super sostanziale’,
di Paul Krugman
Se il rapporto sulle vendite al dettaglio di giovedì è qualcosa su cui basarsi – e lo è – siamo vicini a vedere davvero un grande boom. Tra gli assegni dello stimolo e le vaccinazioni, è molto probabile che ci stiamo indirizzando verso un anno di crescita più veloce che mai dal 1984. Stanno tornando i bei tempi!
Ma che dire dell’inflazione? Il dibattito in corso sulla possibilità che il Piano Americano di Salvataggio sia eccessivo è qualcosa di surreale per coloro che ricordano i dibattiti di macroeconomia dopo il 2008; questa volta gli economisti dell’altro schieramento non sono né bricconi né sciocchi [1]. Ci sono in effetti ragioni per essere preoccupati di un surriscaldamento inflazionistico. Di fatto, persino coloro tra noi che pensano che andrà tutto bene si aspettano di vedere quest’anno una inflazione sopra la norma. Soltanto che noi pensiamo sarà una deviazione temporanea.
Ma cosa intendo con questo? Nel 2011-2012 era abbastanza facile liquidare le preoccupazioni sull’inflazione riferendosi alla inflazione “sostanziale” [2], quella che escludeva i prezzi volatili degli alimenti e dell’energia. Ovviamente anche questa volta faremo attenzione alla stessa misura. Ma ci sono ragioni per ritenere che osserveremo un aumento transitorio anche della inflazione sostanziale, pur non rappresentando un problema più grave.
E mi pare che dovremmo avanzare quell’argomento adesso, per non essere poi accusati di accampare scuse a cose fatte. Questo è il momento buono per identificare quali aspetti dell’inflazione possono preoccuparci, e quali non dovrebbero preoccuparci.
Consentitemi dunque di esprimere anzitutto i motivi per i quali abbiamo avuto bisogno di un concetto come l’inflazione sostanziale e del perché potremmo aver bisogno in questa occasione di un concetto più ampio – chiamiamolo “super sostanziale”?
Inflazione: tutto riguarda l’inerzia
La maggioranza dei dati economici statunitensi si estendono soltanto sino al 1947 (mercati del lavoro, distribuzione del reddito) oppure al 1929 (PIL e cose simili). I dati sui prezzi al consumo, tuttavia, tornano indietro sino al 1913. Dunque possiamo trarne un panorama dell’inflazione molto lungo, che appare in questo modo:
Gli anni ’70 furono diversi. Federal Reserve di ST, Louis.
I picchi di inflazione non sono una cosa nuova. Durante la Prima Guerra Mondiale ci fu una enorme inflazione; ci furono esplosioni di inflazione durante la Seconda Guerra Mondiale, nel dopoguerra quando venne revocato il controllo dei prezzi, e ancora durante la guerra coreana. Tuttavia, tutti questi aumenti dell’inflazione furono brevi. Sino agli anni ’70 non accadde di avere un periodo prolugato di alta inflazione.
E diversamente dai precedenti periodi di inflazione, quella degli anni ’70 ebbe una natura vischiosa: non se ne andò così presto come quando terminava un boom del tempo di guerra. Piuttosto, l’inflazione aveva come messo radici nell’economia, in modo tale che per abbassarla fu necessario far passare all’economia pene cospicue. Paul Volcker tirò i freni monetari nel 1979 e non staccò il piede sino al 1982, e l’economia passò per anni di disoccupazione molto alta:
Eliminare l’inflazione che ha messo radici è difficile. Ufficio delle Statistiche del lavoro, Ufficio di Analisi Economica
Però, un momento: ho appena usato un linguaggio allusivo senza spiegare realmente cosa significhi. Di cosa stiamo parlando quando parliamo di inflazione che ha “messo le radici” nell’economia?
La risposta in qualche modo paradossale è che l’inflazione che mette radici, che è il genere di inflazione della quale dobbiamo realmente preoccuparci, è una inflazione nei prezzi che non cambia molto frequentemente.
La persistenza dell’inflazione: la verità sconcertante
Alcuni prodotti, in particolare cose come il petrolio ed il grano, cambiano i prezzi di continuo. Ma per molti non è così. C’è un’ampia letteratura economica su come i prezzi spesso cambiano i prezzi (nella connessione nel testo inglese un sommario); è importante distinguere tra i cambiamenti dei prezzi base e le vendite occasionali. Quando lo si fa, si scopre che molte imprese sono riluttanti a cambiare troppo spesso i prezzi; il prezzo al consumo mediano cambia soltanto una volta ogni 7/11 mesi. E gli stipendi ed i salari di norma sono fissati per un anno.
Perché è così? Perché la frequenza nei cambiamenti dei prezzi varia così tanto tra i vari prodotti? Sono domande profonde e complicate, alle quali non ho intenzione di cercar di rispondere.
Consentitemi invece di concentrarmi sulle conseguenze di una correzione intermittente dei prezzi, che avviene in modo sconcertante – ovvero, tutti i prezzi non cambiano nello stesso tempo.
Si pensi ad un venditore singolo che non cambia i prezzi frequentemente, diciamo una volta all’anno, ma cerca di tenere il suo prezzo medio nel tempo in linea con i costi ed i prezzi caricati dai competitori. E si immagini che questo venditore stia operando per un certo periodo in un contesto nel quale il livello complessivo dei prezzi stia crescendo ad una velocità moderatamente rapida, diciamo un 10 per cento all’anno. In quel caso il prezzo del venditore nel corso del tempo apparirà in questo modo:
L’andamento sconcertante verso l’inerzia. Immaginazione dell’autore.
Ovvero, ogni volta che l’impresa adegua il prezzo, essa la spingerà in alto sia per recuperare la passata inflazione sia per anticipare le futura inflazione attesa. Se essa cambia il prezzo una volta all’anno, alzerà in prezzo del 10 per cento ad ogni reimpostazione.
E se ci sono molti decisori dei prezzi che agiscono in questo modo, ciò comporta che i prezzi complessivi cresceranno di un 10 per cento all’anno, anche se non c’è alcuna nuova pressione inflazionistica – ovvero, anche se l’offerta e la domanda sono in equilibrio e l’economia non si sta surriscaldando. Più o meno questo è quello che intendiamo quando diciamo che l’inflazione “mette radici”.
Ora supponiamo che le autorità vogliano abbassare l’inflazione. Esse hanno un problema: l’inflazione ha una buona dose di inerzia. Per portarla in basso hanno bisogno di dare una ragione ai venditori per non alzare i prezzi tanto quanto sono cresciuti nel recente passato. Per farlo devono spingere l’economia in una recessione. E se la recessione è abbastanza profonda e prolungata, l’economia può essere liberata dall’inflazione: non solo i venditori smetteranno di alzare i prezzi tanto rapidamente, essi cominceranno anche ad aspettarsi una inflazione più bassa nel futuro, il che comporterà aumenti dei prezzi più piccoli, e così via. Alla fine l’economia potrà essere reflazionata, ad un tasso permanentemente più basso dell’inflazione.
Tuttavia, come vedemmo negli anni ’80, questo è un processo notevolmente costoso. Dunque, in prima istanza, in realtà non si vuole che l’inflazione metta radici. Ma come si sa che sta avvenendo questo?
La logica dell’inflazione sostanziale
Il concetto di inflazione sostanziale risale ad un saggio del 1975 di Robert Gordon, che intendeva distinguere tra inflazione “vera” e quelle che lui chiamava “bolle”, ma che io penso siano meglio definite come “deviazioni temporanee”. Egli offrì una soluzione alla buona: escludere i prezzi degli alimenti e dell’energia, che fluttuano assai di più del livello complessivo dei prezzi.
Questo approccio ha avuto un enorme successo. È stato particolarmente utile a partire dal 2007, quando avemmo due deviazioni temporanee dell’inflazione, nel 2008 e ancora nel 2011-12, anni nei quali molte persone gridavano alla svalutazione del dollaro e cose del genere. La Fed rimase fedele ai suoi assunti, affermando che la stabilità dell’inflazione sostanziale mostrava che le cose erano sotto controllo. E la Fed aveva ragione:
Il trionfo dell’inflazione sostanziale. Federal Reserve di St. Louis
È importante comprendere, tuttavia, che la misura consueta dell’inflazione sostanziale è, come ho detto, solo un metodo ‘alla buona’ per ottenere la differenza tra inflazione inerziale e deviazioni temporanee di breve termine. La vera distinzione dovrebbe essere tra i prezzi che sono ‘vischiosi’ e i prezzi che non lo sono. E mentre la sola esclusione degli alimenti e dell’energia è stata nel passato una buona approssimazione per quella distinzione, i risultati di allora potrebbero non garantire le prestazioni future.
Per inciso, questa non è una novità per gli economisti che seguono effettivamente l’inflazione. La Fed di Atlanta produce regolarmente un “Indice dei prezzi al consumo vischiosi” che cerca di ordinare i beni ed i servizi sulla base della frequenza con la quale cambiano i loro prezzi. Nei mesi futuri presterò molta attenzione a quell’indice. Sfortunatamente, non sappiamo se esso sia migliore della misurazione standard dell’inflazione sostanziale, poiché in realtà dopo l’ultima crisi tutte le misurazioni hanno funzionato davvero bene.
Perché ho il sospetto che questa volta sarà diversa? Principalmente perché la pandemia ha avuto effetti economici bizzarri, deprimendo bruscamente alcune attività e incoraggiandone altre. E questo probabilmente comporterà che avremo anche una bizzarra ripresa, con grandi crescite in settori come i viaggi, in aggiunta ad un inconsueto complesso di strozzature, come la scarsità globale dei container, a seguito dei postumi della pandemia.
Dunque mi aspetto di vedere molte deviazioni temporanee dei prezzi oltre gli alimenti e l’energia – alcune risultanti da “effetti di base”, cioè dalla ripresa dei prezzi che sono rimasti depressi durante la fase peggiore della pandemia, alcune risultanti da quelle strozzature. Ad esempio, gli affitti ordinari sono cresciuti soltanto dello 0,1 per cento a marzo, ma alloggiare fuori casa è cresciuto del 6,6 per cento.
Il che significa che nei prossimi mesi i numeri non parleranno da soli. L‘inflazione complessiva sarà certamente un guida poco affidabile a quello che sta effettivamente avvenendo, peggio ancora di quanto non fu nel 2011-12. Persino l’inflazione sostanziale secondo le misurazioni consuete potrà essere fuorviante.
Questo non significa che noi dovremmo interamente minimizzare i rischi di inflazione. Significa che dovremo prendere le misure a qualsiasi lettura dell’inflazione che avremo, e cercare, il più obiettivamente possibile, di comprendere se ci sono o no ragioni effettive per essere preoccupati.
[1] Perché, degli attuali ‘due’ schieramenti, quello che è critico con i Governo non è lo schieramento di destra; semmai è composto da economisti di chiaro orientamento progressista, come Larry Summers e Olivier Blanchard.
[2] Come si trova segnalato nelle “note della traduzione” per “core inflation” si intende l’inflazione che esclude gli andamenti dei prezzi più volatili (come le materie prime alimentari o il petrolio). L’altra misurazione è la “headline inflation” (“inflazione complessiva o totale”) che invece include tutti i prezzi e spesso rischia di sopravvalutare picchi inflazionistici del tutto temporanei. Per ‘temporanei’ si deve intendere che non incidono sugli andamenti di uno o più anni, ma solo di mesi.
[3] La tabella misura sul lato verticale la ‘inflazione sostanziale’ e su quello orizzontale il tasso di disoccupazione, nei due cicli iniziati il primo nel 1979 ed il secondo nel 1988. I punti nelle linee azzurre corrispondono agli anni (successivi).
[4] Si consideri che nella tabella l’asse verticale indica la scala logaritmica dei prezzi. Ovvero, se ben comprendo, l’andamento della linea blu a segmenti sarebbe molto più ripido se fosse misurato in scala naturale.
[5] La tabella mostra l’evoluzione nel periodo tra il 2007 e il 2014 delle due linee della ‘inflazione sostanziale’ (linea rossa) e della ‘inflazione complessiva’ (linea azzurra). Come si vede l’inflazione sostanziale, che escludeva il computo dei prezzi volatili, rimase abbastanza stabile. Così fu, nella media, anche per l’inflazione che comprendeva i prezzi volatili, che però ebbe escursioni piuttosto forti e limitate nel tempo.
aprile 12, 2021
By Paul Krugman
Today’s column is about the Biden administration’s proposal for corporate tax reform — a term I use advisedly. For this isn’t just about raising the tax rate, although that’s part of it. It’s also an attempt to crack down on tax avoidance, in particular the strategies multinational corporations use to shift reported profits to low-tax jurisdictions.
Will this happen? Probably, although it will be tricky keeping the Democratic caucus in line (there won’t be any Republican votes). But it wouldn’t be happening if the 2017 Trump tax cut for corporations hadn’t been such a complete flop, hadn’t failed so completely to deliver the promised surge in business investment.
So what I want to talk about here is why even many critics, myself included, thought the Trump tax cut was less bad than the usual Republican tax plan, followed by three reasons we were, it turned out, too kind.
The least bad idea?
Republican tax cuts are usually concentrated on high-income individuals, and are justified with the claim that cutting marginal tax rates will lead to an explosion in individual effort, entrepreneurship, and so on.
There have been many debunkings of this claim. Here’s another: I happen to be familiar with the taxes facing fairly high-income individuals in New York City — specifically, people who rely on earned income, not income that, like the income of fund managers and so on, can be engineered to face low taxation. Think of this category as the figure in one of my favorite lines from the movie Wall Street: “A $400,000 a year working Wall Street stiff, flying first class and being comfortable.”
Here’s my estimate of the marginal tax rate — the share of an additional $1 in income that goes to government — facing a guy like that in New York City:
Pity the $400K a year working stiff. Credit…Author’s calculations
It’s pretty high! My point, however, is that even with a marginal tax rate close to 60 percent, high-earning New Yorkers are not exactly noted for being slow-moving and lazy. So the claim that personal taxes are a major disincentive to work and productivity never made much sense.
The rationale for the corporate tax cut was, however, quite different. It wasn’t about individual work effort; instead, it was about incentives to invest in the United States as opposed to other nations. That’s clearly a real issue in a world of mobile capital. And the tax cut’s advocates argued that lower profit taxes would bring higher investment here, leading over time to faster growth and higher wages.
At the time I accepted this logic, at least as a qualitative matter. I still thought the tax cut was a bad idea, but that was because I believed that the inflow of capital would be smaller and take much longer than the plan’s advocates claimed, and as a result wouldn’t be enough to compensate for the loss of revenue.
But I was, it turned out, being too generous. As a 2019 analysis by the International Monetary Fund found, the Tax Cuts and Jobs Act ended up having no visible effect at all on business investment, which rose no more than you would have expected given the growth in demand. Here’s a quick way to see that, namely business investment as a share of G.D.P.:
Where’s my investment surge?Credit…FRED
How can we understand this abject failure? I see three reasons, one of which I missed completely back in 2017, two of which I knew about but didn’t give sufficient weight. Let’s run through them.
A tax on profits isn’t a tax on capital
I’ve been spending some time talking to tax policy experts inside and outside the Biden administration, and one point they make is that what might seem obvious — taxing profits deters corporations from investments they might otherwise make — isn’t obvious at all.
Imagine a company considering whether to borrow money to invest in some new project. If there were no profits tax, it would proceed if and only if it expected the rate of return on the project to exceed the interest rate on the loan. Now suppose that there is, say, a 35 percent tax on profits. How does this change the company’s decision? It doesn’t.
Why? Because interest on the loan is tax-deductible. If investment is financed with debt, profit taxes only fall on returns over and above the interest rate, which means that they shouldn’t affect investment choices.
OK, not all investment is debt-financed, although that itself poses a puzzle: There’s a clear tax advantage to issuing debt rather than selling stock, and the question of why companies don’t use more leverage is subtle and hard. The immediate point, however, is that the corporate profits tax isn’t a tax on capital, it’s a tax on a particular aspect of corporate financial structure. Analyses — mine included! — that treat it simply as raising the cost of capital are being far too generous to tax cutters.
Business investment isn’t that sensitive to the cost of capital, anyway
Suppose we ignore the deductibility of interest for a moment, and consider a company that for some reason finances all its investment with equity. Imagine also that investors know they can earn a rate of return r in the global marketplace. In that case they’ll require that the company earn r/ (1-t) on its investments, where t is the rate of profit taxes. This is how advocates of the Trump tax cut looked at the world in 2017.
Under these conditions, cutting t, by reducing the required rate of return — in effect, by cutting the cost of capital — should induce corporations to increase the U.S. capital stock. For example, the Tax Foundation predicted that the capital stock would rise by 9.9 percent, or more than $6 trillion.
But these predictions missed a key point: most business assets are fairly short-lived. Equipment and software aren’t like houses, which have a useful life measured in decades if not generations. They’re more like cars, which generally get replaced after a few years — in fact, most business investment is even less durable than cars, generally wearing out or becoming obsolete quite fast.
And demand for short-lived assets isn’t very sensitive to the cost of capital. The demand for houses depends hugely on the interest rate borrowers have to pay; the demand for cars only depends a bit on the interest rate charged on car loans. That’s why monetary policy mainly works through housing. And the short lives of business assets dilute the already weak effect of taxes on investment decisions.
Monopoly
Financial industry types often talk about the FAANGs: Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google — tech companies that loom large in the stock market. These companies look very different from past market leaders like General Motors in its heyday; it’s much harder to link their value to the tangible assets they own.
