Blog di Krugman

Il soccorso pandemico è in aggiunta, non in alternativa Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 27 gennaio 2021)

 

Jan 27, 2021

Pandemic Rescue: It’s ‘And’ Not ‘Or’

By Paul Krugman

zz 898

President Biden is proposing a large relief package to deal with the continuing fallout from the coronavirus. The package is expansive, as it should be. But it is, predictably, facing demands that it be scaled back. Which, if any, of these demands have some validity?

We can discount opposition from Republican leaders who have suddenly decided, after years of enabling deficits under Trump, that federal debt is a terrible thing. We’ve seen this movie before, during the Obama years: Republicans oppose economic aid not because they believe it will fail but because they fear it might succeed, both helping Democrats’ political prospects and legitimizing an expanded role for government.

But there are also some good-faith objections to parts of the Biden proposal, coming from Democrats like Joe Manchin and progressive economic commentators like Larry Summers. What these commentators object to, mainly, are plans for broadly distributed “stimulus checks” (they aren’t checks and they aren’t stimulus, but never mind): payments of $1400 to many families.

I’m posting this note to explain why I believe that these objections are wrong. To be more precise, I’d argue that these critics are giving the right answer to the wrong question.

Let’s start from common ground: The main purpose of the proposed plan isn’t stimulus, it’s disaster relief. The U.S. economy will remain depressed as long as the pandemic is rampant, so the goal is to help those parts of our society hit hard by the constrained economy to make it through with minimum damage. This includes families with unemployed workers, state and local governments that can’t run deficits and are taking a financial hit, and businesses hurt by lockdown.

The core of the package, then, is aid to these afflicted groups — enhanced unemployment benefits, aid to state and local governments, and business financial relief. And these things, along with specific pandemic and vaccine funding, account for most of the proposed outlays.

The controversial part is those broad-based grants to families, many of which would go to Americans who are doing OK. And the critics are right to say that many of those who would receive payment wouldn’t need the money.

Where they go wrong is in assuming that the stimulus checks (I’ll call them that, since everyone else does) are in competition with the other parts of the package.

The fact is that the U.S. government is not financially constrained. It has no trouble borrowing, and borrowing is very cheap, with the 10-year interest rate barely above one percent.

This interest rate is far below the economy’s expected growth rate. The Congressional Budget Office expects the dollar value of potential GDP — output at full employment — to grow at an annual rate of 3.7 percent over the next decade. What this means is that borrowing now will not store up big burdens for the future: Any debt we incur will tend to melt away as a share of GDP over time.

So there isn’t a relevant dollar limit on the amount we can spend on economic rescue. The constraints are, instead, political: The crucial thing is to build enough support for aid to those who do need it.

And stimulus checks would help build that support, for two reasons.

One is that the checks would play a useful role. Unemployment benefits won’t reach everyone hurt by the pandemic, so some of the outlays on broad payments would reach people who need help. They wouldn’t be as well targeted as other aid, but again, money is not the constraint here.

The other is that stimulus checks are both very popular and something Democrats have promised. So why not honor that promise and do something that builds support for all the measures in the rescue package?

Put it this way: Given the economic and political situation we’re in, stimulus checks are an “and,” not an “or.” They’re complementary to other emergency relief, not in competition with it.

What about concerns that we’ll end up providing too much aid, and that it will be inflationary?

I’m actually an optimist about near-term economic prospects. There’s a quite good chance that the economy will come roaring back late this year, once vaccinations have produced herd immunity and Americans can resume normal life. If and when that happens, the economy won’t need whatever stimulus the rescue package is still providing.

But so what? We’ll be coming out of the pandemic with inflation still below the Fed’s target, and it would do little harm to overshoot that target and run the economy hot, leading to a bit of excess inflation — and a bit is all that would happen, because inflation responds slowly to economic conditions. If the boom gets big enough and goes on long enough that inflation actually starts to look like a concern, the Fed can always rein it in by modestly raising interest rates.

We need to remember the lesson of the 2009 stimulus: The risks of doing too little are much bigger than the risks of doing too much. Do too little and you probably won’t get a second chance; do too much and the Fed can easily contain any pickup in inflation.

So please, don’t nitpick this plan. Not every dollar has to be spent in the best possible way. Speed, simplicity and broad support, not purity, are of the essence.

 

Il soccorso pandemico è in aggiunta, non in alternativa

Di Paul Krugman

 

Il Presidente Biden sta proponendo un ampio pacchetto di aiuti per misurarsi con le perduranti conseguenze negative della pandemia. Il pacchetto è costoso, quanto è giusto che sia. Ma sta andando incontro a richieste, come era prevedibile, di una riduzione. Quali di queste richieste hanno qualche validità, ammesso che ce ne sia qualcuna?

Possiamo non considerare l’opposizione dei dirigenti repubblicani che d’un tratto hanno deciso, dopo anni di autorizzazione ai deficit sotto Trump, che il debito federale è una cosa terribile. Abbiamo visto questo film in precedenza, durante gli anni di Obama: i repubblicani si oppongono all’aiuto economico non perché credono che non funzioni ma perché temono che abbia successo, aiutando le prospettive politiche dei democratici e legittimando un ruolo più ampio da parte del Governo.

Ma ci sono anche obiezioni in buona fede ad alcune parti della proposta di Biden, che vengono da democratici come Joe Manchin e da commentatori economici progressisti come Larry Summers. Quello che questi commentatori principalmente contestano sono i programmi per la distribuzione generalizzata degli “assegni per lo stimolo dell’economia” (non sono assegni e non servono a stimolare l’economia, ma tant’è): i contributi di 1.400 dollari a molte famiglie.

Sto pubblicando questa nota per spiegare perché credo che queste obiezioni siano sbagliate. Per essere più preciso, direi che questi critici stanno dando la risposta giusta alla domanda sbagliata.

Cominciamo dalle cose sulle quali concordiamo: lo scopo principale del programma proposto non è lo stimolo dell’economia, è l’aiuto nella emergenza. L’economia statunitense resterà depressa finché la pandemia sarà aggressiva, dunque l’obbiettivo è aiutare quelle parti della nostra società duramente colpite dall’economia forzata, in modo che sopportino il minimo danno. Questo include le famiglie con lavoratori disoccupati, i governi degli Stati e delle comunità locali che non possono gestire deficit e sono colpiti sul piano finanziario e le imprese danneggiate dal blocco delle attività.

Il cuore del pacchetto, dunque, riguarda l’aiuto a questi gruppi in difficoltà – sussidi di disoccupazione aumentati, aiuto agli Stati ed ai governi locali e sollievo finanziario alle imprese. E queste cose, assieme a finanziamenti specifici sulla pandemia e sui vaccini, pesano per la maggioranza delle spese proposte.

La parte controversa sono quelle sovvenzioni ad ampio spettro alle famiglie, molte delle quali andrebbero ad americani che stanno bene. E i critici hanno ragione a dire che molti di coloro che riceveranno le sovvenzioni non avrebbero bisogno di soldi.

Dove sbagliano è nel considerare che gli assegni per lo stimolo economico (li chiamerò così, dato che lo fanno tutti) siano in competizione con altre parti del pacchetto.

Il fatto è che il Governo degli Stati Uniti non è finanziariamente condizionato. Non ha difficoltà a indebitarsi e indebitarsi è molto conveniente, con i tassi di interesse decennali appena sopra l’uno per cento.

Il tasso di interesse è molto al di sotto del tasso di crescita atteso dell’economia. L’Ufficio Congressuale del Bilancio si aspetta che il valore in dollari del PIL potenziale – la produzione in condizioni di piena occupazione – cresca nel prossimo decennio ad una tasso annuale del 3,7 per cento. Quello che questo significa è che indebitarsi adesso non comporterà grandi oneri per il futuro: ogni debito che assumiamo tenderà a dissolversi nel corso del tempo come una quota del PIL.

Dunque, non c’è un rilevante limite in dollari sulla quantità che possiamo spendere nel soccorso all’economia. I limiti sono, piuttosto, di natura politica: la questione cruciale è realizzare un sostegno sufficiente per aiutare coloro che ne hanno bisogno.

E gli assegni per lo stimolo economico aiuterebbero a realizzare quel sostegno, per due ragioni.

Una è che gli assegni giocherebbero una funzione utile. I sussidi di disoccupazione non raggiungeranno tutti coloro che sono stati colpiti dalla pandemia, dunque alcuni degli esborsi per le sovvenzioni generalizzate andrebbero a persone che hanno bisogno di aiuto. Non sarebbero così bene mirati come altre forme di aiuto, ma, di nuovo, in questo caso il denaro non è il limite.

L’altra è che gli assegni per lo stimolo dell’economia sono molto popolari e sono qualcosa che i democratici hanno promesso. Perché dunque non onorare quella promessa e fare qualcosa che costruisca un sostegno a tutte le misure nel pacchetto dei soccorsi?

Mettiamola in questo modo: data la situazione economica e politica nella quale siamo, gli assegni per lo stimolo dell’economia sono “in aggiunta”, non “in alternativa”. Sono complementari ad altri aiuti nell’emergenza, non in competizione con essi.

Cosa si può dire delle preoccupazioni secondo le quali finiremo col concedere troppo aiuto e col provocare effetti inflazionistici?

In realtà, io sono ottimista sulle prospettive economiche a breve termine.  C’è una possibilità abbastanza buona che l’economia torni a ruggire alla fine di quest’anno, una volta che i vaccini abbiano prodotto l’immunità di gregge e che gli americani possano riprendere una vita normale. Se e quando ciò accadrà, l’economia non avrà bisogno di nessuno stimolo che il pacchetto di aiuti starà ancora fornendo.

E allora qual è il problema? Stiamo venendo fuori dalla pandemia con una inflazione ancora al di sotto dell’obbiettivo della Fed, e ci sarebbe poco danno a oltrepassare quell’obbiettivo e a far riscaldare l’economia, portando a un po’ di inflazione in eccesso – e poca inflazione è tutto quello che accadrebbe, giacché essa risponde con lentezza alle condizioni economiche. Se l’espansione diverrà abbastanza forte e procederà abbastanza a lungo da cominciare effettivamente a far apparire l’inflazione come una preoccupazione, la Fed potrà sempre tenerla a freno elevando modestamente i tassi di interesse.