True, there are more of those assets than are visible to the naked eye. For example, Amazon’s warehouses employ a vast number of workers. Still, the value of these companies mainly reflects their market power, the quasi-monopoly positions they’ve established in their respective domains.
There are many issues relating to this market power, but in the current context what matters is that taxes on monopoly profits are as close as you can get to revenue-raising without side effects. They certainly don’t deter investment, because monopoly profits aren’t a return on capital.
And the profit tax is at this point largely a tax on monopoly or quasi-monopoly profits. Officials I’ve spoken to cite estimates that around 75 percent of the tax base consists of “excess” returns, over and above the normal return on capital, and that this percentage has been rising over time. Loosely speaking, this means that most of a corporate tax cut just goes to swelling monopoly profits, with any incentive effects limited to the shrinking fraction of corporate income that actually reflects returns on investment. That I.M.F. study of the Trump tax cut suggested that rising monopoly power might help explain its lack of impact.
Maybe the way to think about all this is to say that naïve calculations of the effect of tax cuts on business investment have to be “geared down” in multiple ways. Debt-financed investment shouldn’t be affected; the cost of capital has a limited effect on investment in any case because of short asset lives; and a lot of any tax cut goes to monopolists whose behavior won’t be affected. Even with all of this, there should be some effect from lower taxes, but it could easily be small enough to vanish in the statistical noise.
But why did anyone ever believe that corporate tax cuts would do great things for the economy?
Leprechauns
The big argument for cutting corporate taxes has long been that if we don’t, corporations will move capital and jobs to lower-tax nations. And a casual look at the data suggests that this actually happens. U.S. corporations have a lot of overseas assets, and seem to favor countries with low tax rates.
What we’ve learned over the past 7 or 8 years, however, is that we’re mainly looking at accounting tricks rather than real capital flight to avoid taxes. There are multiple ways to make this point; in my column on the subject I used “leprechaun economics,” the crazy swings in Irish growth that demonstrate the fictitious nature of corporate investment in Ireland’s economy. Another way to make the point is to note that most — most! — overseas profits reported by U.S. corporations are in tiny tax havens that can’t realistically be major profit centers. Here’s a chart from the Biden administration’s fact sheet on its tax plan:
Leprechauns rule. Credit…U.S. Treasury department
So one way to think about the failure of the Trump tax cut is that it didn’t reverse capital flight because the capital flight never happened in the first place. In effect, the U.S. government gave up hundreds of billions of dollars to fix a nonexistent problem.
Now the Biden administration wants to go after the real problem, which was always tax avoidance, not loss of jobs to foreigners. Will they manage to pass the necessary legislation? We’ll just have to wait and see.
Perchè il mandato di Trump è stato un tale fallimento? (per esperti)
Di Paul Krugman [1]
L’articolo di oggi [era] sulla proposta della Amministrazione Biden di una riforma fiscale per le società – un termine che uso non a caso. Perché non si tratta soltanto di aumentare l’aliquota fiscale, sebbene quella sia una componente. È anche un tentativo per abbattere l’evasione fiscale, in particolare le strategie che le società multinazionali adoperano per denunciare i profitti nelle giurisdizioni con tasse basse.
Tutto questo accadrà? È probabile, sebbene sarà complicato tenere allineato il raggruppamento democratico (non ci sarà alcun voto da parte dei repubblicani). Ma poteva non avvenire se il taglio delle tasse di Trump sulle società non fosse stato un fallimento così completo, non essendo riuscito per niente a provocare la crescita promessa negli investimenti delle imprese.
Dunque, quello di cui vorrei ragionare qua è la ragione per la quale persino molti critici, incluso il sottoscritto, pensassero che il taglio delle tasse di Trump fosse meno negativo dei consueti programmi fiscali repubblicani, seguito dalle tre ragioni per le quali, si è scoperto, eravamo troppo generosi.
L’idea meno cattiva?
I tagli delle tasse dei repubblicani sono di solito concentrati sugli individui con redditi elevati, e sono giustificati dalla pretesa che tagliare le aliquote fiscali marginali porterà ad une esplosione di sforzi individuali, di spirito imprenditoriale, e via dicendo.
Ci sono state molte demistificazioni di questa pretesa. Eccone un’altra: si dà il caso che io abbia familiarità con le tasse con cui fanno i conti le persone di New York City con redditi abbastanza elevati – in particolare quelle che si basano su redditi da lavoro e non sui redditi che, come quelli dei gestori di fondi o cose del genere, che possono essere congegnati per ottenere una tassazione bassa. Si pensi a tale categoria come il personaggio di una delle mie preferite frasi del film Wall Street: “Un impiego di circa 400.000 dollari all’anno a Wall Street, che ti fa viaggiare il prima classe ed avere una vita agiata”.
Ecco la mia stima della aliquota fiscale marginale – la quota di un dollaro aggiuntivo di reddito che va alle amministrazioni [2] – con la quale si misura un soggetto come quello di New York City:
Compassione per un impiego da 400 mila dollari all’anno. Fonte … calcoli dell’autore
È piuttosto alta! La mia osservazione, tuttavia, è che persino con una aliquota fiscale marginale vicina al 60 per cento, i newyorkesi con elevati guadagni non sono precisamente famosi per essere lenti e starsene con le mani in mano. Dunque, la pretesa che le tasse personali siano un importante disincentivo al lavoro ed alla produttività non ha mai avuto molto senso.
Tuttavia, la logica del taglio alle tasse delle società era piuttosto differente. Essa non riguardava l’impegno individuale nel lavoro; riguardava invece gli incentivi ad investire negli Stati Uniti anziché in altre nazioni. In un mondo di mobilità dei capitali, quello è chiaramente un tema reale. E i difensori del taglio delle tasse sostenevano che tasse più basse sui profitti avrebbero in questo caso portato in alto gli investimenti, nel corso del tempo provocando una crescita più veloce e salari più elevati.
A quel tempo accettai questa logica [4], almeno da un punto di vista concettuale. Pensavo ancora che il taglio delle tasse fosse una cattiva idea, ma lo pensavo perché credevo che il flusso di capitali sarebbe stato più piccolo e avrebbe preso molto più lungo tempo di quanto sostenevano i difensori del piani, e di conseguenza non sarebbe stato sufficiente a compensare la perdita delle entrate.
Ma ero, come si dimostrò, troppo generoso. Come scoprì una analisi del Fondo Monetario Internazionale del 2019, la Legge sul Taglio delle Tasse e sui Posti di Lavoro finì col non avere alcun effetto visibile sugli investimenti delle imprese, che non crebbero di più di quello che ci si sarebbe aspettati considerata la crescita della domanda. Nella tabella qua sotto un modo rapido per constatarlo, ovvero gli investimenti delle imprese come percentuale del PIL:
Dove è finita la crescita degli investimenti? Fonte … Fed di St. Louis
Come possiamo interpretare questo misero fallimento? Considero tre ragioni, una delle quali non la vidi affatto nel 2017, mentre le altre due le conoscevo ma non diedi loro peso sufficiente. Proviamo a ripassarle.
Una tassa sui profitti non è una tassa sul capitale
Ho trascorso un po’ di tempo parlando con esperti di politica fiscale della Amministrazione Biden, e un argomento che essi avanzano è che quello che sembrerebbe evidente – tassare i profitti impedisce alle società di fare investimenti che altrimenti farebbero – non è affatto evidente.
Si immagini una società che sta riflettendo se prendere soldi in prestito per investire in nuovi progetti. Se non ci fossero tasse sui profitti, essa andrebbe avanti se e soltanto se si aspettasse che il tasso di rendimento del progetto ecceda il tasso di interesse del prestito. Ora supponiamo che ci sia, ad esempio, una tassa sui profitti del 35 per cento. Quanto questa influirà sulla decisione della società? Non avrà influenza.
Perché? Perché l’interesse sul prestito è deducibile dalle tasse. Se un investimento è finanziato in debito, le tasse sui profitti ricadono soltanto sui rendimenti oltre il tasso di interesse, il che significa che esse non dovrebbero influenzare le scelte di investimento.
È vero, non l’intero investimento viene finanziato col debito, sebbene anche questo costituisca un enigma: c’è un chiaro vantaggio fiscale a emettere debito piuttosto che a vendere azioni, e la domanda sul perché le società non usano ua superiore leva finanziaria è sottile e difficile. L’aspetto immediato, tuttavia, è che la tassa sui profitti delle società non è una tassa sul capitale, è una tassa su un aspetto particolare della struttura finanziarie delle società. Le analisi – incluse le mie! – che la considerano semplicemente come qualcosa che accresce il costo del capitale si mostrano anche troppo generose verso i sostenitori dei tagli delle tasse.
In ogni caso, gli investimenti delle imprese non sono così sensibili al costo del capitale
Supponiamo per un momento di non considerare la deducibilità degli interessi, e consideriamo una società che per qualche ragione finanzi tutti i suoi investimenti con le azioni. Immaginiamo anche che gli investitori sappiano di poter guadagnare un tasso di rendimento “r” sui mercati globali. In quel caso essi vorranno che la società guadagno sui suoi investimenti “r/(1-t)”, dove “t” sono le tasse sul tasso di profitto. Questo è il modo in cui i sostenitori del taglio delle tasse di Trump consideravano il mondo nel 2017.
A queste condizioni, tagliando “t”, riducendo il tasso di rendimento desiderato – in effetti, tagliando il costo del capitale – si dovrebbero indurre le società ad aumentare il capitale azionario degli Stati Uniti. Ad esempio, Tax Foundation prevedeva che il capitale azionario sarebbe cresciuto del 9,9 per cento, ovvero più di 6 mila miliardi di dollari.
Ma queste previsioni trascuravano un punto cruciale: che la maggior parte degli asset delle imprese sono piuttosto di breve durata. Le attrezzature e il software non sono come le case, che hanno una vita utile misurata in decenni se non in generazioni. Sono più come le automobili, che in genere vengono sostituite dopo pochi anni – di fatto, la maggior parte degli investimenti delle imprese sono ancor meno duraturi che le automobili, in genere consumandosi o diventando obsoleti abbastanza velocemente.
E la domanda per gli asset di breve durata non è particolarmente sensibile al costo del capitale. La domanda per le case dipende molto dal tasso di interesse che coloro che prendono i soldi a prestito devono pagare; la domanda delle macchine dipende solo un po’ dal tasso di interesse sui prestiti. Questa è la ragione per la quale la politica monetaria principalmente opera attraverso le abitazioni, non attraverso i beni di consumo durevoli o gli investimenti aziendali. E le brevi vite degli asset di impresa diluiscono i già deboli effetti delle tasse sulle decisioni di investimento.
Monopolio
I soggetti del settore finanziario parlano spesso dei FAANG: Facebook, Apple, Amazon, Netfix, Google – le società tecnologiche che dominano il mercato azionario. Queste società sembrano molto diverse dai passati leader di mercato come General Motors nel suo pieno fulgore; è molto più difficile connettere il loro valore agli asset tangibili che possiedono.
È vero, gli asset sono più numerosi di quelli che sono visibili ad occhio nudo. I magazzini di Amazon, ad esempio, occupano un largo numero di lavoratori. Eppure, il valore di queste società principalmente riflette il loro potere di mercato, le posizioni di quasi monopolio che esse hanno stabilito nei loro rispettivi settori.
Ci sono molti temi relativi a questo potere di mercato, ma nel contesto presente quello che conta è che le tasse sui profitti di monopolio sono il più vicino possibile a quello che si può ottenere per un aumento delle entrate senza effetti collaterali. Esse certamente non scoraggiano gli investimenti, perché i profitti di monopolio non sono un rendimento sul capitale.
E le tasse sui profitti sono a questo punto in buona parte tasse sui profitti dei monopoli o dei quasi-monopoli. Per citare le stime dei dirigenti con cui ho parlato circa il 75 per cento della base fiscale consiste in rendimenti “in eccesso”, ben oltre il normale rendimento del capitale, e questa percentuale sta crescendo col tempo. Parlando genericamente, questo significa che la maggioranza degli sgravi fiscali sulle società va precisamente a rigonfiare i profitti di monopolio, con qualche effetto di incentivazione limitato alla riduzione della frazione di reddito societario che effettivamente riflette i rendimenti sull’investimento. Quello studio del FMI sul taglio delle tasse di Trump suggeriva che il crescente potere di monopolio potrebbe contribuire a spiegare la mancanza del suo impatto.
Forse il modo di riflettere su tutto questo è dire che i calcoli semplicistici sugli effetti dei tagli delle tasse sugli investimenti delle imprese devono essere “scalati” in vari modi. Gli investimenti finanziati col debito non dovrebbero essere influenzati; il costo del capitale ha in ogni caso un effetto limitato sugli investimenti per la vita breve degli asset; e una gran parte di qualsiasi taglio delle tasse va a monopolisti il cui comportamento non ne sarà influenzato. Persino con tutto questo, ci dovrebbe essere un qualche effetto da tasse più basse, ma sarebbe tanto piccolo da scomparire nel frastuono delle statistiche.
Ma perché mai qualcuno credeva che il taglio delle tasse sulle società avrebbe provocato grandi effetti sull’economia?
I folletti
Il grande argomento per il taglio delle tasse sulle società è stato per lungo tempo che se non lo facevamo, le imprese avrebbero spostato capitali e posti di lavoro verso le nazioni con tasse più basse. E una occhiata fugace ai dati indica che è questo che in effetti accade. Le società statunitensi hanno molti asset oltreoceano, e sembrano favorire i paesi con basse aliquote fiscali.
Quello che abbiamo imparato nel corso di 7 o 8 anni, tuttavia, è che stiamo principalmente osservando trucchi contabili piuttosto che veri capitali che scappano per evitare le tasse. Ci sono molti modi per spiegare questo aspetto; nel mio articolo sul tema ho utilizzato “l’economia dei folletti”, le pazzesche oscillazioni nella crescita dell’Irlanda che dimostrano la natura fittizzia degli investimenti delle società nell’economia irlandese. Un altro modo è osservare che la maggioranza – la maggioranza! – dei profitti all’estero rendicontati dalle società statunitensi sono in minuscoli paradisi fiscali che realisticamente non possono essere importanti centri di profitto. Ecco una tabella dal fogli informativo della Amministrazione Biden allegata al suo piano fiscale:
Il Governo dei folletti. Fonte … Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti
Dunque un modo per riflettere sul fallimento del taglio delle tasse di Trump è che esso non ha rovesciato la fuga dei capitali perché, anzitutto, la fuga dei capitali non esisteva. In sostanza, il Governo statunitense ha sborsato centinaia di miliardi di dollari per rimediare ad un problema inesistente.
Ora l’Amministrazione Biden vuole perseguire il problema vero, che è sempre stato l’evasione fiscale, non la perdita di posti di lavoro per gli stranieri. Riusciranno ad approvare la legislazione necessaria? Per vederlo dobbiamo solo aspettare.
[1] In questi anni Krugman ha varie volte cambiato le sedi nelle quali pubblicava i suoi post. Vari anni fa, egli aveva un blog distinto dal New York Times, negli anni nei quali era il riferimento mondiale nella lotta contro le politiche dell’austerità e veniva insignito del Premio Nobel. Negli anni più recenti, invece, per dire così, ‘coabitava’ sul blog del NYT, pur avendo uno spazio, naturalmente, personale e utilizzato solo per i suoi scritti. Di recente aveva annunciato la decisione di riaprire un blog personale dove pubblicare i suoi post più ‘tecnici’, considerato che la sede del suo blog presso il New York Times non gli sembrava soddisfacente per la difficoltà – per i lettori – a distinguere i suoi due articoli settimanali sul giornale dai post (e dunque la loro sorpresa di trovarsi talora dinanzi a scritti assai più complicati). Peraltro, da vari mesi aveva inaugurato una “newsletter” nella quale pubblicava – spedendola via mail agli interessati – commenti di approfondimento sugli stessi temi degli articoli sul giornale.
Con il post di oggi, pare che egli abbia nuovamente cambiato idea e sia tornato a pubblicare tutti i suoi post nel blog sul NYT (se ben capisco, assieme alle newsletter). In una lettera si lettori – che trascuro di tradurre – egli spiega la novità.
Ma ai lettori di tali materiali su “FataTurchina” queste peregrinazioni sono state risparmiate, dato che gli articoli sul NYT compaiono da sempre in una rubrica sulla sinistra della pagina, mentre i post o le newsletter sono sempre apparse in una rubrica distinta (“Blog di Krugman”) sulla destra della pagina e di solito anche nella rubrica che appare sulla destra della pagina (“Selezione della settimana”). Altri scritti più lunghi e impegnativi – come discorsi in occasioni straordinarie o recensioni di libri – si trovano invece nella rubrica in fonda a destra della pagina, dal titolo: “Saggi, articoli su riviste di Krugman ed altri”.
Per chi invece fosse interessato ai post più antichi – ovvero alla serie storica qua tradotta da circa un decennio di tutti i suoi interventi – sarà sufficiente cliccare sulla mascherina in alto che distingue tutte le varie rubriche, nello spazio “Blog di Krugman”. Si apriranno due opzioni, e si dovrà cliccare su quella che reca: “Archivio posts”; in quel modo si troveranno, scorrendo retrospettivamente, tutti gli interventi dal 2012.
[2] La aliquota fiscal marginale è l’aliquota fiscale che si paga per un dollaro aggiuntivo di reddito. Negli Stati Uniti l’aliquota fiscale marginale per le persone cresce al salire dei loro redditi. Questo metodo di tassazione, noto come tassazione progressiva, ha l’obbiettivo di tassare le persone basandosi sui loro guadagni. Coloro che guadagnano di meno hanno una aliquota più bassa dei percettori di redditi elevati.