Dobbiamo ricordarci della lezione delle misure di stimolo del 2009: i rischi di fare troppo poco sono molti più grandi dei rischi di fare troppo. Se si fa troppo poco probabilmente non si avrà una seconda possibilità; se si fa troppo la Fed può facilmente contenere ogni accelerazione dell’inflazione.

Dunque, per favore, non cerchiamo il pelo nell’uovo in questo programma. Non sarà speso nel miglior modo possibile ogni dollaro. Ma la velocità, la semplicità e l’ampio sostegno, non la perfezione, sono la sostanza.

 

 

 

 

 

 

Le prove rientrano in scena, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 19 gennaio 202)

gennaio 21, 2021

 

Jan 19, 2021

Evidence makes a comeback

Paul Krugman

zz 898

“What do we want? Evidence-based policy. When do we want it? After peer review.” That was one of the chants at the March for Science, an international set of demonstrations in April 2017. The marchers were, of course, reacting in part to the election of Donald Trump and the rise of populism elsewhere; they were concerned that governments would make bad policy decisions that ignored scientific evidence.

And in the United States and the United Kingdom, where the demonstrations received the most attention, the marchers’ fears proved prescient. Both governments responded to the coronavirus pandemic by dismissing the views of epidemiologists, and the two countries have had far more Covid-19 deaths per million people than other major nations.

As an economist watching this disaster, I was mainly horrified. But I couldn’t help also thinking, “Welcome to my world.” My sense is that many medical experts are still shocked to see what should be matters of science utterly politicized. But in the social sciences it has been that way all along.

In fact, many people — and not just on the right — seem to assume that all economic analysis must be political. Today’s column was in part about the case for a higher minimum wage, a topic on which economists’ views have shifted dramatically over the past 25 years. When I describe that shift to lay people, I find them assuming that it must have been politically driven — a reaction to things like the Fight for 15, the movement by fast-food workers to demand higher wages.

But that’s not what happened. The sea change in economic opinion on minimum wages was driven by, dare I say it, science: New evidence came in, and it refuted old conventional wisdom.

The change started with a remarkable paper by the labor economists David Card and Alan Krueger, who had the bright idea of surveying fast-food restaurants near the Delaware River before and after New Jersey raised its minimum wage, while Pennsylvania did not. As far as I can tell, they expected to see employment declines in the former relative to the latter. But they didn’t.

This result — no noticeable employment decline after an increase in the minimum wage — has since been replicated many, many times. The evidence is now overwhelming that minimum wage hikes don’t have major negative effects on employment, while they do raise workers’ incomes and reduce poverty. This isn’t a conclusion driven by politics, although at least some of the economists who still refuse to accept this evidence are being political.

While the minimum wage literature is a really striking example of economists being scientific, it’s not unique. Another example, close to my heart, has been a shift of the profession toward the Keynesian view that deficit spending is good for a depressed economy. This shift was driven in large part by what happened between 2010 and roughly 2013, when some but not all advanced countries were forced into harsh austerity policies — and experienced severe economic contractions, just as Keynes would have predicted.

If these examples may make it seem as if taking the evidence into account always pushes economists to the left, that’s misleading. It may be true on average, if only because discourse in general has been dominated by a right-leaning orthodoxy, so that new evidence usually pushes us left. But it’s not hard to find contrary examples.

For example, many people would like to believe that universal health care saves money, because people get more preventive care and have less reason to visit emergency rooms. Unfortunately, that doesn’t seem to be true: Better coverage means that people get more health care, which costs money.

Which is not to say that we shouldn’t guarantee health care for all! For evidence can’t actually tell us what our policies should be — that is, in the end, a political decision that must reflect values as well as science.

But evidence can help us make policy. And I, for one, am thrilled that 23½ hours after this newsletter goes out we’ll have an administration that understands that.

 

Le prove rientrano in scena,

di Paul Krugman

 

“Che cosa vogliamo? Una politica basata sulle prove. Quando lo vogliamo? Dopo la verifica di esperti [1].” Questo era uno degli slogan alla Marcia per la Scienza dell’aprile del 2017. I manifestanti, ovviamente, in parte stavano reagendo alla elezione di Donald Trump ed alla crescita dappertutto del populismo; erano preoccupati che i Governi prendessero decisioni politiche negative che ignoravano le prove scientifiche.

E negli Stati Uniti come nel Regno Unito, dove le dimostrazioni ricevettero la maggiore attenzione, le paure dei manifestanti si sono dimostrate preveggenti. I Governi di entrambi i paesi hanno risposto alla pandemia del coronavirus rigettando i punti di vista degli epidemiologi, e i due paesi hanno avuto più morti per milione di persone da coronavirus delle altre principali nazioni.

Come economista che osserva il disastro, sono rimasto soprattutto terrorizzato. Ma non potevo neanche aiutarmi con il pensiero: “Benvenuti nel mio mondo”. La mia sensazione è che molti esperti sanitari sono ancora impressionati dal constatare che problema sarebbe una scienza completamente politicizzata. Ma nelle scienze sociali è quanto avviene da tanto tempo.