[3] Considerato che FICA sta per Federal Insurance Contributions Act (Legge Federale sui Contributi Assicurativi), l’aliquota fiscale marginale se ne va per circa il 60% in tasse, delle quali meno di un 10% sono imposte sugli acquisti, ovvero tasse sul valore aggiunto (sales). Tutte le altre voci sono tasse locali, statali, federali o contributi assicurativi.
[4] La connessione è con il testo di un intervento di Krugman del 21 ottobre 2017, qua tradotto con il titolo: “Un po’ di fuorviante geometria sulle tasse delle società (per esperti)”.
[5] La tabella è realmente impressionante. Essa mostra la parte del reddito delle società multinazionali americane nei “Sette Grandi Paradisi Fiscali”, sul lato sinistro come percentuale del reddito all’estero totale di quelle società, su quello destro come percentuale del PIL statunitense. Come si vede, il reddito in quei paesi minuscoli (non solo Irlanda, ma Bermuda, Isole Cayman etc.) era poco superiore al 10% del reddito totale all’estro nell’anno 2000 e nel 2019 è diventato pari a circa il 60%. Inoltre esso si è quadruplicato in un ventennio, passando dallo 0,4% all’1,6% del PIL americano.
aprile 7, 2021
April 6, 2021
Paul Krugman
Today’s column is about Republican attempts to discredit President Biden’s American Jobs Plan by insisting that it really isn’t an infrastructure plan. As I explain in the column, they’re wrong on substantive grounds: Investing in the future should include a lot of things that don’t match a narrow definition of infrastructure.
But I also believe that they’re messing up the politics. If they really wanted to sabotage Biden’s plans, or at least make him pay a political price for moving forward, they should be offering a halfway plausible alternative — a real if grossly inadequate infrastructure plan of their own. Whining that nothing besides roads and bridges qualifies — not even rail, or water, or the electrical grid, or broadband — just highlights their own unwillingness to be serious.
Better yet, they could have passed a minimalist, steel-and-concrete-only bill while their own guy was in the White House. If they had, he might still be there, and in any case they might have pre-empted the expansive initiative currently on the table.
So why didn’t they? Why did “It’s infrastructure week!” become a running gag line?
Part of the answer was the sheer incompetence of the Trump administration, in which almost nobody had any idea how to do policy substance (as we saw, tragically, in the administration’s Covid-19 response.) Beyond that, however, the modern G.O.P. is allergic to any proposal to spend taxpayer money to advance the public good.
Way back in November 2016 I looked at the sketch of an infrastructure proposal offered by the Trump team and was struck by their almost pathological unwillingness to just do the obvious thing and, you know, build infrastructure. Instead they suggested a complicated scheme that would offer huge tax credits to private investors who would then be rewarded with user fees: build a highway, mainly with taxpayer dollars, then collect all the tolls for yourself.
As I noted at the time, this scheme wouldn’t work at all for infrastructure spending that can’t be monetized, like repairing levees or cleaning up hazardous waste. And even where it might have been possible to collect user fees, the scheme would offer huge potential for abuse and cronyism (although that might have been a selling point to those proposing it).
It’s not surprising, then, that infrastructure never happened. But why the Rube Goldberg nature of the proposal, such as it was? Why not just build infrastructure?
The answer, I think, comes down to a blend of ideology and cynical politics.
Today’s G.O.P. is the party Ronald Reagan built, a party that always sees government as the problem, not the solution; people who’ve spent decades steeped in that mind-set just can’t wrap their minds around the idea of using government spending, not tax cuts, to solve a problem. For a time, people in Trump’s inner circle, like Steve Bannon, seemed ready to break out of this box. But they couldn’t free their minds — and even if they could have, people like Mitch McConnell would have stood in their way.
For smart Republicans — McConnell may be a destructive force, but he’s no dummy — believe that there are political spillovers when government acts effectively. Once voters see the government do something well, they worry, the public will be more inclined to have it do other things they don’t want it to do, like reducing poverty and curbing the accumulation of wealth at the top. To be fair, the Biden team has the same belief: it wants to use the popularity of its pandemic response to advance a broad center-left agenda.
Still, the odds are that Republican obstruction will end up empowering the very things the G.O.P. wants to avoid, just as it did on stimulus. Republicans might have been able to hold Biden down to half a loaf. Instead, by insisting that he could only have crumbs, they may have given him the whole thing.
Perchè la “settimana delle infrastrutture” divenne una barzelletta?
Di Paul Krugman
L’articolo di oggi è sui tentativi repubblicani di screditare il Piano Americano dei Posti di Lavoro del Presidente Biden dicendo di continuo che in realtà non è un piano per le infrastrutture. Come spiego nell’articolo, sbagliano in termini di sostanza: investire nel futuro dovrebbe includere una gran quantità di cose che non corrispondono ad una definizione stretta di infrastrutture.
Ma credo anche che stiano sbagliando sul lato della politica. Se volessero realmente sabotare i programmi di Biden, dovrebbero offrire una alternativa plausibile a metà strada – un loro vero piano delle infrastrutture pur se del tutto inadeguato. Lamentarsi che niente lo qualifica come tale se non le strade e i ponti – neppure le ferrovie, o l’acqua, o la rete elettrica o la banda larga – mette solo in evidenza la loro indisponibilità ad essere seri.
Meglio ancora, avrebbero dovuto approvare una proposta di legge minimalista, solo di acciaio e cemento, mentre il loro uomo era alla Casa Bianca. Se l’avessero fatto, egli potrebbe ancora essere là, e in ogni caso potevano aver prevenuto l’iniziativa espansiva che adesso è sul tavolo.
Perché dunque non l’hanno fatto? Perché lo slogan “E’ la settimana delle infrastrutture!” era diventata un barzelletta in bocca di tutti?
In parte la risposta è consistita nella mera incompetenza della Amministrazione Trump, nella quale quasi nessun aveva un’idea di come fare politica nella pratica (come tragicamente abbiamo visto nella risposta della Amministrazione al Covid-19). Oltre a ciò tuttavia, il Partito Repubblicano odierno è allergico ad ogni proposta di spendere soldi dei contribuenti per promuovere il bene pubblico.
Nel lontano novembre del 2016 io osservai [1] lo schizzo di una proposta di infrastrutture proposta dalla squadra di Trump e venni colpito dalla loro quasi patologica indisponibilità a fare la cosa normale, ovvero a costruire infrastrutture. Suggerivano invece un complicato schema che avrebbe offerto enormi crediti di imposta agli investitori privati che sarebbero in seguito stati premiati con i pedaggi degli utenti: costruire autostrade con i dollari dei contribuenti e poi raccogliere per proprio conto i pedaggi.
Come osservai allora, quello schema non avrebbe funzionato affatto per la spesa in infrastrutture che non può essere monetizzata, come riparare gli argini o smaltire i rifiuti pericolosi. E persino laddove poteva essere possibile raccogliere i pedaggi degli utenti, lo schema avrebbe offerto un grande potenziale agli abusi e al clientelismo (per quanto questo poteva essere un punto di forza per coloro che lo proponevano).
Non è sorprendente, allora, che le infrastrutture non si materializzarono mai. Ma perché quel carattere da Rube Goldberg [2] della proposta, quale essa si presentava? Perché non costruire semplicemente infrastrutture?
Io penso che la risposta in fin dei conti consista in una mescolanza di ideologia e di politica cinica.
Il Partito Repubblicano odierno è quello che costruì Ronald Reagan, un partito che considera sempre il governo come il problema, non come la soluzione; persone che hanno passato decenni impregnati in una mentalità secondo la quale non si può abituarsi all’idea di usare la spesa pubblica, anziché gli sgravi fiscali, per risolvere un problema. Per un certo periodo, persone della cerchia più ristretta di Trump, come Steve Bannon, sembravano pronte a uscire da questo recinto – ma anche se avessero potuto, persone come Mitch McConnell si sarebbero messe di traverso.
Il punto è che i repubblicani intelligenti – McConnell può essere un fattore distruttivo, ma non è uno scemo – credono che quando il Governo agisce con efficacia ci siano ripercussioni politiche. Si preoccupano che una volta che gli elettori si accorgono che il Governo fa qualcosa di buono, l’opinione pubblica diverrà più incline a fare altre cose che essi non vogliono fare, come ridurre la povertà e mettere un freno alla accumulazione delle ricchezze al vertice. Ad essere onesti, la squadra di Biden ha lo stesso convincimento: vuole usare la popolarità della sua risposta alla pandemia per promuovere un programma generale di centro sinistra.
Eppure, è probabile che l’ostruzionismo dei repubblicani finirà col rafforzare proprie le cose che il Partito Repubblicano vuole evitare, precisamente come è accaduto per lo stimolo. I repubblicani potevano essere nelle condizioni di accontentare Biden con mezza pagnotta. Invece, insistendo nel concedergli solo briciole, potrebbero avergli dato la pagnotta intera.
[1] Si riferisce all’articolo “Di certo non costruirà” del 21 novembre 2016, qua tradotto.
[2] Reuben Garret Lucius Goldberg, meglio conosciuto col diminutivo Rube, è stato un fumettista statunitense, vincitore del Premio Pulitzer per la satira nel 1948. I suoi fumetti erano famosi per stranissimi congegni meccanici complicati, che servivano a fare cose semplicissime. Un esempio:
marzo 24, 2021
March 23, 2021
Paul Krugman
I don’t know about you, but I’m still in a state of mostly happy shock over the enactment of Joe Biden’s American Rescue Plan. Obviously we won’t be fully able to assess the plan’s effects until some time has passed, but it’s both huge and hugely ambitious; among other things, it’s expected to cut child poverty roughly in half, essentially overnight. And yesterday I tweeted that Biden and his allies have achieved more in two months of unified control of Congress and the White House than Donald Trump and company achieved in two years.
But here’s the thing: While Republicans failed to kill Obamacare, they did enact a big tax cut, with a headline price tag roughly the same as the American Rescue Plan. Yet these days you hardly ever hear people talking about the Tax Cut and Jobs Act, enacted in December 2017. Why did such a large bill, one that Mitch McConnell assured his colleagues would give them a big electoral advantage, more or less disappear from our political discourse?
Well, Democrats have had other fish to fry, although Biden is reportedly hoping to raise taxes on the rich, so the subject may make a comeback. As for Republicans, they have a problem. Their tax cut didn’t deliver what it promised: a big surge in business investment. What it did deliver was a big windfall, not just to the wealthy, but to wealthy foreigners. Not something they want to highlight.
The core of the Tax Cut and Jobs Act was a big slash in the tax rate on corporate profits. This was supposed to make investing in the United States much more attractive, drawing in money that would otherwise have been invested abroad. And as companies expanded their U.S. operations, they would need more workers, raising the demand for labor, and hence driving up wages. So the claim was that what looked on the surface like a big tax cut for wealthy stockholders was really going to go mainly to workers.
But the promised investment surge never arrived. It turned out that while U.S. corporations appeared, on paper, to have big investments overseas, many of those assets were basically fictitious: companies had been juggling the books to report big profits in low-tax jurisdictions like Ireland, which made it look as if they were investing a lot of capital there, but that didn’t mean they were really building a lot of factories or buying a lot of equipment. So there wasn’t actually a big hoard of capital ready to return if taxes were cut, and the big tax cut did basically nothing for business investment in America.
What that meant in turn was that what looked on the surface like a big tax cut for wealthy stockholders — who are, after all, the ultimate beneficiaries of after-tax corporate profits — was, in fact, a big tax cut for wealthy stockholders.
And there’s another twist: Many of those wealthy stockholders weren’t even American. A recent report from the nonpartisan Tax Policy Center estimates that 40 percent of the equities in U.S. corporations are foreign-owned, which means that to a first approximation foreigners received 40 percent of that corporate tax cut.
At some level this arguably shouldn’t matter; a tax break for oligarchs, princelings and sheiks sounds worse than one for domestic billionaires, but neither does much for ordinary families. But it doesn’t sound great.
So Republicans stopped talking about their big tax cut. The only major legislation enacted under Donald Trump is rapidly fading from memory.
L’incredibile scomparsa del taglio delle tasse,
di Paul Krugman
Non so voi, ma io sono ancora felicemente stupefatto per la approvazione del Piano Americano di Salvataggio di Joe Biden. Ovviamente non saremo pienamente capaci di stimare gli effetti del piano finché non sia passato un po’ di tempo, ma esso è insieme vasto e largamente ambizioso; tra le altre cose, ci si aspetta una riduzione per circa la metà della povertà infantile, in pratica da un giorno all’altro. E ieri io ho twittato che Biden e i suoi collaboratori hanno realizzato di più in due mesi di controllo di entrambi i rami del Congresso di quanto Donald Trump e soci realizzarono in due anni.
Ma lì è il punto: mentre i repubblicani non sono stati capaci di abrogare la riforma sanitaria di Obama, hanno varato un grande taglio delle tasse, con un costo complessivo all’incirca simile al Piano Americano di Salvataggio. Eppure in questi giorni fate fatica persino a sentir parlare la gente della Legge sugli Sgravi Fiscali e i Posti di Lavoro, approvata nel dicembre del 2017. Perché una tale grande proposta di legge, quella che Mitch McConnell garantiva ai suoi colleghi avrebbe dato loro un grande vantaggio elettorale, è più o meno scomparsa dal nostro dibattito politico?
Ebbene, i democratici hanno avuto altre gatte da pelare, sebbene Biden da quanto si apprende stia sperando di alzare le tasse sui ricchi, cosicché il tema potrebbe tornare attuale. Per quanto riguarda i repubblicani, essi hanno un problema. Il taglio delle tasse dei repubblicani non ha mantenuto quello che avevano promesso: una grande crescita negli investimenti delle imprese. Ciò che essa ha consegnato è stata una grande manna, non solo per i ricchi, ma per i ricchi stranieri. Qualcosa che non vogliono mettere in evidenza.
Al centro della Legge sugli Sgravi Fiscali e i Posti di Lavoro c’era un grande taglio della aliquota fiscale sui profitti delle società. Si supponeva che questo rendesse molto più attraente investire negli Stati Uniti, attirando capitali che altrimenti sarebbero stati investiti all’estero. E come le società avessero ampliato le loro operazioni negli Stati Uniti, avrebbero avuto bisogno di più lavoratori, elevando la domanda di lavoro e quindi spingendo in alto i salari. Dunque la pretesa era che quello che osservato superficialmente sembrava un grande taglio delle tasse per gli azionisti ricchi, era in realtà destinato a finire principalmente ai lavoratori.
Ma la crescita promessa degli investimenti non è mai arrivata. Si è scoperto che mentre, sulla carta sembrava che le società americane avessero grandi investimenti oltreoceano, molti di quegli asset erano fondamentalmente fittizi: le società avevano manipolato i libri contabili per denunciare grandi profitti nelle giurisdizioni con bassa tassazione come l’Irlanda, il che faceva sembrare che stessero investendo in quei posti grandi capitali, ma ciò non significava che stessero davvero costruendo molti investimenti o acquistando molte attrezzature. Dunque in effetti non c’era una grande riserva di capitali pronti a tornare se le tasse fossero state tagliate, e il grande taglio delle tasse fondamentalmente non provocò niente negli investimenti delle imprese in America.
Il che a sua volta significava che quello che sulla superficie sembrava una grande taglio delle tasse per gli azionisti ricchi – che sono, dopo tutto, i beneficiari finali dei profitti delle società una volta pagate le tasse – era proprio un grande taglio delle tasse per gli azionisti ricchi.
E c’è stato una altro colpo di scena: molti di quegli azionisti ricchi non erano nemmeno americani. Una rapporto recente del Tax Policy Center stima che il 40 per cento dei titoli in società statunitensi sono posseduti da stranieri, il che comporta ad una prima approssimazione che gli stranieri hanno ricevuto il 40 per cento di quello sgravio fiscale per le società.
In un certo senso questo probabilmente non dovrebbe avere importanza; uno sgravio fiscale per gli oligarchi, per i principini e gli sceicchi sembra peggiore di uno per i miliardari nazionali, ma per le famiglie ordinarie non cambia granché. Eppure non sembra una iniziativa formidabile.
Dunque i repubblicani hanno smesso di parlare sul loro grande taglio delle tasse. L’unica importante legge varata con Donald Trump sta rapidamente sparendo dalla memoria.
marzo 17, 2021
Mar 16, 2021
Pul Krugman
If private-sector economists are anywhere near right, the U.S. economy is about to experience a spectacular boom. Economists surveyed by Bloomberg expect 5.5 percent growth this year; those surveyed by The Wall Street Journal expect almost 6 percent; Goldman Sachs expects 8 percent.
We haven’t seen anything like this since the Morning in America boom of 1983-1984, a boom that lives on in conservative legend as proof of the magical power of tax cuts, even though every subsequent promise of a tax-cut miracle has failed.
But Ronald Reagan’s boom wasn’t all it was cracked up to be, and the same will to some extent be true of President Biden’s. Rapid short-term growth will be a partial vindication of Keynesian economics, the notion that government spending can boost a depressed economy. But this kind of growth is only possible when the economy starts out way down, and the bigger test is what happens later.
To understand why forecasters are so optimistic, it helps to know about one of Milton Friedman’s lesser-known analyses: his “plucking” model of the business cycle (a model that was somewhat at odds with his other work, but that’s another story.)
Friedman suggested that we think of the economy’s potential growth path — the maximum amount it could produce — as a tilted board, and its actual path as a wire string attached to that board. When the economy experiences a recession, it’s as if someone pulled the string away from the board; when the recession ends, it’s as if the string has been released, and springs back to the board.