Nei fatti, molte persone – e non solo alla destra – sembra considerino che tutta l’analisi economica deve essere politica. L’articolo di oggi, in parte era relativo all’ipotesi di un minimo salariale più elevato, un tema sul quale i punti di vista degli economisti si sono spostati in modo spettacolare negli ultimi 25 anni. Quando descrivo quello cambiamento per presentarlo alle persone, scopro che esse considerano che deve essere dipeso dalla politica – una reazione a cose come Battaglia per i 15 dollari, il movimento dei lavoratori dei fast-food per rivendicare salari più alti.

Ma non è questo che è accaduto. Il radicale cambio di rotta sul giudizio economico sui minimi salariali è stato guidato, oserei dire, dalla scienza: sono intervenute nuove prove ed hanno confutato il vecchio punto di vista convenzionale.

Il cambiamento ebbe inizio con un importante saggio degli economisti del lavoro David Card e Alan Krueger, che ebbero la brillante idea di fare un sondaggio presso i ristoranti fast-food nei pressi del fiume Delaware prima e dopo che il New Jersey aumentasse il suo salario minimo, mentre la Pennsylvania non lo fece. Per quanto posso immaginare, essi si aspettavano di constatare cali dell’occupazione nel primo Stato rispetto al secondo. Ma non accadde.

Questo risultato – nessun apprezzabile calo dell’occupazione dopo un aumento del salario minimo – da allora è stato replicato moltissime volte. Adesso c’è la prova schiacciante che i rialzi del salario minimo non hanno importanti effetti negativi sull’occupazione, mentre aumentano i redditi dei lavoratori e riducono la povertà. Questa non è un conclusione determinata dalla politica, sebbene almeno alcuni degli economisti che ancora rifiutano di accettare questa prova lo fanno per ragioni politiche.

Se la letteratura sul salario minimo è un esempio davvero impressionante della scientificità del lavoro degli economisti, essa non è l’unica. Un altro esempio al quale sono affezionato è stato lo spostamento della disciplina nei confronti del punto di vista keynesiano secondo il quale la spesa in deficit in una economia depressa è positiva. Questo cambiamento venne guidato da quello che accadde tra il 2010 e grosso modo il 2013, quando alcuni ma non tutti i paesi avanzati vennero costrette a severe politiche di austerità – e conobbero gravi contrazioni economiche, proprio come avrebbe previsto Keynes.

Se questi esempi possono far apparire che tener conto delle prove spinga sempre gli economisti a sinistra, ciò è fuorviante. Nella media piò essere vero, soltanto perché il dibattito è stato dominato da una ortodossia orientata a destra, cosicché le nuove prove normalmente ci spingono a sinistra. Ma non è difficile trovare esempi opposti.

Ad esempio, a molti piacerebbe credere che l’assistenza sanitaria universalistica consente di risparmiare soldi, perché le persone hanno maggiore assistenza preventiva e minori ragioni di essere curate in emergenza. Sfortunatamente, non sembra che questo sia vero: una migliore copertura comporta che le persone abbiano maggiore assistenza sanitaria, e questo costa denaro.

Il che non significa che non dovremmo garantire la assistenza sanitaria per tutti! Perché le prove non possono dirci quali dovrebbero essere le nostre politiche – ovvero, alla fine le decisioni politiche debbono riflettere i valori come la scienza.

Ma le prove possono aiutarci a fare politica. E io, per mio conto, sono eccitato perché 23 ore e mezza dopo questa newsletter avremo una amministrazione che lo capisce.

 

 

 

 

 

 

 

[1] La valutazione tra pari (detta anche revisione tra parirevisione paritaria e meglio nota con il termine inglese peer review) indica nel mondo della ricerca e dell’università, la valutazione critica che un lavoro o una pubblicazione riceve, spesso su richiesta di un’autorità centrale, da parte di specialisti aventi competenze analoghe a quelle di chi ha prodotto l’opera. Wikipedia.

 

 

 

 

Le conseguenze economiche dell’assalto, di Paul Krugman (dal blog di Paul Krugman, 11 gennaio 2021)

gennaio 14, 2021

 

Jan 12, 2021

Economic consequences of the putsch

Paul Krugman

zz 898

“The center did not hold. However, the Gross National Product continued to rise.” Last week I found myself remembering that line, from Walker Percy’s 1971 dystopian novel “Love in the Ruins” — a book I read in college, but which has evidently stuck with me all these years.

Of course, we don’t know whether G.D.P. — for annoyingly technical reasons we usually talk about gross domestic product these days — will in fact continue to rise. But as America went through a week from hell, with the prospect of fresh hells yet to come, financial markets signaled … growing optimism.

I’m not mostly talking about the stock market, which even aside from its mood swings is a poor guide to the economic outlook. I’m talking, instead, about the bond market. Long term interest rates are, it turns out, a pretty good indicator of economic optimism among sophisticated investors, because they in effect reflect a judgment about how quickly the economy will recover to the point at which the Federal Reserve will start to worry about overheating and tighten monetary policy.

That prospect is still a long way off; long rates are still extremely low by historical standards. But there was a notable bump in those rates over the course of Putsch Week:

zzz 82

 

 

 

 

 

 

 

A week of good news?Federal Reserve of St. Louis

Does economic optimism in the face of political nightmare make any sense? Actually, yes.

Clearly, the assault on the Capitol wasn’t the end of our ordeal. The F.B.I. has warned state governments across the nation about potential armed attacks in the days leading up to Joe Biden’s inauguration. Inauguration Day itself will be extremely tense. And while it’s possible that the fever will break — to a remarkable extent, the insurrectionists still seem to believe that they can keep Donald Trump in the White House, and will be shocked when it turns out that they can’t — it’s more likely that sporadic violence will continue for a long time.

So why should anyone be optimistic?

Part of the answer is that the putsch wasn’t the only thing that happened last week: Democrats achieved a remarkable political upset in Georgia, winning two Senate seats and with them control of the Senate as a whole. That makes a huge difference for economic policy, making it almost certain that we’ll have an additional large relief package, and fairly likely that we’ll get some much needed investment in infrastructure.

The Georgia runoffs explain why long rates rose on Wednesday. But why did they keep rising even after the attack on the Capitol? That’s a bit less clear.

One possible answer is that Biden himself has been sending signals that he intends to use that Senate victory to engage in higher spending without worrying about deficits — that he won’t fall into the Obama administration’s austerity trap. Progressives cheered, and so did markets.

Another possible answer is that the backlash against Republicans over Wednesday’s violence may at least slightly inhibit their efforts to undermine Biden’s policies. At the very least, I expect the news media to show more skepticism about their pious warnings about the evils of government debt now that we’ve seen their bad faith about democracy.

One final point: The truth is that the direct economic effects of political violence tend to be small unless it reaches the point of all-out civil war. Percy wrote his memorable line during a time of soaring crime, destructive riots, sometimes deadly confrontations over the Vietnam War — and a booming economy. It could happen again.

 

 

Le conseguenze economiche dell’assalto,

di Paul Krugman

 

“Il centro non ha tenuto, Tuttavia, il Prodotto Interno Lordo ha continuato a crescere.” La scorsa settimana mi sono trovato a ricordare quella frase, dal romanzo distopico di Walker Percy “Amore tra le rovine[1]– un libro che lessi all’università, ma che evidentemente mi è rimasto vicino in tutti questi anni.

Naturalmente, non sappiamo se il PIL – per fastidiose ragioni tecniche in questi giorni parliamo normalmente di prodotto interno lordo – continuerà a crescere. Ma al momento in cui l’America ha attraversato una settimana infernale, con la prospettiva di nuovi inferni ancora in arrivo, i mercati finanziari hanno segnalato … un crescente ottimismo.

Non sto parlando principalmente del mercato azionario, che anche trascurando i suoi cambiamenti di umore è una guida modesta alle previsioni economiche. Sto parlando, piuttosto, del mercato delle obbligazioni. Si scopre che i tassi di interesse a lungo termine sono un indicatore piuttosto buono dell’ottimismo economico tra gli investitori sofisticati, giacché in effetti riflettono un giudizio sulla rapidità con la quale l’economia si riprenderà sino al punto che la Federal Reserve cominci a preoccuparsi del surriscaldamento e a restringere la politica monetaria.

Quella prospettiva è ancora molto lontana; i tassi a lungo termine sono ancora estremamente bassi per i loro livelli storici. Ma, nel corso della Settimana dell’Assalto, c’è stato un considerevole rialzo di questi tassi:

zzz 82

 

 

 

 

 

 

 

Una settimana di buone notizie? Dalla Federal Reserve di St. Louis

Ha senso l’ottimismo economico, a fronte dell’incubo nella politica? In realtà, sì.

Chiaramente, l’assalto al Campidoglio non ha messo fine alle nostre traversie. L’FBI ha messo in guardia i governi degli Stati in tutto il paese per possibili attacchi armati nei giorni che portano alla inaugurazione di Joe Biden. E mentre è possibile che la febbre abbia una pausa – in considerevole misura, i rivoltosi sembrano ancora credere di poter tenere Donald Trump alla Casa Bianca, e saranno scioccati quando scopriranno di non poterlo fare – è più probabile che violenze sporadiche continueranno a lungo.

Dunque, perché qualcuno dovrebbe essere ottimista?

In parte la risposta è che l’assalto non è l’unica cosa che è accaduta la scorsa settimana: i democratici hanno realizzato un considerevole ribaltamento politico in Georgia, aggiudicandosi due seggi al Senato e con essi il controllo del Senato nel suo complesso. Questo fa una grande differenza per la politica economica, rendendo quasi certo che avremo un ampio pacchetto aggiuntivo di aiuti, e abbastanza probabile che avremo una parte di investimenti indispensabili nelle infrastrutture.

Gli spareggi in Georgia spiegano perché i tassi a lungo termine sono cresciuti mercoledì. Ma perché sono continuati a crescere dopo l’assalto al Campidoglio? Questo è un po’ meno chiaro.

Una risposta possibile è che lo stesso Biden ha spedito segnali secondo i quali intende usare quella vittoria al Senato per impegnarsi in una spesa pubblica superiore senza preoccuparsi dei deficit – ovvero che non cadrà nella trappola dell’austerità della Amministrazione Obama. I progressisti hanno festeggiato e lo stesso hanno fatto i mercati.