Ordinarily, the speed at which the plucked string springs back — the speed of the recovery — depends on how far it was pulled back. So you expect fast growth after a deep recession, which is what happened under Reagan — the double-dip recession of 1979-82 left the economy deeply depressed — and seems set to happen now.
This story doesn’t always work. Recovery from the 2008 financial crisis was sluggish, partly because of an overhang of excess debt, partly because Republicans in Congress slowed the recovery with destructive fiscal austerity. But this time Democrats have pushed through a very aggressive stimulus, and in combination with the fading pandemic this suggests that we’re in for a lot of pluck.
But then what? Springing back from a recession is one thing; achieving longer-run prosperity is something quite different. That is, what we really want to know is how things look after the plucking is over.
By that measure, the Reagan experience doesn’t look that great. The recession — the downward pluck that made a couple of years of rapid growth possible — began in 1979. How did performance over the next decade look, and how did it compare with the previous decade (which also, as it happens, began with a recession)? Because income inequality surged, it depended on where you sat in the income distribution:
Morning for some americans. T. Piketty, E. Saez, and G. Zucman
For the bottom half of the U.S. population, the ’80s were pretty bad: income stagnated or even fell a bit. For the middle class, they were ordinary: incomes grew at about the same rate as they had the previous decade. But for the affluent, and above all for the 1 percent, it was a great time. Which, of course, helps explain why the legend of Reaganomics continues to be promoted by right-wing propagandists.
Will Bidenomics do better? The American Rescue Plan is startlingly favorable to Americans with lower incomes. But a lot depends on whether key elements like the child cash allowance and enhanced health care subsidies become permanent, and on whether this big bill is followed by another big bill — this time one that invests in the future.
Ci aspetta un grande ‘strappo’,
di Paul Krugman
Se gli economisti del settore privato sono in qualche modo vicini ad aver ragione, l’economia statunitense è destinata a sperimentare un boom straordinario. Gli economisti intervistati da Bloomberg si aspettano quest’anno una crescita del 5,5 per cento; quelli intervistati da The Wall Street Journal quasi il 6 per cento; Goldman Sachs si aspetta l’8 per cento.
Non vedevamo niente di simile dal boom del Morning in America del 1983-1984, un boom che nella leggenda conservatrice sopravvive come la prova del potere magico dei tagli delle tasse, anche se ogni successiva promessa di miracoli dagli sgravi fiscali è fallita.
Ma il boom di Ronald Reagan non fu tutto quella gran cosa che dicono, e in qualche misura lo stesso sarà vero per il Presidente Biden. La rapida crescita a breve termine sarà un parziale risarcimento dell’economia keynesiana, l’idea che la spesa pubblica possa incoraggiare un’economia depressa. Ma questo tipo di crescita è possibile soltanto quando l’economia comincia ad essere decisamente in calo, e la prova più importante è quello che accade dopo.
Per comprendere perché i previsori sono così ottimisti, è utile conoscere una delle analisi meno note di Milton Friedman: il suo modello degli “strappi” del ciclo economico [1] (un modello che in un certo senso è all’opposto di suoi altri lavori, ma quella è un’altra storia).
Friedman suggeriva che noi ragioniamo sull’indirizzo della crescita potenziale dell’economia – la massima quantità che essa può produrre – come una tavola inclinata, e il suo effettivo indirizzo è come il filo di una corda attaccato a quella tavola. Quando l’economia conosce una recessione, è come se qualcuno staccasse la corda dalla tavola, quando la recessione termina, è come se la corda venisse rilasciata, e saltasse nuovamente sulla tavola.
Normalmente, la velocità alla quale la corda staccata balza indietro – la velocità della ripresa – dipende da quanto è stata tirata in basso. Dunque ci si aspetta un rapida crescita dopo una recessione profonda, che è quanto accadde con Reagan – la recessione a due cifre del 1979-82 aveva lasciato l’economia profondamente depressa – e sembra destinato ad accadere adesso.
La storia non funziona sempre. La ripresa dalla crisi fianziaria del 2008 fu fiacca, in parte perché i repubblicani nel Congresso rallentarono la ripresa con una austerità distruttiva delle finanze pubbliche. Ma questa volta i democratici hanno approvato misure di stimolto molto aggressive, e in combinazione con una pandemia che svanisce questoindica che ci aspetta un grande ‘strappo’.
Ma cosa accadrà in seguito? Rimbalzare da una recessione è una cosa; realizzare una prosperità a più lungo termine è una cosa abbastanza diversa. Ovvero, quello che veramente ci deve interessare è come le cose appariranno dopo che lo strappo sarà terminato.
Da quel punto di vista, l’esperienza di Reagan non sembra così grande. La recessione – lo strappo verso il basso che rese possibile un biennio di rapida crescita – cominciò nel 1979. Quale fu la prestazione nel decennio successivo, e come fu nel confronto con il decennio precedente (che, si dà il caso, iniziò anch’esso con un recessione)? Dato che crebbe l’ineguaglianza dei redditi, ciò dipese da dove vi collocate nella distribuzione del reddito:
È giorno, ma solo per alcuni americani. T. Piketty, E. Saez e G. Zucman
Per la metà più in basso della popolazione statunitense, gli anni ’80 furono piuttosto negativi; i redditi stagnarono o persino diminuirono un po’. Per le classi medie essi furono ordinari: i redditi crebbero circa allo stesso tasso al quale erano cresciuti nel decennio precedente. Ma per i benestanti, e soprattutto per l’1 per cento dei più ricchi, fu un tempo straordinario. Il che, ovviamente, contribuisce a spiegare perché la leggenda della politica economica di Reagan continui ad essere promosse dai propagandisti della destra.
Andrà meglio per la politica economica di Biden? Il Piano Americano del Soccorso è inizialmente favorevole per gli americani con redditi più bassi. Ma molto dipenderà dal fatto che aspetti fondamentali come le indennità in contanti per le famiglie con figli e i sussidi potenziati per la assistenza sanitaria divengano permanenti, e dal fatto che questa grande legge sia seguita da un’altra grande legge – una legge che questa volta investa nel futuro.
[1] Rispetto alla teoria del ‘tasso naturale’ – secondo la quale la produzione fluttua attorno ad una tendenza di equilibrio – la teoria “plucking” (da ‘pluck’, spennare, strappare, tirar via etc.) suggerisce che la produzione si muove assieme ad un valore ‘tetto’, che corrisponde più o meno alla piena utilizzazione del capitale e del lavoro, oppure può subire ‘strappi’ verso il basso. Le fluttuazioni da ‘strappo’ sono shock temporanei provocati dalla domanda, mentre le fluttuazioni dello stesso ‘tetto’ sono determinate da shock dell’offerta (tecnologiche, demografiche, regolamentari etc.). Le due teorie sono espresse dalla tabella sottostante, nella quale la figura a sinistra illustra un andamento secondo la teoria del tasso naturale, quella di destra un andamento secondo la teoria di Friedman.
“Strappo” non mi sembra una grande traduzione, ma è certamente più adatta di “spennare, spiumare …”.
[2] La Tabella indica i cambiamenti di reddito tra il decennio 1969-79 ed il decennio 1979-89, per i redditi più bassi (il 50% del totale, a sinistra), per i redditi medi (il 40% del totale, il secondo da sinistra) e i redditi più elevati (sulla destra in progressione, relativi al 10%, al 5% ed all’1% della popolazione).
Ovvero, negli anni ’80 i ricchissimi conobbero un aumento dei redditi del 60%!
marzo 8, 2021
Are we there yet? Are we there yet? Yes! The Covid relief bill has passed the Senate. It falls short of progressives’ fullest hopes — no minimum wage hike, unemployment benefits at $300/week rather than $400 — but it’s a huge and highly redistributive package. |
Now what? OK, everyone involved in getting this thing through is entitled to a few hours’ sleep and the legal mood-altering chemicals of their choice. But this was a rescue package, not a long-term plan for economic revival. So as soon as everyone has recovered from this (largely gratuitous) ordeal, it will be time to start working on longer-term proposals, especially the linked issues of infrastructure and climate change.
At the moment I have no coherent thoughts about exactly what the next plan should include. But it’s not too early to weigh in on the question of how it should be paid for. And it’s important to start making the argument that by and large it needn’t, indeed shouldn’t, be paid for. Certainly we don’t want crucial infrastructure investment to be held up by paygo rules.
Saying this will, of course, drive the debt scolds crazy. Expect to hear a lot about the latest CBO long-term projection, which says — as they like to put it — that by 2051 debt will be twice the size of the economy: 220 percent of GDP!
I could point out that this is comparing a stock with a flow: if you use quarterly data CBO is saying that debt will be 8 times the economy, if you use decade data only 20%, and the choice of frequency is arbitrary. But more to the point, you need to know both why that projection is highly questionable and why in any case it doesn’t really matter.
What’s behind those debt projections?
Most people who think about these things at all probably assume that CBO’s big numbers on future debt are driven by the usual suspects: rising spending on retirement and health care. And this isn’t totally wrong. There are still some Baby Boomers under 65, life expectancy is still rising except when viruses are killing us off, and health spending still tends to grow faster than GDP.
But entitlement spending, it turns out, isn’t the big driver of CBO’s numbers; they’re largely caused by a big projected rise in federal interest payments:
OK, you may say, that’s what happens when you keep running deficits: you end up with more debt, which means more interest, which means more debt, and the whole thing snowballs. Right?
Actually, no. CBO’s big projected interest bill doesn’t have a lot to do with higher debt; it’s mainly driven by the assumption that the average interest rate the federal government pays on its debts will rise dramatically. Here’s the implied average rate from the CBO report:
We haven’t see interest rates that high since before the late-2000s financial crisis. Here’s the 10-year rate, taking annual averages to smooth out wiggles, since 2000:
The CBO rate projection is also very much at odds with market expectations. As of the end of last week the 20-year rate was 2.18%, the 30-year rate 2.28%, suggesting that bond markets expect rates to be not much over 2 percent a generation from now.
Of course, markets aren’t always right. But which is more reasonable: continuation of the low-interest rate environment that has persisted right through the post-2009 recovery, or a return to pre-2008 norms?
The case for low interest rates
As Furman and Summers have pointed out, even before the pandemic we were living in an era of far lower interest rates than just about any official projections envisioned. Here’s one of the figures that really caught my eye:
Why did this happen? As Summers has emphasized, in a view I very much support, this really looks like secular stagnation — an era of persistently weak investment demand in which the economy needs very low and possibly negative interest rates to achieve full employment.
But why is investment demand low? One obvious explanation is demography. With weak or no growth in the working-age population, the demand for fixed capital of all kinds — office buildings, factories, shopping malls, and, yes, residences — is low. And both currently and for the foreseeable future demography looks nothing like the environment that prevailed back when interest rates of 4-5% seemed normal. Here’s the log of the prime-age U.S. population since 1995:
Technology could also drive investment demand, the way it did during the IT boom of the late 1990s. And I’m open to the possibility that technology may do more for the economy over the next few decades than it has recently. But nothing like that is in the numbers so far. Here’s total factor productivity, again in logs, again since 1995:
So the fundamentals seem consistent with market expectations of low interest rates for a very long time, not with the assumed big rate rises that drive scary-looking debt projections.
But what about the role of government spending, both the big package that just passed the Senate and possible future initiatives?
Stimulus now and later
I’ve just argued that private investment demand is likely to be weak for the foreseeable future. But what about the demand boost from the big bill that just passed the Senate? Some economists worry that the bill could cause the economy to overheat; I don’t think they’re right, but it’s not a silly concern. And interest rates have risen since the beginning of the year, first after Democratic victories in the Georgia special elections made a major relief package possible, then as Dems showed surprising unity in backing a really big package. The market is in effect pricing in the possibility that the Fed will raise rates to head off inflation.
But the rate rise hasn’t been especially large; 10-year real rates are still negative, and even the 30-year real rate was only 0.12 percent as of Friday. Why is the reaction to such a huge package so muted?
The answer is that the fiscal boost is overwhelmingly short-lived. The main components of the plan — stimulus checks, enhanced unemployment benefits, emergency aid to state and local government, direct spending on vaccinations and school openings — will be gone by the end of 2021. Here’s the CBO estimate of deficit impacts by fiscal year from the House version, which will be close to the Senate version (bear in mind that fiscal 2022 includes the last quarter of calendar 2021):
It’s true that Democrats hope that some features of the bill — child tax credits and expanded ACA subsidies — will become permanent. But they’re a fairly small fraction of the total.
This has two implications. First, we’re likely to remain in a low-interest world, in which federal debt isn’t a big problem, for a long time despite this big slug of spending.
Second, even if there’s a short-term boom as the pandemic subsides and money from the American Rescue Plan flows into the economy, we’ll probably be back in secular stagnation — where it takes very low interest rates to achieve full employment, even in good times, and the Fed lacks the ammunition to respond in bad times — after a year or two.
And those two implications make the case for a sustained program of public investment that isn’t paid for, that’s deficit-financed. Such a program would do double duty: We need the infrastructure, and it would also provide continuing stimulus in an economy that needs such stimulus, giving the Fed room to respond when adverse shocks hit.
And because interest rates would stay low, the debt service from such a program isn’t likely to pose a problem.
Democrats will soon move on from their relief bill triumph and focus on longer-term investment. And one big question they’ll ask is how to pay for such a program. Well, the answer is: don’t pay for it. Just do it.
Come (non) pagare per ricostruire meglio.
Argomenti per infrastrutture finanziate col debito.
di Paul Krugman
Siamo arrivati? Siamo già arrivati? Sì! La proposta di legge sugli aiuti per il Covid è stata approvata dal Senato. È al di sotto delle intere aspettative dei progressisti – nessun aumento del salario minimo, sussidi di disoccupazione a 300 dollari alla settimana, anziché 400 – ma è un grande pacchetto di misure ed è altamente redistributivo.
E adesso? È vero, chiunque sia stato coinvolto in questa faccenda è autorizzato a riposarsi qualche ora e sono permesse alcune sostanze chimiche legali di sua scelta. Ma questo era un pacchetto di salvataggi, non un piano a lungo termine per la ripresa economica. Dunque, appena ognuno si sia ripreso da questa disavventura (in gran parte gratuita), verrà il momento di cominciare a lavorare su proposte a più lungo termine, particolarmente i temi tra loro connessi delle infrastrutture e del cambiamento climatico.
Sul momento non dispongo di pensieri ordinati su quello che il nuovo piano dovrebbe esattamente includere. Ma non è troppo presto per dire la mia opinione su come dovrebbe essere finanziato. Ed è importante cominciare ad avanzare l’argomento secondo il quale in linea di massima esso non avrà bisogno, in effetti non dovrebbe, essere a carico della spesa pubblica. Di certo non vogliamo che gli investimenti in infrastrutture si reggano sulla spesa diretta [1].
Dire questo, ovviamente, farà impazzire le Cassandre del debito. Ci si aspetti di sentir molto parlare delle ultime previsioni a lungo termine dell’Ufficio Congressuale del Bilancio (CBO), che affermano – come a loro piace esprimersi – che con il 2051 il debito ammonterà ad una dimensione doppia dell’economia: il 200 per cento del PIL!
Potrei mettere in evidenza che questo è come confrontare una riserva con un flusso: se usate i dati trimestrali il CBO sta dicendo che il debito sarà otto volte l’economia, se usate i dati del decennio solo il 20%, e la scelta della frequenza è arbitraria. Ma con più attinenza con la questione, dovete sapere che non solo la proiezione è altamente discutibile, ma che in ogni caso essa non è granché importante.
Cosa c’è dietro queste proiezioni sul debito?
La maggioranza delle persone che ragionano anche minimamente su queste cose probabilmente considerano che i grandi numeri del CBO sul debito futuro siano provocati dai soliti noti fattori: l’aumento della spesa per le pensioni e per l’assistenza sanitaria. E questo non sarebbe interamente sbagliato. Ci sono ancora alcuni baby boomers [2] sotto i 65 anni, l’aspettativa di vita sta ancora crescendo ad eccezione di quando i virus ci ammazzano e la spesa sanitaria tende a crescere più velocemente del PIL.
Ma si scopre che la spesa sui diritti sociali non è quella che dà la grande spinta ai dati del CBO; essi sono in gran parte provocati da una grande crescita prevista nei pagamenti federali degli interessi:
È vero, si può dire che questo è quello che accade quando si continua a gestire deficit: si finisce con più debito, che significa più interessi, che comportano più debito, e tutta la cosa cresce a dismisura. Giusto?
In realtà, no. Il gran conto degli interessi previsti dal CBO non ha molto a che fare con un debito più alto; esso è principalmente guidato dall’assunto che il tasso medio di interesse che il Governo federale paga sui suoi debiti crescerà in modo spettacolare. Questo è il tasso medio ipotizzato dal rapporto del CBO:
Non abbiamo visto tassi di interesse così alti dalla crisi finanziaria precedente gli ultimi anni 2000. Ecco il tasso del decennio, utilizzando le medie annuali per spianare le oscillazioni, a partire dal 2000:
Il tasso previsto dal CBO è anche di gran lunga all’opposto delle aspettative del mercato. Alla fine della scorsa settimana il tasso ventennale era il 2,18%, quello trentennale il 2,28%, indicando che i mercati delle obbligazioni non si aspettano di essere molto al di sopra del 2 percento tra una generazione.
Naturalmente, i mercati non hanno sempre ragione. Ma cosa è più ragionevole: la continuazione di un contesto di bassi tassi di interesse che è precisamente proseguita attraverso la ripresa successiva al 2009, o un ritorno alle regole precedenti il 2008?
L’argomento a favore di bassi tassi di interesse
Come Furman e Summers hanno messo in evidenza, persino prima della pandemia stavamo vivendo in un’epoca di tassi di interesse più bassi di quanto praticamente tutte le previsioni ufficiali si immaginavano. Ecco una delle tabelle che hanno realmente catturato la mia attenzione:
Come è accaduto tutto questo? Come Summers ha enfatizzato in un punto di vista che ha tutto il mio sostegno, questa sembra davvero simile alla stagnazione secolare – un epoca di domanda di investimenti persistentemente debole nella quale l’economia ha bisogno di tassi di interesse molto bassi e forse negativi per realizzare la piena occupazione.
Ma perché la domanda di investimenti è bassa? Una spiegazione ovvia è la demografia. Con una debole crescita, o con nessuna crescita nella popolazione in età di lavoro, la domanda per il capitale fisso di ogni genere – palazzi per uffici, stabilimenti, centri commerciali e anche residenze – è bassa. E sia attualmente che per il futuro prevedibile la demografia non assomiglia per niente all’ambiente che era prevalso nel passato quando i tassi di interesse del 4-5% sembravano normali. Ecco il logaritmo della popolazione statunitense nella principale età lavorativa a partire dal 1995:
Anche la tecnologia potrebbe spingere la domanda di investimenti, nel modo in cui lo fece il boom della tecnologia informatica negi ultimi anni ’60. E io sono aperto alla possibilità che la tecnologia possa fare di più per l’economia nel corso dei prossimi decenni rispetto a quanto ha fatto di recente. Ma sinora nei dati non appare niente del genere. Ecco la produttività totale dei fattori [6], ancora in logaritmi, ancora a partire dal 1995:
Dunque, i fondamentali sembrano coerenti con le aspettative del mercato di bassi tassi di interesse per un periodo molto lungo, e non con le supposte grandi crescite dei tassi che sono alla base delle apparentemente spaventose previsioni sul debito.
Ma che dire del ruolo della spesa pubblica, sia del grande pacchetto che è appena stato approvato dal Senato che di possibili iniziative future?
Lo stimolo ora e dopo
Ho appena sostenuto che è probabile che la domanda di investimenti privati resti debole nel prevedibile futuro. Ma che dire della spinta alla domanda che è stata appena approvata dal Senato? Alcuni economisti si preoccupano che la legge provochi un surriscaldamento dell’economia; io non penso che abbiano ragione, ma non è una preoccupazione sciocca. Inoltre i tassi di interesse sono saliti dall’inizio dell’anno, dapprima dopo che le vittorie dei democratici alle elezioni straordinarie in Georgia hanno reso possibili misure di aiuto importanti, poi quando i democratici hanno mostrato una sorprendente unità nel sostenere un pacchetto realmente cospicuo. In effetti, il mercato sta dando un valore alla possibilità che la Fed elevi i tassi di interesse per scongiurare l’inflazione.
Ma l’aumento del tasso non è stato particolarmente ampio: i tassi reali decennali restano ancora negativi, e persino il tasso reale trentennale venerdì era soltanto lo 0,12 per cento. Perché la reazione ad un pacchetto di misure così ampio è rimasta così in sordina?
La risposta è che l’incoraggiamento della finanza pubblica è in modo assolutamente prevalente di breve durata. La principale componente del piano – gli assegni per lo stimolo, l’aumento dei sussidi di disoccupazione, gli aiuti nell’emergenza agli Stati ed ai governi locali, le spese dirette sui vaccini e sulle aperture delle scuole – andranno a termine con la fine del 2021. Ecco le stime del CBO sugli impatti dei deficit per anno fiscale sulla base della versione della Camera, che sarà vicina alla versione del Senato (si tenga a mente che l’anno fiscale 2022 include l’ultimo trimestre del calendario del 2021):
È vero che i democratici sperano che alcuni aspetti della legge – i crediti di imposta per i figli e i sussidi aumentati sulla Legge per l’Assistenza Sostenibile – diverranno permanenti. Ma essi costituiscono una frazione abbastanza piccola del totale.
Questo ha due implicazioni. La prima, che probabilmente resteremo in un mondo di bassi interessi, nel quale, nonostante questa grande sorsata di spesa pubblica, per un tempo lungo il debito federale non sarà un grande problema.
Il secondo, anche se ci fosse una grande espansione a breve termine al momento in cui i sussidi per la pandemia ed i soldi del Piano di Salvataggio Americano fluiranno nell’economia, probabilmente torneremo alla stagnazione secolare dopo un anno o due – ovvero ad una situazione nella quale servono bassi tassi di interesse per realizzare la piena occupazione, persino in tempi buoni, e alla Fed fanno difetto le munizioni per dare risposte in tempi cattivi.
E quelle due implicazioni spiegano la ragione di un sostenuto programma di investimenti pubblici che non provochi esborsi diretti, ovvero che sia finanziato in deficit. Un tale programma avrebbe un duplice compito: noi abbiamo bisogno di infrastrutture, ed esso fornirebbe anche una prosecuzione dello stimolo in un’economia che ha bisogno di tale stimolo, considerato lo spazio della Fed nel rispondere quando colpissero shock negativi.
E poiché i tassi di interesse resterebbero bassi, il servizio del debito derivante da una tale programma non è probabile costituisca un problema.
I democratici presto si sposteranno dal loro trionfo sulla legge degli aiuti e si concentreranno sugli investimenti a più lungo termine. E una grande domanda alla quale dovranno rispondere è come finanziare tale programma. Ebbene, la risposta è: non pagarlo direttamente. Semplicemente farlo.
[1] La regola del “paygo”, negli Stati Uniti, si riferisce al metodi di pagamento di nuove spese pubbliche che esclude il ricorso al debito e utilizza soltanto finanziamenti direttamente disponibili sul bilancio.
[2] Ovvero, componenti delle generazione della grande crescita demografica del dopoguerra.
[3] L’area in blu indica le previsioni di aumento della spesa totale al netto degli interessi, quella arancione le previsione dell’aumento della spesa per gli interessi.
[4] La Tabella mostra le previsioni (arancioni) nell’anno 1989 per l’anno 2019 – sulla sinistra della crescita economica reale e sulla destra dei tassi reali di interesse – rispetto agli andamenti reali (blu), da parte degli amministratori degli enti previdenziali.
[5] Per principale età lavorativa si intende la popolazione tra i 25 ed i 54 anni. Sull’asse verticale c’è scritto che si utilizza il logaritmo naturale per migliaia di persone.
[6] Per produttività totale dei fattori si intende la parte residua della produzione che eccede gli input del lavoro e del capitale.
marzo 1, 2021
Paul Krugman
History is the great laboratory of economics, certainly of macroeconomics. I love to talk about miniature economies that illustrate macroeconomic principles, like baby-sitting coops, but by and large the only place we can test theories about how the economy works is on the economy itself. And nobody is willing to try out potentially disastrous policies just to see how they work in practice.This ain’t no party, this ain’t no disco
So we turn to historical examples that, we hope, provide natural experiments. The problem, however, is how to select these examples — and in particular how to avoid selecting examples that aren’t especially relevant but that confirm your prejudices. Germans, for example, are taught endlessly about the 1923 hyperinflation, but generally know little about the Brüning deflation of 1930-31, which was what actually brought [Godwin’s Law violation] to power. After 2010 I used to protest about the Hellenization of economic discourse — the way the woes of Greece, which was very much sui generis, became Exhibit A for everyone who, for whatever reason, wanted us to panic about debt and deficits.
And one enduring source of bad economic discussion has been the tyranny of disco-era economics — the weird grip the stagflation of the 1970s still has on economic discourse, even though real incomes suffered more in later crises, from the Volcker recession of the early 80s to the 2008 financial crisis to, of course, the pandemic than they ever did in the 70s:
Now, as the Biden economic relief bill marches toward passage, we’re hearing a lot from talking heads (as opposed to the Talking Heads) about the return of stagflation — mainly, but not only, the same talking heads who predicted stagflation from Obama’s policies. And let’s be clear: while the American Rescue Plan is mainly disaster relief rather than conventional stimulus, it’s a big proposal that will, in fact, provide a lot of economic stimulus, and could well have some temporary inflation impact.
But the ARP isn’t at all like the events that (we think) brought on the 1970s — a long period of economic overheating followed by the two oil shocks. What does it resemble?
In macroeconomic terms, I’d argue, it looks like a medium-sized war. And the historical experience of such wars is probably our best guide to the macroeconomics of the current plan.
I’m not the only person to make this comparison. Joe Gagnon at PIIE argues that we should think of this plan as being something like the Korean War — a temporary shock that was pretty big but not sustained, as opposed to the long guns-and-butter stimulus of Vietnam. I agree, but think it’s useful to look at a wider set of examples.
A brief history of wartime inflations
The Congressional Research Service has compiled estimates of military spending on wars throughout U.S. history, and in particular peak spending as a percentage of GDP. Here’s a partial view, with the current estimated size of the ARP (8.6% of GDP) included:
Note that I don’t include World War II, which was vastly bigger but also took place in the context of a controlled economy, with pervasive rationing and price controls. I also omit Vietnam, which was modest as an annual expense but went on and on — long enough that as a college student, class of 1974, I received a draft lottery number (although my year never did get called.)
I do include Iraq, but only to highlight the fact that it was, in dollar terms, a small war, however significant it was politically (and however many people died.)
Other than that, the Biden plan is in the same general range as a number of wars: the Civil War (from the Union side), World War I, and Korea.
Now, there are some reasons to believe that the Biden plan will lead to less overheating than these wartime episodes. For one thing, some estimates — like these from Goldman Sachs — suggest that we’re starting from an economy operating well below potential, so that much of whatever expansion takes place will simply fill an output gap:
Also, unlike military expenditures, many (most) of the outlays under the ARP will take the form of transfer payments rather than purchases of goods and services; since some of these transfers will be saved, the overall multiplier will probably be relatively low.
Still, we may be able to learn something from these wartime episodes. And what we see in each case is a bump in prices, but not a sustained rise in inflation.
Here’s what happened during and after the Civil War (again, on the Union side; the Confederacy experienced hyperinflation):
There was a big runup in prices, but it didn’t translate into permanent inflation; in fact, it was followed by deflation, as advocates of monetary orthodoxy did their best to crucify the country on a cross of gold.
World War I was a seemingly endless conflict for the European powers, but it was a relatively brief if intense effort for the United States. My numbers, drawn from Historical Statistics of the United States, look a bit different from the CRS estimate, but not in any important way; here’s what the war looked like compared with the current relief package:
In case you’re wondering, the war was overwhelmingly debt-financed:
And what happened to prices looked a lot like the Civil War — even the magnitudes were similar, with a rough doubling of prices during the war but no sustained rise in inflation:
Finally, Korea looks somewhat different. For one thing, while the war was temporary, it marked the beginning of a sustained period of high military spending with the realization that the Cold War wasn’t going away:
In part because of this realization, much more of the military buildup was paid for with taxes than in previous episodes. Nonetheless, the war was clearly expansionary:
Actually, Korea may be one of the best real-world illustrations of the balanced-budget multiplier: even when increased government spending is paid for with taxes, some of the tax hike comes out of savings, so the net effect is still expansionary.
On prices, I slip a derivative here, because I believe that prices were a lot stickier in the 1950s than in the earlier episodes, and Korea was never followed by actual deflation. Nonetheless, what we see is a temporary bulge in inflation, not a sustained rise:
So while there are risks to a big economic relief package, the risk of replaying the 1970s isn’t one of them. Democrats may say to themselves, how did we get here? They may ask themselves, my God, what have we done? But it’s not going to be 1979 redux.
L’equivalente macroeconomico di una guerra?
Di Paul Krugman
Questa non è una festa, non è una discoteca [1]
La storia è il grande laboratorio dell’economia, di sicuro della macroeconomia. Mi appassiono a parlare delle economie in miniatura che illustrano i principi macroeconomici, come le cooperative di baby-sitter [2], ma in generale il solo luogo nel quale si possono verificare le teorie su come funziona l’economia è l’economia stessa. E nessuno ha voglia di sperimentare politiche potenzialmente disastrose solo per vedere come funzionano nella pratica.
Dunque ci rivolgiamo agli esempi storici, nella speranza che ci forniscano esperimenti naturali. Il problema, tuttavia, è come selezionare questi esempi – e in particolare come evitare di scegliere esempi che non siano particolarmente rilevanti ma che confermino i vostri pregiudizi. Ai tedeschi, ad esempio, viene incessantemente insegnata l’iperinflazione del 1923, ma in generale conoscono poco della deflazione di Brüning del 1930-31, che fu quella che effettivamente portò (il nazismo) al potere (in contrasto con la legge di Goodwin [3]). Dopo il 2010 io di frequente protestavo per l’ellenizzazione’ del dibattito politico – il modo in cui i guai della Grecia, che erano molto sui generis, diventavano la prova suprema per chiunque, per qualsiasi ragione, ci volesse atterrire con il debito e con i deficit.
E una fonte perdurante di pessimi dibattiti economici è stata la tirannia dell’economia dell’epoca della disco-music[4] – la curiosa presa che la stagflazione degli anni ’70 ha ancora sul dibattito economico, anche se i redditi reali soffrirono di più in crisi successive, dalla recessione di Volcker dei primi anni ’80 alla crisi finanziaria del 2008 sino, ovviamente, alla pandemia che negli anni ’70 non ci fu:
Adesso, mentre la proposta di legge sugli aiuti economici procede a passo di marcia verso l’approvazione, si sente molto parlare da parte di persone pensose (che sono un’altra cosa dalle Teste Pensanti) del ritorno della stagflazione – principalmente, ma non soltanto, da parte delle stesse persone pensose che avevano previsto la stagflazione dalle politiche di Obama. Siamo chiari: mentre il Piano del Salvataggio Americano (ARP) sono principalmente aiuti nell’emergenza piuttosto che un convenzionale stimolo all’economia, si tratta di una grande proposta che, di fatto, offre molto stimolo all’economia, e potrebbe ben avere un qualche temporaneo impatto inflattivo.
Ma l’ARP non assomiglia affatto agli eventi che (pensiamo noi) portarono agli anni ’70 – un lungo periodo di surriscaldamento economico seguito da due shock petroliferi. A cosa assomiglia?
In termini macroeconomici, direi che assomiglia ad una guerra di medie dimensioni. E l’esperienza storica di tali guerre è probabilmente la migliore guida alla macroeconomia dell’attuale piano.
Non sono l’unico ad avanzare questo paragone, Joe Gagnon del PIIE [5] sostiene che dovremmo ragionare di questo piano come se fosse qualcosa di simile alla Guerra di Corea – uno shock temporaneo che fu abbastanza grande ma non prolungato, al contrario del lungo stimolo a “burro-e-fucili” [6] della guerra del Vietnam. Sono d’accordo, ma penso sia utile osservare un complesso più ampio di esempi.
Una breve storia delle inflazioni nei tempi di guerra
Il Servizio di Ricerca Congressuale ha realizzato stime della spesa militare durante le guerre nella storia statunitense, e in particolare dei picchi delle spese come percentuale del PIL. Ecco una visuale parziale, con la stima della dimensione dell’attuale ARP inclusa (8,6% del PIL):
Si noti che non includo la Seconda Guerra Mondiale, che fu notevolmente più grande ma ebbe anche luogo nel contesto di una economia controllata, con razionamenti e controlli dei prezzi pervasivi. Ometto anche la guerra del Vietnam, che come spesa annuale fu modesta ma ebbe alti e bassi – abbastanza prolungati al punto che come studente universitario, classe 1974, ricevetti un numero della lotteria della coscrizione (sebbene il mio anno non venne mai richiamato).
Includo l’Iraq, ma solo per evidenziare il fatto che, in termini di dollari, fu una piccola guerra, per quanto significativa politicamente (e per quanto morirono molte persone).
Ciò detto, il piano Biden appartiene alla medesima categoria di un certo numero di guerre: la Guerra Civile (dal lato dell’Unione), la Prima Guerra Mondiale e la guerra di Corea.
Ora, ci sono alcune ragioni per credere che il piano Biden porterà ad un minore surriscaldamento di questi episodi bellici. Da una parte, alcune stime – come quelle di Goldman Sachs – indicano che stiamo partendo con un’economia che opera assai al di sotto del suo potenziale, cosicché qualsiasi espansione abbia luogo semplicemente andrà a riempire un divario di produzione:
Inoltre, diversamente dalle spese militari, molti (la maggioranza) degli esborsi con l’ARP avranno la forma di pagamenti redistributivi anziché di acquisti di beni e servizi; dal momento che alcune di queste redistribuzioni finiranno in risparmi, il moltiplicatore complessivo sarà probabilmente basso.
Possiamo riuscire ad apprendere ancora qualcosa da questi episodi nei tempi di guerre. E quello che in tutti i casi constatiamo è un sobbalzo nei prezzi, non una crescita prolungata dell’inflazione.
Ecco quello che accadde durante la guerra civile (ancora, dal lato dell’Unione; la Confederazione conobbe una iperinflazione):
Ci fu una grande impennata nei prezzi, ma essa non si tradusse in una inflazione permanente; di fatto, venne seguita da un deflazione, dal momento che i sostenitori della ortodossia monetaria fecero del loro meglio per crocifiggere il paese su una croce d’oro [8].