Un’altra possibile risposta è che il contraccolpo contro i repubblicani per le violenze di mercoledì può almeno leggermente inibire i loro sforzi per minare le politiche di Biden. Come minimo, mi aspetto che i media dell’informazione mostrino più scetticismo sui loro ammonimenti ipocriti sui mali del debito pubblico, adesso che si è constatata la loro malafede sulla democrazia.

Una osservazione finale: la verità è che gli effetti economici diretti delle violenze politiche tendono ad essere modesti finché non raggiungono il punto i una completa guerra civile. Percy scriveva la sua frase memorabile durante un’epoca di crimini crescenti, di rivolte distruttive, talvolta di scontri mortali per la guerra nel Vietnam – e di una economia in forte espansione. Potrebbe avvenire ancora.

 

 

 

 

 

 

[1] Walker Percy (Birmingham28 maggio 1916 – Covington10 maggio 1990) è stato uno scrittore statunitense. Convertitosi al cattolicesimo, scrisse nel 1961 The moviegoer, basato sulla completa alienazione dell’individuo dalla realtà e sulla costruzione di un mondo fittizio. Nel 1975 pubblicò Il messaggio in una bottiglia, raccolta saggistica omnia. Wikipedia.

 

 

 

Sì, siamo diventati una repubblica delle banane, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 24 novembre 2020)

novembre 25, 2020

 

Nov 24, 2020

Yes, we have gone banana,

Paul Krugman

 

zz 898

Today’s column is about the remarkably destructive decision by Steven Mnuchin, Trump’s treasury secretary, to cut off lending programs that helped avert a serious financial crisis last spring and could all too easily be needed again if the coronavirus goes as wild as we fear after Thanksgiving. As I argued, it’s hard to see Mnuchin’s action as anything other than vandalism — trashing the economy, and the nation, on the way out.

The thing is, this sort of irresponsibility is fairly common — in economically and politically backward nations. And maybe that’s what America has become.

As it happens, I’ve spent a lot of time over the years studying and trying to analyze financial crises. Before I began writing for The Times, international finance was one of my specialties. And once upon a time crises were mainly things that happened to other countries, especially less developed countries. (I used to call myself an economic ambulance-chaser, always flying off to Jakarta or Buenos Aires to keep tabs on the latest disaster.)

In fact, in retrospect I began the transition from mainly being a pure academic to doing a lot of policy and political analysis, eventually leading to my gig at The Times, during the Asian financial crisis of the late 1990s. Even then, I worried that we weren’t immune from the kinds of problems then afflicting places like Thailand and Indonesia. I wrote a book in 1999, The Return of Depression Economics, about that risk; it aged well enough that I issued an updated version a decade later, “The Return of Depression Economics and the Crisis of 2008,” reflecting the fact that America had, indeed, suffered the kind of economic crisis we used to identify with the Third World.

What I didn’t see coming was the political side. It’s not just that America has been suffering from Third World-type economic crises. We’ve also been sliding into banana-republic politics, becoming the kind of country in which a president can refuse to acknowledge a clear election defeat — and be backed by most of his party.

The political scientist Brendan Nyhan likes to point to outrages against U.S. democracy and ask, “What would you say if you saw it in another country?” It’s a rhetorical question, of course: Our democracy is very close to failing.

There are three mistakes you shouldn’t make about what’s going on. First, don’t dismiss it because the antics of the Trump team — Four Seasons Total Landscaping, melting Rudy Giuliani — are so ridiculous. Authoritarian rulers are often ludicrous, because their hangers-on won’t tell them how silly they look. When the president of Turkmenistan erected a giant golden statue of himself on horseback, he didn’t become a national laughingstock — because nobody in his nation would have dared to laugh.

Second, don’t make the mistake of thinking that this happened all of a sudden. Republicans have been systematically undermining democracy for years through voter suppression, gerrymandering that gives them control of state legislatures even when they lose the popular vote by large margins, stripping power from governors who happen to be Democrats, and trying to bring criminal charges against their opponents.

Finally, don’t bothsides this. The decay of U.S. democracy isn’t about “politics”; it’s about one party’s turn away from democracy. Today’s G.O.P. is nothing like center-right parties in other advanced nations; it’s more like Fidesz, which has turned Hungary into a one-party state, than it is like, say, Britain’s Tories.

Why is all this happening? The truth is that I don’t fully understand it; neither do the political scientists, although they’re working on it (and I’m trying to follow their work.) But it is happening, and Joe Biden’s inauguration won’t be the end of the story.

 

 

Sì, siamo diventati una repubblica delle banane,

di Paul Krugman

 

L’articolo di oggi è sulla decisione considerevolmente distruttiva di Steven Mnuchin, il Segretario al Tesoro di Trump, di tagliare i programmi sui prestiti che hanno contribuito ad evitare la scorsa primavera una seria crisi finanziaria e potrebbero anche troppo facilmente tornare ad essere necessari se, dopo il Giorno del Ringraziamento, il coronavirus va fuori controllo come si teme. Come ho argomentato, è difficile considerare l’iniziativa di Mnuchin diversamente da un atto di vandalismo – qualcosa che sporca l’economia, e la nazione, nel momento di andarsene.

Il punto è che questa sorta di irresponsabilità è piuttosto comune – nelle nazioni economicamente e politicamente arretrate. E forse questo è quello che l’America è diventata.