La Prima Guerra Mondiale fu in apparenza un conflitto interminabile per le potenze europee, ma lo sforzo per gli Stati Uniti fu relativamente breve anche se intenso. I miei dati, desunti dalla Statistiche Storiche degli Stati Uniti, mostrano una certa differenza con la stima con il Common Reporting Standard, ma in alcun modo importante; ecco a cosa somigliò la guerra al confronto con l’attuale pacchetto delle misure di aiuto:
Nel caso ve lo stiate chiedendo, la guerra fu in modo assolutamente prevalente finanziata in debito:
E quello che accadde ai prezzi fu molto simile alla Guerra Civile – persino le grandezze furono simili, con circa un raddoppio dei prezzi ma senza alcuna prolungata crescita dell’inflazione:
Infine, la Corea pare in qualche modo diversa. Da una parte, mentre la guerra fu temporanea, essa segnò l’inizio di un prolungato periodo di elevate spese militari con la realizzazione di quello che la Guerra Fredda non era destinata a eliminare:
In parte a causa di questa evento, una parte assai maggiore della crescita delle spese militari rispetto ai precedenti episodi venne pagata con il ricorso alle tasse. Ciononostante, la guerra ebbe effetti chiaramente espansivi:
In effetti, la guerra di Corea può essere una delle migliori rappresentazioni del moltiplicatore in rapporto al bilancio: persino quando la spesa pubblica è pagata con le tasse, alcuni degli aumenti fiscali sono sottratti ai risparmi, cosicché l’effetto netto è ancora espansivo.
Sui prezzi, in questo caso inserisco un dato derivato, perché credo che i prezzi fossero molto più vischiosi negli anni ’50 che non negli episodi precedenti, e alla guerra di Corea non fece seguito alcun effettiva deflazione. Nondimeno, quello che osserviamo è una temporanea ‘gobba’ dell’inflazione, non una crescita sostenuta:
Dunque, mentre ci sono rischi in un grande pacchetto di aiuti, il rischio di una riedizione degli anni ’70 non è uno di essi. I democratici potrebbero dire, come siamo arrivati a questo punto? Potrebbero chiedersi, Dio mio, cosa abbiamo fatto? Ma non sono destinati ad una riedizione del 1979.
[1] Sono parole di una canzone dei Talking heads dal titolo “La vita in tempo di guerra”. I Talking Heads sono stati un gruppo rock statunitense, formatisi a New York nel 1974 e attivi fino al 1991. “Talking Heads” significa “Teste Pensanti”.
[2] È un esempio che Krugman avanzò in un post del 2009, qua pubblicato, dove utilizzava l’esempio di quello che era capitato ad una cooperativa di 150 persone che gestivano un asilo nido a Capitol Hill per spiegare una recessione. (“Perché gli economisti hanno sbagliato tanto?”, New York Times Magazine 2 settembre 2009)
[3] La legge di Godwin è un adagio di Internet che afferma “A mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende ad 1“, ovvero, se una discussione online (a prescindere dall’argomento o dallo scopo) va avanti abbastanza, prima o poi qualcuno paragonerà qualcuno o qualcosa a Hitler. Pare che l’avvocato e scrittore americano Mike Goodwin l’avesse proposta come antidoto per evitare che si citasse troppo spesso a sproposito Hitler.
[4] È semplicemente un riferimento agli anni ’70. Ovvero gli anni di un genere musicale nato da funk, soul, musica latina e musica psichedelica, con elementi di swing e musica afroamericana, che di per sé non dovrebbero avere avuto particolare attinenza con l’economia.
[5] Acronimo di Istituto Peterson per l’Economia Internazionale, una istituzione di ricerca indipendente e privata che si concentra su questioni economiche internazionali. Ha sede a Washington. Wikipedia
[6] Ovvero, un periodo sia di notevoli spese militari che di spese sociali.
[7] La tabella mostra i cali del PIL in vari paesi, i dati medi del quarto trimestre del 2020. Le linee blu mostrano le stime di Goldman Sachs – che utilizzano tassi di disoccupazione nella popolazione in età di lavoro tra i 25 ed i 54 anni – mente quelle celesti utilizzano le stime di organismi ufficiali come FMI,OCSE etc. Il maggiore rallentamento (“more slack”) si rileva nel casi della Spagna e dell’Italia; il minora rallentamento negli Stati Uniti e in Germania.
[8] La frase “non crocifiggerete l’America su una croce d’oro” venne pronunciata in un famoso discorso di William Jennings Bryan alla Convenzione Nazionale Democratica di Chicago il 9 luglio 1896. Erano gli anni di uno scontro tra i sostenitori di una politica del ‘gold standard’ ed i sostenitori di una politica dell’’argento libero’ – i democratici di Bryan, appunto, con il sostegno di populisti dell’epoca. Nonostante il grande seguito alla proposta di Bryan, nelle elezioni venne sconfitto dal candidato repubblicano McKinley. Una immagine di Bryan all’epoca:
[9] Ovviamente, la linea blu mostra l’evoluzione della spesa bellica americana nella Prima Guerra Mondiale – come si vede concentrata negli anni 1917-1922 – mentre la linea tratteggiata in rosso mostra la spesa prevista per il Piano di Biden.
La tabella successiva mostra come quel finanziamento avvenne quasi interamente finanziato con il debito.
[10] L’andamento dei prezzi al consumo dagli ani precdenti l Prima Guerra Mondiale agli anni ’20. Come si vede, un picco nei prezzi ma nessuna prolungata inflazione.
[11] La tabella mostra l’aumento delle spese (come quote del PIL) di consumi e di investimenti da parte del Servizio Federale per la Difesa, negli anni della Guerra di Corea e successivi. Come si vede, la spesa restò più elevata che sulla fine degli anni ’40.
[12] Quest tabella è relativa all’andamento del tasso di disoccupazione. Si consideri che la Guerra di Corea occupò gli anni 1950 – 1953; coincise dunque con una sesibile riduzione del tasso di disoccupazione.
febbraio 10, 2021
Back in January 2009 I posted an entry to my blog titled “Stimulus arithmetic” that worked through the math of the looming output gap and what we knew about the Obama stimulus. I warned that the stimulus was drastically underpowered, and issued a dire political warning that unfortunately came true:
“I see the following scenario: a weak stimulus plan, perhaps even weaker than what we’re talking about now, is crafted to win those extra GOP votes. The plan limits the rise in unemployment, but things are still pretty bad, with the rate peaking at something like 9 percent and coming down only slowly. And then Mitch McConnell says “See, government spending doesn’t work.””
What I want to do here is something roughly analogous for Joe Biden’s American Rescue Plan. However, I say “roughly analogous” advisedly. As I and others keep trying to get across, mainly in vain, the output-gap-versus-stimulus framework really doesn’t apply to the current crisis, and misuse of that framework can lead you badly astray.
So what I’m going to do here is try to answer three questions:
The logic of nonstimulus
We are not in a conventional recession — a decline in output due to insufficient aggregate demand. What we’re suffering from, instead, is a partial lockdown, the result of both public policy and private choices, that has sharply curtailed high-infection-risk activities, like indoor dining.
Pumping up overall spending with fiscal and monetary policy wouldn’t send diners back into restaurants, nor should it. So we aren’t experiencing a normal output gap, something that should be closed by stimulus. It’s actually not clear whether we even want employment and GDP to be higher before vaccination gives us herd immunity.
What, then, is the role of policy? As some of us have been arguing all along, it’s not stimulus, it’s disaster relief: an attempt to shore up the living standards of those hurt by the temporary lockdown, as well as providing resources to deal with the pandemic itself. Or as I recently argued, you can think of what we’re doing as being something like fighting a war — special expenditure in the face of an emergency.
And when you’re fighting a war, you don’t decide how much to spend by asking how much stimulus you need to close an output gap; you ask how much you need to spend to achieve victory.
That said, the appropriate size of the relief package is related to, though not fully determined by, the fall in incomes caused by the pandemic.
As I just explained, standard concepts of the output gap, like those published by CBO, don’t make much sense in the current situation. And CBO’s estimates — which show a U.S. economy operating significantly above capacity in 2019 — are questionable on their own terms too. But standard potential output measures do provide a quick, fairly reasonable estimate of how much growth we should have had if it weren’t for the pandemic. Compare that with actual growth and it looks like this:
So as of the fourth quarter we were 4.3 percent below where we might have expected to be. That’s a shortfall — not exactly a gap — of about $950 billion at an annual rate.
So why are we talking about a relief package roughly twice that size?
Why is the package so big?
The American Rescue Plan will soon take the form of legislation, and legislation specifies spending on programs. So it’s natural to describe the plan in terms of those programs; it looks like this:
Worth noting that those checks to households, although they dominate much discussion, are only about a quarter of the plan (and might end up being less if the income limits are scaled down.)
But I think it’s helpful to think of the plan not merely in terms of specific programs but also in terms of the broader functions those programs are intended to serve. And I find myself thinking of three broad categories, which we can imperfectly map onto the details of the plan. They are
By pandemic control I mean spending intended to directly limit the spread of the coronavirus and hasten the end of the plague. Getting shots in arms is the most obvious element, but things like providing aid to schools so they can reopen safely is also in the same bucket. You might think that such spending would be uncontroversial — that is, you might think that if you were completely unaware of U.S. political reality. Still, it’s clearly the least controversial piece of the package. And it’s also a lot of money, several hundred billion dollars.
By income support I mean programs meant to cushion people hurt financially by the pandemic. Enhanced unemployment benefits are the prime example, but there are others. For example, a good part of aid to state and local governments is about compensating these lower levels of government for lost revenue and increased expenses associated with the pandemic
Finally, I’m suggesting “belt and suspenders” as a catchall for programs that aren’t narrowly targeted on those hurt by the pandemic, but may be worth doing because they will provide aid to those who need help but don’t qualify under more focused programs — for example, workers facing reduced hours and wages who don’t qualify for unemployment insurance. The prime example is, of course, those $1400 checks, which will go to many people who don’t need help but will also deliver help to a substantial number who do need it but aren’t getting it from other programs.
Belt and suspenders policies also happen to be very popular; wonks may not love those checks, but the general public really does. And that’s not irrelevant: in America 2021 you can’t expect to enact good policies just by making a technocratic case that they’re good, so it’s worth having some sweeteners as part of the package.
So what I would argue is that realizing that all three kinds of policy are involved helps explain why the rescue package is so big, and perhaps why it should be so big.
Income support means compensating people who have lost income to the pandemic; if the compensation were perfect, it would exactly match the decline in GDP, which is also national income (technical issues aside). Because some people fall through the cracks, it’s probably a bit less than that. But it’s fair to think of income support as being roughly equal to the decline in GDP.
This means that when you add in pandemic control, you’re going to end up with a package that’s bigger than the decline in GDP, hence bigger than conventional (if misleading) estimates of the output gap. And when you add in belt-and-suspenders, you easily end up with a package much bigger than the “output gap.”
And there’s nothing necessarily wrong with that! If you think of this as stimulus designed to boost demand, it may seem like overkill — but that’s not what it is and what it’s doing. Because it’s disaster relief that includes but goes beyond income support, it should be bigger than the income decline alone.
But the fact that a big package is justified doesn’t ensure that it poses no problems. How should we think about inflation risk?
Overheating?
The Biden plan isn’t about stimulus, but it will nonetheless be stimulating, just as wartime spending isn’t about boosting demand but nonetheless does in fact provide a demand boost. The question everyone is arguing about thanks to Larry Summers is whether the size of the proposed package will boost demand so much that it leads to economic overheating and a surge in inflation.
Here’s where I think a three-way classification helps clarify our thinking.
First, income support doesn’t seem a likely source of overheating, because it’s basically compensating for income losses, not adding fresh demand. It’s stimulus in the sense that it heads off possible Keynesian spillovers from the non-Keynesian aspects of the slump, but that’s a matter of containing a downward spiral in demand rather than adding fresh demand.
Belt-and-suspenders policies like those checks will boost demand, because for many of the recipients the checks won’t be offsetting income losses. However, the multiplier on this spending is likely to be quite low, because people who didn’t need the checks will largely save them. I’m not a big fan of Ricardian equivalence, but giving people who aren’t cash-constrained checks they know are one-time is as likely to have a near-zero effect as any policy I can think of. (And the portion of the checks going to people who really do need them is income support, so the previous argument applies.)
Pandemic control, however, is clearly expansionary fiscal policy, just like defense spending, and may have a reasonably high multiplier. So shots in arms and virus-proofing schools, plus a bit of check-fueled consumer spending, is what might overheat the economy.
The question then becomes whether it will be too much stimulus for the Fed to control any inflation surge.
It would be silly to pretend that we have any certainty about what’s going to happen. If I had to make a best guess, however, it would be that we’re looking at a true stimulus of around 3 percent of GDP. If you want a historical parallel, this is in the same ballpark as Reagan’s fiscal expansion via tax cuts and increased defense spending — an expansion that did lead to relatively high real interest rates, a strong dollar, and a wider trade deficit, but did not lead to a resurgence of inflation.
This guess will almost certainly be way off, one way or the other. But here we come to the asymmetry of risks. If the economy is weaker than I expect, it’s not at all clear how the Fed can offset it; if it’s stronger, tighter monetary policy will be easy.
So putting it all together, it makes perfect sense for a Covid rescue package to be substantially bigger than the “output gap” as conventionally measured. Such a package will probably deliver significant net stimulus, even though that’s what it’s not about. But it doesn’t seem likely to produce more inflationary pressure than the Fed can handle.
L’aritmetica del non-stimolo
Perché il Piano Americano di Salvataggio deve essere grande,
di Paul Krugman
Nel gennaio del 2009 pubblicai una nota sul mio blog dal titolo “Aritmetica dello stimolo” che esaminava la matematica dell’incombente divario nella produzione e quello che conoscevamo delle misure di sostegno di Obama. Mettevo in guardia che lo stimolo era drasticamente sottodimensionato e fornivo un disperato ammonimento politico che sfortunatamente si avverò:
“Vedo il seguente scenario: un debole programma di stimolo, forse persino più debole di ciò di cui stiamo parlando adesso, viene partorito per guadagnare quei voti aggiuntivi del Partito Repubblicano. Il programma limita la crescita della disoccupazione, ma le cose restano ancora abbastanza negative, con il tasso di disoccupazione che arriva ad un picco del 9 per cento e scende solo lentamente. E a quel punto Mitch McConnell dice ‘Vedete, la spesa pubblica non funziona’”.
Quello che voglio fare adesso è qualcosa di pressappoco simile per il Programma Americano di Salvataggio di Joe Biden. Tuttavia, dico “pressappoco simile” non casualmente. Come io ed altri cerchiamo di far comprendere, fondamentalmente invano, il modello del divario nella produzione in rapporto allo stimolo in realtà non si applica alla crisi attuale, e abusare di quel modello può portare a perdersi.
Dunque, quello che sto per fare in questo caso è cercare di rispondere a tre domande:
1 – Come dovremmo ragionare della crisi e della risposta appropriata?
2 – Perché il piano di Biden è così grande?
3 – E’ troppo grande e quali sono i rischi della sua dimensione?
Una logica diversa dallo stimolo
Noi non siamo in una recessione convenzionale – un declino della produzione dovuto a insufficiente domanda aggregata. Ciò di cui stiamo soffrendo, invece, è un parziale lockdown, il risultato sia della politica pubblica che di scelte private, che hanno bruscamente tagliato le attività ad elevato rischio, come cenare ai ristoranti.
Gonfiare la spesa complessiva con la politica della finanza pubblica e monetaria non restituirebbe i clienti ai ristoranti, né dovrebbe farlo. Dunque non stiamo sperimentando un normale divario nella produzione, qualcosa che dovrebbe essere interrotto dalle politiche dello stimolo. In realtà non è neanche chiaro se vogliamo che l’occupazione e il PIL siano più alti, prima che la vaccinazione ci dia l’immunità di gregge.
Quale è, dunque, il ruolo della politica? Come alcuni di noi stanno sostenendo da tempo, non è lo stimolo all’economia, è l’aiuto nell’emergenza: un tentativo di sostenere i livelli di vita di coloro che sono colpiti dal temporaneo lockdown, così come di fornire risorse per misurarci con la pandemia stessa. O se volete, come ho recentemente sostenuto, potete pensare a quello che stiamo facendo come se fosse qualcosa di simile a combattere una guerra – una spesa straordinaria a fronte di una emergenza.
E quando si combatte una guerra, non si decide quanto spendere chiedendosi di quanto sostegno c’è bisogno per chiudere un buco nella produzione; ci si chiede quanto si deve spendere per conseguire la vittoria.
Ciò detto, la dimensione appropriata del pacchetto di aiuti è connessa con la caduta nei redditi provocata dalla pandemia, sebbene non interamente determinata da essa.
Come ho appena spiegato, i concetti tradizionali del divario di produzione, come quelli pubblicati dal CBO [1], nella attuale situazione non hanno molto senso. E le stime del CBO – che mostrano un’economia statunitense che nel 2019 opera significativamente al di sotto delle sue potenzialità – sono discutibili nei loro stessi termini. Ma le misure standard del divario di produzione offrono una stima rapida e abbastanza ragionevole di quanta crescita dovremmo aver avuto se non ci fosse stata la pandemia. Se si confrontano quei dati con la crescita effettiva, la situazione appare la seguente:
Dunque, al quarto trimestre eravamo del 4,3 per cento al di sotto rispetto a dove ci potevamo aspettare di essere. Questo corrisponde ad un deficit – non è precisamente un divario di produzione – di circa 950 miliardi di dollari su base annuale.
Perché dunque stiamo parlando di un pacchetto di aiuti che è grosso modo il doppio di quella cifra?
Perché il pacchetto è così grande?