Si dà il caso che nel corso degli anni io abbia passato molto tempo a studiare ed a cercare di analizzare le crisi finanziarie. Prima che cominciassi a scrivere per The Times, la finanza internazionale era una delle mie specialità. E un tempo le crisi erano principalmente cose che avvenivano in altri paesi, particolarmente nei paesi meno sviluppati (ero solito definirmi un ricercatore di casi estremi economici [1], sempre vicino a prendere il volo per Jakarta o Buenos Aires per raccogliere schede sull’ultimo disastro).

Di fatto, guardando al passato io avviai la mia transizione dall’essere principalmente un accademico puro al fare molta analisi di programmi e di fatti politici, alla fine indirizzandomi verso il mio incarico a The Times, durante la crisi finanziaria asiatica degli ultimi anni ’90. Anche allora, mi preoccupavo che non fossimo immuni dal genere di problemi che allora affliggevano posti come la Tailandia e l’Indonesia. Nel 1999 scrissi un libro su quel rischio, “Il ritorno dell’economia della depressione”; esso resistette abbastanza bene al tempo al punto che un decennio dopo ne pubblicai una versione aggiornata, “Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008”, che esaminava il fatto che l’America, in effetti, avesse sofferto quel genere di crisi che eravamo soliti identificare con il Terzo Mondo.

Quello di cui non mi accorgevo era l’aspetto politico. Non si trattava soltanto del fatto che l’America venisse soffrendo crisi economiche come quelle del Terzo Mondo. Stavamo anche scivolando in una politica da ‘repubblica delle banane’, diventando il tipo di paese nel quale un Presidente può rifiutarsi di riconosce una chiara sconfitta elettorale – ed essere appoggiato dalla maggioranza del suo partito.

Il politologo Brendan Nyhan ama riferirsi agli scandali contro la democrazia statunitense e chiedersi; “Che cosa direste se vedeste tutto questo in un altro paese?”. Ovviamente è una domanda retorica: la nostra democrazia è davvero vicina a fallire.

Ci sono tre errori che non si dovrebbero fare a proposito di quello che sta succedendo. Il primo, non sottovalutarlo, perché le buffonate della squadra di Trump – la vicenda del Four Seasons Total Landscaping, che ha dissolto Rudy Giuliani [2] –  sono così ridicole. I governanti autoritari sono spesso comici, perché i loro galoppini non dicono loro quanto appaiono sciocchi. Quando il Presidente del Turkmenistan fece erigere una gigantesca statua d’oro che lo ritraeva in sella ad un cavallo, non diventò lo zimbello del paese – perché nessuno in quel paese avrebe osato riderne.

Il secondo, non fare l’errore di pensare che tutto questo sia accaduto all’improvviso. Sono anni che i repubblicani stanno sistematicamente minando l democrazia con la repressione del diritto di voto, la definizione truffaldina dei distretti elettorali che dà loro il controllo delle assemblee statali anche quando perdono nel voto popolare con ampi margini, strappando il potere a Governatori che per combinazione sono democratici e cercando di avanzare accuse criminali contro i loro avversari.

Infine, non fare l’errore di dare la colpa a tutti. La decadenza della democrazia americana non riguarda la “politica”; riguarda un partito che ha voltato le spalle alla democrazia. Il Partito Repubblicano odierno non è niente di simile ai partiti di centrodestra delle nazioni avanzate; assomiglia di più a Fidesz, che ha trasformato l’Ungheria in uno Stato a partito unico, che non, ad esempio, ai Conservatori inglesi.

Perché sta accadendo tutto questo? La verità è che non lo capisco pienamente; non lo capiscono neanche gli scienziati della politica, sebbene ci stiano riflettendo (e io sto cercando di seguire il loro lavoro). Ma è quello che accade, e l’inaugurazione di Joe Biden non sarà la fine del racconto.

 

 

 

 

 

 

[1] “Ambulance-chaser” è un termine abbastanza usato in inglese, ma difficile da rendere in italiano. Di solito si riferisce ad un avvocato che è alla ricerca di clienti inguaiati, dove “ambulance” ha forse il senso di riferirsi a casi appunto estremi, a clienti da raccogliere per strada.

[2] Il 7 novembre scorso Rudy Giuliani, diventato il braccio destro di Trump nel suo rifiuto di accettare il risultato elettorale, ha convocato una conferenza stampa che avrebbe dovuto avere una eco praticamente globale. Ma, mentre credeva di celebrare l’evento in un hotel di lusso della Pennsylvania denominato Four Seasons, alla fine lo ha organizzato in una curiosa ambientazione periferica di una azienda che vende oggetti di giardinaggio, che per disgrazia ha lo stesso nome, tra un sexy shop e un obitorio.  Dell’ambiente ci si può fare una idea  osservando questa comicissima foto:

zzz 55

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da allora, sembra che gli affari della impresa di giardinaggio, e forse delle attività limitrofe, vadano a gonfie vele.