Il Programma Americano di Salvataggio avrà presto forma di legge, e la legge articola la spesa in programmi. Dunque è naturale descrivere il piano nei termini di quei programmi ed esso appare in questo modo:
È il caso di notare che quegli assegni alle famiglie, sebbene dominino gran parte del dibattito, sono soltanto un quarto del piano (e potrebbero finire col ridursi se i limiti di reddito fossero ridotti).
Ma io penso sia utile ragionare sul piano non semplicemente nei termini dei programmi specifici, ma anche nei termini delle funzioni più generali per le quali ci si propone che quei programmi servano. E mi ritrovo a considerare tre generali categorie, che imperfettamente possiamo derivare dai dettagli del piano. Esse sono:
1 – Il controllo della pandemia
2 – Il sostegno ai redditi
3 – Le misure prudenziali [4]
Per controllo della pandemia io intendo la spesa rivolta direttamente a limitare la diffusione del coronavirus e ad accelerare la fine dell’epidemia. Avere boccate di ossigeno [5] è l’aspetto più ovvio, ma anche cose come fornire aiuti alle scuole perché possano riaprire in sicurezza, fanno parte della medesima categoria. Si potrebbe pensare che spese del genere siano indiscutibili – o meglio, si potrebbe pensarlo se si fosse del tutto inconsapevoli della realtà politica americana. Eppure, si tratta chiaramente dell’aspetto meno controverso del pacchetto. E sono anche molti soldi, varie centinaia di miliardi di dollari.
Per sostegno dei redditi intendo i programmi destinati ad attenuare gli effetti sulle persone colpite finanziariamente dalla pandemia. Accrescere i sussidi di disoccupazione è l’esempio principale, ma ce ne sono altri. Ad esempio, una buona parte dell’aiuto agli Stati ed alle comunità locali riguardano il compensare questi livelli più bassi della amministrazione per le entrate perdute e per le spese aumentate in dipendenza dalla pandemia.
Infine, sto suggerendo con le “spese prudenziali” una voce onnicomprensiva per i programmi che non sono in senso stretto rivolti a coloro che sono colpiti dalla pandemia, ma che meritano di essere attuati perché forniranno aiuto a coloro che hanno bisogno di aiuto ma non si identificano in programmi più specifici – ad esempio, i lavoratori che sono di fronte a riduzioni di ore di lavoro e di salari ma non sono idonei per l’assicurazione di disoccupazione. L’esempio principale, ovviamente, sono quegli assegni da 1.400 dollari, che andranno a molte persone che non hanno bisogno di aiuto ma lo forniranno anche ad un numero rilevante di persone che ne hanno bisogno e non lo stanno ricevendo da altri programmi.
Si dà anche il caso che le politiche precauzionali siano molto popolari; gi esperti possono non amare quegli assegni, ma l’opinione pubblica più generale in realtà li gradisce. E ciò non è irrilevante: nell’America del 2021 non ci si può aspettare di varare buone politiche soltanto con l’argomento tecnicistico che sono buone, dunque è il caso di avere come parte del pacchetto alcune forme di ‘facilitazione’ [6].
Quello che dunque vorrei sostenere è che realizzare tutte e tre queste forme di politica aiuta a spiegare perché il pacchetto è così grande, e forse perché esso debba essere così grande.
Il sostegno ai redditi significa compensare le persone che hanno perso reddito a seguito della pandemia; se esso fosse perfetto, equivarrebbe eattamente al calo del PIL, che è anche il reddito nazionale (mettendo da parte le problematiche tecniche). Dato che alcune persone finiscono con il passare inosservate, è probabilmente un po’ inferiore a quello. Ma è giusto ragionare del sostegno ai redditi come se fosse grosso modo uguale al calo del PIL.
Questo significa che quando si aggiunge il controllo della pandemia, si è destinati a finire con un complesso di misure più grande del calo del PIL, di conseguenza più grande delle stime convenzionali (seppur fuorvianti) sul divario di produzione. E quando si aggiungono le spese prudenziali, facilmente si finisce con un complesso di misure molto più grande del “divario di produzione”.
E in questo non c’è niente di necessariamente sbagliato! Se pensate a questo come ad uno stimolo per incoraggiare la domanda, può sembrare una esagerazione – ma non è quello né quello è il suo scopo. Dato che è un aiuto alla emergenza che include il sostegno ai redditi ma va oltre, esso deve essere più grande del solo sostegno dei redditi.
Ma il fatto che il pacchetto sia giustificato non garantisce che esso non ponga alcun problema. In che modo di deve ragionare sul rischio di inflazione?
Surriscaldamento?
Il programma d Biden non riguarda la stimolazione dll’economia, ma nondimeno avrà effetti di stimolo, proprio come la spesa in tempi di guerra non riguarda l’incoraggiamento della domanda ma ciononostante fornisce di fatto un incoraggiamento alla domanda. La domanda sulla quale tutti stanno riflettendo grazie a Larry Summers è se le dimensioni del complesso di misure proposte incoraggeranno talmente la domanda da portare ad un surriscaldamento dell’economia e ad una crescita dell’inflazione.
Anzitutto, il sostegno dei redditi non sembra una fonte probabile di surriscaldamento, giacché fondamentalmente compensa perdite di reddito, non aggiungendo nuova domanda. È uno stimolo nel senso che dirotta possibili ripercussioni keynesiane dagli aspetti non keynesiani della recessione, ma quella è una questione di contenimento di una spirale verso il basso della domanda, non di aggiunta di una nuova domanda.
Le politiche prudenziali come quegli assegni incoraggeranno la domanda, giacché per molti dei fruitori gli assegni non compenseranno perdite di reddito. Tuttavia, il moltiplicatore di questa spesa è probabile sia abbastanza basso, perché le persone che non hanno bisogno degli assegni in larga misura li risparmieranno. Non sono un grande sostenitore dell’equivalenza ricardiana [7], ma dare a persone che non sono in urgenti difficoltà finanziarie assegni che esse sanno essere una-tantum è probabile che abbia effetti prossimi allo zero come nessuna altra politica che posso immaginare (e la porzione di assegni che va alle persone che effettivamente ne hanno bisogno è sostegno al reddito, dunque ricade nell’argomento precedente).
Il controllo della pandemia, tuttavia, è chiaramente una politica espansiva della finanza pubblica, proprio come le spese per la difesa, e può ragionevolmente avere un moltiplicatore elevato. Dunque le iniezioni di fiducia e i controlli sul virus nelle scuole, assieme ad un po’ di spesa per consumi alimentata dagli assegni, è ciò che potrebbe surriscaldare l’economia.
La domanda allora diventa se ci sarà troppo stimolo perché a Fed possa controllare ogni crescita dell’inflazione.
Sarebbe sciocco pretendere di avere qualche certezza su quello che è destinato a succedere. Se dovessi avanzare la mia migliore congettura, tuttavia, essa sarebbe che stiamo ragionando di uno stimolo effettivo di circa il 3 per cento del PIL. Se si vuole un parallelo storico, è a spanne la stessa espansione della finanza pubblica di Reagan attraverso i tagli delle tasse e gli aumenti di spesa sulla difesa – una espansione che portò effettivamente a tassi di interesse relativamente alti, ad un forte dollaro ed a un deficit commerciale più ampio, ma non portò ad una rinascita dell’inflazione.
Questa possibilità quasi certamente sarà molto lontana nel tempo, in un modo o nell’altro. Ma è lì che arriviamo alla asimmetria dei rischi. Se l’economia è più debole di quanto mi aspetto, non è affatto chiaro come la Fed possa bilanciarla; se è più forte, sarà semplice adottare una politica monetaria più severa.
Dunque, tutto considerato, ha perfettamente senso che un complesso di misure di salvataggio per il Covid sia sostanzialmente più grande del “divario di produzione” convenzionalmente misurato. Un tale pacchetto fornirà probabilmente un significativo stimolo netto, anche se non è quello a cui è rivolto. Ma non sembra probabile che produca più pressione inflazionistica di quanto la Fed possa gestire.
[1] Ufficio Congressuale del Bilancio degli Stati Uniti.
[2] Il diagramma mostra nella linea rossa il PIL potenziale reale (ovvero, corretto per l’inflazione) nel 2020 (assumendo un valore 100 nel quarto trimestre del 2019) e il PIL reale effettivamente realizzato nel 2020. Gli andamenti sono distribuiti sulla base dei risultati nei quattro trimestri del 2020.
[3] Il 25% (in blu) saranno gi assegni distribuiti alle famiglie; il 19% saranno gli aiuti agli Stati ed alle comunità locali (in arancione); sempre il 19% negli aiuti ai disoccupati (grigio); l’8% le spese per la vaccinazione (giallo); il 9% le spese per l’istruzione (celeste); i 6% le spese per le condizioni di povertà tra i bambini (verde); il 14% per altre finalità (blu scuro).
[4] “Belt and suspenders” letteralmente significa “cintura e bretelle”, ma si usa anche come idioma per significare “andare sul sicuro” (o anche nell’esclamazione “non si è mai troppo prudenti”).
[5] Non mi risulta chiarissimo a cosa precisamente si riferiscano queste “shot in arms” – che possono essere tradotte con “iniezioni di fiducia” o “boccate di ossigeno” (letteralmente, “colpi nelle braccia”). Non mi pare siano le misure di sostegno ai redditi, come l’incremento dei sussidi di disoccupazione, e neanche gli assegni generalizzati alle famiglie al di sotto di un certo reddito, giacché entrambe ricadono in altre categorie (quella dei sostegni si redditi e quella delle misure prudenziali). Forse, un misura definibile come “boccata di ossigeno” è quella di bloccare gli sfratti, dato che è una misura regolamentare che non si attua con trasferimento di risorse agli affittuari, ma che probabilmente comporta dei costi. In ogni caso, è chiaro che deve essere qualcosa che attiene al “controllo della pandemia”.
[6] “Sweetener” può essere un ‘dolcificante, edulcorante’, sino a una ‘bustarella, mazzetta’.
[7] L’equivalenza ricardiana (nota anche come equivalenza di Barro-Ricardo) è una teoria economica che suggerisce come i consumatori internalizzino il vincolo di bilancio dello stato, e come quindi la tempistica dei cambiamenti della tassazione non influisca sul loro profilo di spesa (essere tassati più oggi anziché domani e viceversa, non influisce sui consumi). Di conseguenza l’equivalenza ricardiana suggerisce che, in un determinato periodo, la scelta di finanziare le spese governative attraverso il debito piuttosto che con un aumento delle tasse non abbia influenza sul livello della domanda. Wikipedia
febbraio 8, 2021
Hello, world. I’m back.
True, I used to blog at The Times, and I’m still free to post whatever I want, whenever I want. However, I no longer have a separate blog there; blog posts look to the unwary just like columns. And I’ve found that to be a problem for wonkier items: even when I add a warning label, lots of readers expect them to be written in English and comprehensible to normal human beings, and get dismayed at encountering a wall of economese.OK, I never went away. You can read me at the New York Times and on Twitter, and you might think I don’t need another outlet. But I’ve been feeling for a while that I needed to resume blogging, at least to a limited extent, and neither Twitter nor The Times filled the need.
So I’m starting this blog/newsletter as a place to put my less general-public-friendly thoughts. It will be free, at least for now — I’m looking for a place to wonk out, not an extra flow of income. I also don’t know how often I’ll post; certainly not every day, and maybe not even every week. But I do hope that people with an interest in the wonkier aspects of life will subscribe. Please clap.
Without further ado, then, here’s my first entry.
The Legend of Milton Friedman — and Paul Volcker
The other day I attended a virtual seminar given by Emi Nakamura, one of the brightest younger economists out there, on the slope of the Phillips curve. Nakamura, together with Jon Steinsson, has been at the cutting edge of empirical macroeconomics, with a research style that typically involves making use of novel data — often, although not always, regional data. For example, N/S made a big impact during the stimulus/austerity wars with a paper using the differential impact of military spending across states to estimate multipliers. The new paper uses a similar approach to estimate how much impact unemployment has on the inflation rate.
They’re not the first to do this, but as I understand it they improve on earlier estimates by carefully constructing state-level price indexes for nontraded goods and services — a laborious undertaking. (Some of the older data was on microfilm cartridges — and some years are missing because the cartridges have been lost!)
What they find is that the Phillips curve is very flat. That is, low unemployment does lead to higher inflation, but even a very hot economy only leads to modest inflationary overheating.
OK, that’s useful to know and has important implications for current policy (as in, chill out about Biden’s big spending plans). But what I want to focus on are the disturbing implications of this result for our understanding of both economic history and the history of economic thought.
Let me start with the inflation story the way most economists, myself included, have been telling.
In the beginning was the Phillips curve: the apparent tradeoff, fairly visible in the data, between unemployment and inflation. In the 1960s many people looked at that tradeoff, considered the mild costs of inflation versus the benefits of lower unemployment, and argued for monetary and fiscal policies aimed at running the economy hot.
But in a hugely influential speech Milton Friedman made an argument also independently made by Columbia’s Edmund Phelps: the unemployment-inflation tradeoff wasn’t real, because any sustained effort to keep unemployment low would lead not just to high inflation but to ever-accelerating inflation. They claimed, specifically, that people setting wages and prices would begin marking them up to anticipate future inflation, so that the inflation rate associated with any given unemployment rate would keep rising.
They predicted, in particular, that the course of the economy over time would look something like this:
First, a government would push unemployment down; but this would lead to ever-rising inflation, which would stay high even as the economy cooled. So it would take a sustained period of high unemployment to get inflation down again, until finally unemployment could be brought back to a sustainable level.
So their analysis predicted “clockwise spirals” in unemployment and inflation. Then came the 1970s:
This sure looked like a dramatically successful out-of-sample prediction — sort of an economics version of “Light bends!” Almost everyone in the economics profession took the Friedman-Phelps analysis as confirmed. This in turn had big practical and intellectual consequences.
First, governments and central banks stopped pursuing low unemployment, believing that excessively ambitious stimulus caused the stagflation of the 1970s. They began aiming for stable unemployment around the NAIRU —non-accelerating-inflation rate of unemployment — instead.
Second, since the Friedman/Phelps prediction was based on trying to assess what rational price-setters would do, their apparent success gave a big boost to the notion that all economics should be based on maximizing behavior. Friedman always had too strong a reality sense to personally go down the rational-expectations rabbit hole that swallowed much of macroeconomics, but given the law of diminishing disciples it was bound to happen.
Third, the whole affair gave a boost to conservative ideology. We had seemingly seem a demonstration of the limits to government action; also, the Chicago boys had seemingly been proved right about something big. (I remember classmates in grad school saying “They were right about this. Why don’t you think they’re right about the rest?”)
Finally, the Volcker disinflation of the 1980s — using high unemployment to end high inflation — became, in many minds, the model of what responsible policymakers should do: make tough choices for the sake of the future.
But what if we’ve been telling the wrong story all along?
Revisiting that 80s show
When the Great Recession struck, many people, myself included, worried about deflation. (Many other people, especially gold bugs, worried about inflation; but never mind them.) We expected a Volcker-era-like period of very high unemployment to cause a Volcker-like decline in the inflation rate, which would have put us substantially underwater. But while there was some decline in inflation, it wasn’t very big. Nor did inflation rise by much as the economy reflated, even when unemployment dropped below 4 percent.
This led many observers to conclude that the Phillips curve is now quite flat. What the Nakamura et al analysis suggests, however, is that it was always very flat.
They aren’t the first to say this, but I’ve been provisionally skeptical of other analyses, worrying that they may be overfitting the data. The regional approach, it seems to me, is safe from that critique: they just use the obvious formulation, and given their use of time fixed effects they aren’t in any sense fitting the rest of the model to what we know happened over the decades.
There is, however, a problem. The estimated slope of the Phillips curve is so flat that it says that the unemployment bulge of the early 1980s, big as it was, isn’t enough to explain the Volcker disinflation.
So what does explain the disinflation? A big fall in expectations of future inflation. Their picture looks like this:
Now, the Friedman/Phelps story behind clockwise spirals did involve changing expectations: high unemployment was supposed to lead to lower actual inflation, which would over time be reflected in lower inflation expectations, which would feed through to further inflation declines. But the 80s decline is too fast to be explained that way, and seems to have started a bit before actual inflation came down.
They suggest that there was a regime shift: When people realized that Volcker was really willing to put the economy through the wringer, they marked down their expectations of future inflation in a way that went beyond the mechanical link via unemployment. Maybe, although they don’t offer direct evidence.
After listening to Nakamura, I found myself looking for other examples of regime shift. One example of the unemployment-inflation relationship I like to use for people asking to see any real evidence is that of Spain, which has had huge swings in unemployment since it joined the euro in 1999: a massive boom during the early years of europhoria, a severe slump as the country embraced austerity and tried to achieve internal devaluation, and a recovery since around 2014. I knew that the post-1999 data do look like a nice, although quite flat Phillips curve.
But what if you extend the sample back? Joining the euro was definitely a regime change that might well have shifted expectations; and sure enough:
(Inflation measured by the GDP deflator, because this was a quick-and-dirty exercise using the IMF World Economic Outlook database.)
So our story about the Volcker disinflation may be largely wrong, although Volcker’s perceived toughness may still have played a key role. But if we’re telling a different story about why inflation came down, what about our story about why it went up in the first place?
Revisiting the 70s
The truth is that I’ve always been a bit uneasy about the standard story of inflation in the 1970s, even though it seemed to fit the prediction of clockwise spirals. My uneasiness came from the sense that the economy never seemed to run hot enough to explain such a big rise in inflation. I actually remember the 70s! And while there were years of good job markets, they never felt as good as the 60s, the late 90s, or 2019.
Nakamura et al couldn’t extend their analysis back to the emergence of stagflation, because the data aren’t available. It seems pretty clear, however, that the flat Phillips curve they find would tell us that overheating can’t explain the inflation surge. So what happened?
The natural explanation would emphasize supply shocks — oil and other commodity prices — amplified by the widespread existence of cost-of-living adjustments in wage contracts. Maybe these supply shocks led to a rise in headline inflation which caused expectations to become untethered. We don’t know if that’s true, and clearly more work — exploiting whatever data we can find — is appropriate.
But suppose something like this is true. In that case, the narrative that saw stagflation both as the cost of excessively ambitious macroeconomic policy and as a vindication of conservative economic ideas was mostly wrong. And that matters not just for history but for policy right now, which is still to some extent constrained by the fear of a 70s repeat.
How do you ask someone to be the last worker to be unemployed for a mistake?
La stagflazione rivisitata.
Abbiamo capito in modo sbagliato l’intera storia della macroeconomia?
Di Paul Krugman
Salve, gente. Sono tornato.
È vero, non ero mai andato via. Potete leggermi sul New York Times e su Twitter e potevate pensare che non avessi bisogno di un altro canale. Ma era un po’ che sentivo di aver bisogno di riprendere, almeno in limitata misura, una attività di blog, e né Twitter né The Times soddisfacevano quel bisogno.
In effetti, usavo il blog presso The Times, e sono ancora libero di pubblicare quello che voglio, tutte le volte che voglio. Tuttavia là non ho più un blog separato; alle persone ignare i post sul blog sembrano proprio come articoli. Ed ho scoperto che è un problema per i temi più per esperti: anche quando aggiungo una scritta di messa in guardia, molti lettori si aspettano che siano scritti in inglese e siano comprensibili ai normali esseri umani, e sono sconcertati di andare a sbattere in una parete di gergo economico.
Dunque do il via a questo blog/newsletter come un luogo nel quale collocare i miei pensieri più ostici per la generale opinione pubblica. Sarà gratuito, almeno per adesso – sto pensando ad un posto nel quale sbizzarrirmi su temi complicati, non ad una fonte aggiuntiva di reddito. Non so nemmeno con quanta frequenza pubblicherò; di sicuro non tutti i giorni, e forse nemmeno tutte le settimane. Ma spero che le persone con un interesse per gli aspetti della vita più per esperti parteciperanno. Un applauso, per piacere.
Senza ulteriori parole inutili, ecco la mia prima entrata.
La leggenda di Milton Friedman – e Paul Volcker
L’altro giorno partecipavo ad un seminario virtuale sulla inclinazione della curva di Phillips, offerto da Emi Nakamura, uno dei più brillanti giovani economisti in circolazione. Nakamura, assieme a Jon Steinsson, è stato all’avanguardia della macroeconomia empirica, con una stile di ricerca che comprende in modo caratteristico il far uso di dati inediti – spesso, sebbene non sempre, di dati regionali. Ad esempio, Nakamura e Steinsson fecero grande impressione, durante gli scontri tra stimolo e austerità, con un saggio che utilizzava il diverso impatto delle spese militari negli Stati per stimare i moltiplicatori. Il nuovo saggio usa un approccio simile per stimare quanto impatto abbia la disoccupazione sul tasso di inflazione.
Non sono i primi a farlo, ma da quanto comprendo migliorano le stime originarie costruendo in modo scrupoloso indici dei prezzi al livello degli Stati – un impegno laborioso (alcuni dei dati più vecchi erano su cassette di microfilm – e alcune annate ci mancano perché si sono perse le cassette!)
Quello che scoprono è che la curva di Phillips è molto piatta. Ovvero, la bassa disoccupazione porta davvero ad una inflazione più alta, ma persino un’economia molto accesa porta soltanto ad un modesto surriscaldamento inflazionistico.
Dunque, è utile saperlo ad ha importanti implicazioni per la politica attuale (ovvero, per darsi una calmata sui grandi programmi di spesa di Biden). Ma ciò su cui intendo concentrarmi sono le inquietanti implicazioni di questo risultato sulla nostra comprensione sia della storia dell’economia che della storia del pensiero economico.
Fatemi partire dal modo in cui la maggioranza degli economisti, incluso il sottoscritto, hanno raccontato la storia dell’inflazione.
All’inizio c’era la curva di Phillips: lo scambio apparente, abbastanza visibile nei dati, tra disoccupazione e inflazione. Negli anni ’60 molte persone osservavano quello scambio e, considerati i leggeri costi dell’inflazione a fronte dei vantaggi di una disoccupazione più bassa, si pronunciavano a favore di politiche monetarie e di finanza pubblica indirizzate a mantenere accesa l’economia.
Ma in un discorso che ebbe vasta influenza Milton Friedman avanzò un argomento, per suo conto avanzato anche da Edmund Phelps della Columbia: lo scambio tra disoccupazione e inflazione non era reale, perché ogni prolungato sforzo per mantenere bassa la dis0ccupazione non avrebbe portato solo ad una alta inflazione ma ad una inflazione in continua accelerazione. Essi sostennero, in particolare, che coloro che stabilivano i salari ed i prezzi avrebbero cominciato a metterli in conto per anticipare l’inflazione futura, cosicché il tasso di inflazione associato con qualsiasi dato tasso di disoccupazione sarebbe continuato a crescere.
Pronosticarono, in particolare, che l’andamento dell’economia nel corso del tempo sarebbe apparso come in questo schema:
All’inizio, un governo spingerebbe verso il basso la disoccupazione; ma questo porterebbe ad una disoccupazione in continua crescita, che resterebbe elevata anche se l’economia si raffreddasse. Sarebbe così necessario un prolungato periodo di alta disoccupazione per far tornare nuovamente in basso l’inflazione, finché alla fine la disoccupazione verrebbe riportata ad un livello sostenibile.
Dunque, la loro analisi prevedeva “spirali in senso orario” (da destra a sinistra) nella disoccupazione e nell’inflazione. Poi vennero gli anni ’70.
Di sicuro, questa sembrò una previsione su un campione di spettacolare successo – una sorta di versione economica della “curvatura della luce”! [3] Quasi tutti nella disciplina economica considerarono confermata l’analisi di Friedman-Phelps. Ma a sua volta questo ebbe grandi conseguenze pratiche e intellettuali.
Anzitutto, i Governi e le banche centrali smisero di perseguire la bassa disoccupazione, credendo che le misure di sostegno eccessivamente ambiziose avessero provocato la stagflazione degli anni ’70. Cominciarono piuttosto ad indirizzarsi verso una disoccupazione stabile attraverso il cosiddetto NAIRU – un livello del tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione.
In secondo luogo, dal momento che la previsione di Friedman/Phelps si basava sul cercare di stabilire cosa avrebbero fatto coloro che fissano i prezzi, il loro apparente successo diede un grando impulso al concetto secondo il quale tutta l’economia dovrebbe basarsi su comportamenti di massimizzazione. Friedman ebbe sempre un senso della realtà troppo forte per calarsi personalmente nella “buca del coniglio” delle aspettative razionali che inghiottì buona parte della macroeconomia, ma a seguito della regola secondo la quale i discepoli diminuiscono di valore, era quello che era destinato a succedere.
In terzo luogo, tutta la faccenda diede un impulso alla ideologia conservatrice. In apparenza, avevamo quella che sembrava una dimostrazione dei limiti della azione del Governo; inoltre, i ‘ragazzi’ della scuola di Chicago pareva si fossero mostrati nel giusto su qualcosa di importante (ricordo compagni di classe nei corsi di laurea specialistici che dicevano: “Su questo hanno avuto ragione. Perché non pensare che abbiano ragione sul resto?”).
Infine, la disinflazione di Volcker degli anni ’80 – utilizzare l’elevata disoccupazione per interrompere l’alta inflazione – divenne, nella testa di molti, il modello di quello che le autorità responsabili dovevano fare: mettere in atto scelte dure nell’interesse del futuro.
Ma che dire se avessimo raccontato sin dall’inizio la storia sbagliata?
Una rivisitazione degli eventi degli anni ’80
Quando colpì la Grande Recessione, molte persone, incluso il sottoscritto, si preoccuparono della deflazione (molte altre persone, specialmente i fanatici dell’oro, si preoccupavano dell’inflazione; ma lasciamoli perdere). Ci aspettavamo che un periodo come all’epoca di Volcker di disoccupazione molto elevata provocasse un calo nel tasso di inflazione, che ci avrebbe in sostanza sommersi. Ma se ci fu un qualche calo nell’inflazione, non fu molto grande. L’inflazione non crebbe neppure molto allorché l’economia reflazionò; persino quando la disoccupazione scese sotto il 4 per cento.
Questo indusse molti osservatori a concludere che la curva di Phillips era adesso abbastanza piatta. Ciò che indica l’analisi di Nakamura ed altri, tuttavia, è che essa era sempre stata piatta.
Non sono i primi a dirlo, ma io sono rimasto momentaneamente scettico di altre analisi, nella preoccupazione che esse potessero adattare eccessivamente i dati. L’approccio regionale, mi sembra, è al sicuro da una critica del genere: i loro autori usano semplicemente la formulazione ovvia, e dato che utilizzano gli effetti invariabili nel tempo, in nessun modo adattano il resto del modello a quello che sappiamo è accaduto nel corso dei decenni.
C’è, tuttavia, un problema. L’inclinazione stimata della curva di Philips è così piatta che ci dice che l’aumento della disoccupazione dei primi anni ’80, per quanto grande fosse, non è sufficiente a spiegare la disinflazione di Volcker.
Dunque, cosa spiega quella disinflazione? Una grande caduta nelle aspettative di inflazione futura. Il loro diagramma appare in questo modo:
Ora, la spiegazione di Friedman/Phelps implicita nelle ‘spirali in senso orario’ includeva un mutamento delle aspettative: si supponeva che l’elevata disoccupazione portasse ad una inflazione effettiva più bassa, che nel corso del tempo si sarebbe riflessa in aspettative di inflazione più basse, che a sua volta avrebbero alimentato cali ulteriori dell’inflazione. Ma il declino degli anni ’80 è troppo veloce per essere spiegato in questo modo, e sembra sia iniziato un po’ prima della effettiva riduzione dell’inflazione.
Gli autori suggeriscono che ci sia stato un cambiamento di paradigma: quando le persone compresero che Volcker era realmente intenzionato a far passare le pene dell’inferno all’economia, esse abbassarono le loro aspettative di inflazione futura in un modo che andava oltre il collegamento meccanico con la disoccupazione. È possibie, sebbene gli autori non offrano prove dirette.
Dopo aver ascoltato Nakamura, mi sono ritrovato ad osservare altri esempi di un cambiamento di paradigma. Un esempio della relazione tra disoccupazione e inflazione che sono solito utilizzare con le persone che chiedono di osservare qualche prova effettiva è quello della Spagna, che dal momento in cui ha aderito all’euro nel 1999 ha avuto vaste oscillazioni nella disoccupazione: una massiccia espansione negli anni inziali dell’euforia per l’euro; un grave crollo quando il paese abbracciò l’austerità e cercò di realizzare la svalutazione interna, e una ripresa da circa il 2014. Sapevo che i dati successivi al 1999 mostrano una bella curva di Phillips, sebbene piuttosto piatta.
Ma cosa accade se si amplia nel tempo il campione? L’adesione all’euro fu sicuramente un cambio di regime che potrebbe aver ben spostato le aspettative; e di fatto è quello che è accaduto (ho misurato l’inflazione con il deflatore del PIL, dato che utilizzare il database del World Economic Outlook del FMI era un esercizio rapido ed efficace):
Dunque, il nostro racconto sulla disinflazione di Volcker può essere in buona parte sbagliato, sebbene la percepita determinazione di Volcker possa ancora aver giocato un ruolo sostanziale. Ma se stiamo raccontando una storia diversa sulle ragioni per le quali l’inflazione scese, che dire del nostro racconto sulle ragioni per le quali essa all’inizio salì?
Rivisitare gli anni ‘70
La verità è che sono sempre stato un po’ a disagio con il racconto standard sull’inflazione negli anni ’70, anche se esso sembrava rispettare la previsione delle spirali in senso orario. Il mio disagio derivava dalla sensazione che l’economia non era mai sembrata surriscaldarsi al punto tale da spiegare una tale crescita dell’inflazione. Mi ricordo bene gli anni ’70! E mentre vi furono anni di buoni mercati del lavoro, non sembrarono mai altrettanto buoni degli anni ’60, degli ultimi anni ’90 o del 2019.
Nakamura e colleghi non hanno potuto estendere la loro analisi sino allo scoppio della stagflazione, perché i dati non erano disponibili. Tuttavia, sembra abbastanza chiaro che la piatta curva di Phillips che essi scoprono non ci direbbe che quel surriscaldamento possa spiegare la crescita dell’inflazione. Dunque, cosa accadde?
La spiegazione naturale metterebbe l’enfasi sugli shock dell’offerta – petrolio ed altre materie prime – amplificata dalla dalla generalizzata esistenza di adeguamenti al costo della vita nei contratti salariali. Forse questi shock dell’offerta portarono ad una crescita nell’inflazione ‘complessiva’ [6] che fece in modo che le aspettative finissero con l’essere indipendenti. Non sappiamo se questo sia vero, e chiaramente un maggior lavoro è opportuno – sfruttando tutti i dati che pssiamo trovare.
Ma supponiamo che sia vero qualcosa del genere. In quel caso, il racconto che considerava la stagflazione sia come il costo dei una politica macroeconomica eccessivamente ambiziosa che come un risarcimento di idee economiche conservatrici, sarebbe per la maggior parte sbagliato. E ciò sarebbe importante non solo per la storia ma anche per la politica in questo momento, che è ancora in qualche misura condizionata dal timore di una ripetizione degli anni ’70.
Chiedereste a qualcuno di essere l’ennesimo lavoratore ad essere disoccupato per uno sbaglio?
[1] Sull’asse verticale abbiamo il tasso di inflazione, su quello orizzontale il tasso di disoccupazione. La linea grigia nel mezzo del diagramma indica il livello del tasso di disoccupazione che su suppone non acceleri il tasso di inflazione (NAIRU, “non-accelerating inflation rate of unemployment). Come di vede, con l’avvio di una politica aggressiva di espansione il tasso di inflazione si impenna e il tasso di disoccupazione diminuisce. Ma ad un certo punto (“oops”) con un tasso di inflazione troppo elevato, il tasso di disoccupazione comincia a crescere e provoca una politica di disinflazione (in genere da parte della Banca Centrale, con un aumento dei tassi di interesse, ma anche per effetto di una politica economica ‘di contrasto’ che non si cura di tassi di disoccupazione elevati, come avvenne con Volcker), il che porta in seguito ad un nuovo abbassamento del tasso di disoccupazione. Questa fase è contrassegnata come “morning in America”, ovvero quello che accadde con una ripresa dell’occupazione nell’epoca di Ronald Reagan (che coniò quella ottimistica espressione in un programma radiofonico dal titolo traducibile con “E’ di nuovo giorno in America”, che ebbe grande successo, anche in termini elettorali).
[2] Il diagramma mostra i movimenti di inflazione e disoccupazione dal 1970 al 1985. Come si vede lo ‘scambio’ (“trade-off”) tra disoccupazione e inflazione è esattamente quello previsto nel diagramma precedente: con una bassa disoccupazione l’inflazione sembra possa crescere senza particolari conseguenze per il lavoro (anzi con una riduzione della disoccupazione), ma ad un certo punto essa fa crescere nettamente la disoccupazione e solo una politica di disinflazione la riporta a livelli sostenibili. La differenza con il diagramma precedente è che in questo la “spirale in senso orario” – sulla metà del periodo considerato – si ripete due volte; l’ultima è quella successiva al periodo di disinflazione provocato dal Presidente della Fed Paul Volcker.
[3] Nel 1913 Albert Einstein, nel contenuto di una breve pagina indirizzata a George Hale, ipotizza la possibilità di provare l’incurvamento della radiazione elettromagnetica nell’attraversare i campi gravitazionali esaminando la luce proveniente dalle stelle fisse apparentemente site in prossimità del Sole … La prima osservazione della deflessione dei raggi luminosi consistette nel misurare semplicemente la variazione della posizione delle stelle per effetto della curvatura dello spazio-tempo attorno al Sole. Il 29 maggio 1919, durante un’eclissi di Sole … Wikipedia
Suppongo che si riferisca a tutto questo.
[4] Il diagramma mostra, nella linea nera, l’andamento della cosiddetta inflazione ‘sostanziale’ (ovvero dell’inflazione depurata dagli effetti dei prezzi più volatili, che dipendono dalle oscillazioni altalenanti dell’energia e delle materia prime) e, nella linea grigia, le previsioni a lungo termine della medesima inflazione da parte dello SPF. The Survey of Professional Forecasters (SPF) è un sondaggio trimestrale di previsioni macroeconomiche per l’economia degli Stati Uniti emesse dalla Federal Reserve Bank di Filadelfia. È il più antico sondaggio di questo tipo negli Stati Uniti. Wikipedia (inglese)
Come si vede, le aspettative di inflazione e l’inflazione reale, dopo il picco dei primi anni ’80, si è drasticamente ridimensionata.
[5] Il diagramma mostra semplicemente come l’andamento dell’inflazione negli anni precedenti all’euro (pallini gialli) sia stato sensibilmente più marcato che negli anni precedenti il 1999, con tassi di disoccupazione alti e bassi (pallini blu).
[6] Ovvero, quell’inflazione che viene calcolata considerando anche i prezzi volatili dell’energia e delle materie prime.
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