 

 

 

Il tempo, le chance e il coronavirus, di Paul Krugman (dal blog di Krugman/New York Times, 27 ottobre 2020)

ottobre 29, 2020

 

Oct 27, 2020

Time, chance and coronavirus

Paul Krugman

zz 898

Donald Trump is doing a lot of whining these days, much of it about the coronavirus. The media, he complains, keep talking about “Covid, Covid, Covid.” How dare they focus on the deaths of 220,000 Americans instead of pseudo-scandals about Joe Biden’s son?

What is true is that if he loses, especially if he loses bigly — which is what the polls seem to indicate, but who knows? — the pandemic will be the main reason. But I’d say that all this whining is unbecoming in a president, if he weren’t so unpresidential to start with.

First of all, as the bumper stickers don’t quite say, stuff happens. Or as the famous verse from Ecclesiastes (which Trump would know if he were devout, or interested in literature, or actually read anything) more elegantly put it: “I returned, and saw under the sun, that the race is not to the swift, not the battle to the strong, neither yet bread to the wise, nor yet riches to men of understanding, nor yet favor to men of skill; but time and chance happeneth to them all.”

A case in point: When the 2008 financial crisis struck, George W. Bush was president of the United States, Gordon Brown the Prime Minister of Britain. Voters in both countries blamed the party in power; but this translated into a leftward turn in the United States (which is how we got Obamacare) but a rightward turn in Britain.

Second, dealing with crises is, you know, the president’s job. And voters often reward politicians who respond well to adversity. New Zealand’s Jacinda Ardern rode to a huge election victory on the strength of her country’s remarkable success in dealing with the coronavirus. Germany’s Angela Merkel also saw a surge in her approval rating as Germany coped with Covid-19 far better than its neighbors, although we’ll see how that holds up in the face of Germany’s rapid recent rise in cases.

So it’s interesting to speculate what might have happened if Trump had actually tried to do his job. For what it’s worth, the Economist’s election model, which currently gives Trump very little chance, had him slightly ahead in late March, when he briefly seemed to be taking the pandemic seriously.

Finally, the really striking thing about Trump’s tenure isn’t that something bad happened in his fourth year; it is that nothing bad happened earlier.

Trump’s first three years were eventful, at least by pre-Covid standards: there was a ferocious fight over health care, an escalating trade war with China, a scary confrontation with North Korea followed by a weird bromance, and more. But all of this Sturm und Drang was self-generated. Until 2020 Trump led a charmed political life; he never had to face a major shock that wasn’t of his own making.

Then came the virus, and the man who prided himself on being a disrupter found himself disrupted.

Clearly, he doesn’t like that at all, and he keeps trying to change the subject. Unfortunately for him, the coronavirus doesn’t watch Fox News.

 

Il tempo, le chance e il coronavirus,

di Paul Krugman

 

Donald Trump sta lamentandosi molto in questi giorni, soprattitto per il coronavirus. I media, protesta, continuano a parlare di “Covid, Covid, Covid”. Come osano concentrarsi sulle morti di 220.000 americani anziché sugli pseudo scandali del figlio di Joe Biden?

Quello che è vero è che se perde, specialmente se perde in larga misura – che è quello che sembrano indicare i sondaggi, ma chi lo sa? – la pandemia sarà la ragione principale. Ma direi che tutti questi lamenti non si addicono ad un Presidente, se egli non fosse, per dirne una, così non presidenziale.

Prima di tutto gli incidenti esistono, come non dicono abbastanza gli adesivi sui paraurti [1]. Oppure, come si esprime con più eleganza il famoso verso dell’Ecclesiaste (che Trump dovrebbe conoscere se fosse devoto, o interessato alla letteratura, o se in realtà leggesse mai qualcosa): “Io mi son rimesso a considerare che sotto il sole, per correre non basta esser agili, né basta per combattere esser valorosi, né esser savi per aver del pane, né essere intelligenti per aver delle ricchezze, né esser abili per ottener favore; poiché tutti dipendono dal tempo e dalle circostanze.” [2]

Un esempio a tale proposito: quando colpì la crisi finanziaria del 2008, George Bush era Presidente degli Stati Uniti e Gordon Brown Primo Ministro dell’Inghilterra. Gli elettori in entrambi i paesi diedero la colpa al partito al potere: ma questo si tradusse in una volta  sinistra negli Stati Uniti (in quel modo avemmo la riforma sanitaria di Obama) e in una svolta a destra in Inghilterra.

In secondo luogo, il lavoro di un Presidente, come  si sa, è quello di misurarsi con le crisi. E gli elettori spesso premiano i politici che reagiscono bene alle avversità. In Nuova Zelanda Jacinda Ardern ha cavalcato una grande vittoria nelle elezioni sulla base della forza del notevole successo del suo paese nel misurarsi con il coronavirus. Anche in Germania Angela Merkel ha conosciuto una crescita del suo indice di gradimento nel mentre la Germania resisteva molto meglio dei suoi vicini al Covid-19, sebbene resta da vedere come reggerà a fronte del recente aumento dei casi in Germania.

È dunque interessante fare qualche congettura su cosa poteva accadere se Trump avesse effettivamente cercato di fare il suo lavoro. Per quello che può valere, il modello elettorale dell’Economist, che attualmente dà a Trump molte poche possibilità, le vedeva leggermente n testa alla fine di marzo, quando per un breve momento sembrò prendere sul serio la pandemia.

Infine, la cosa davvero impressionante del mandato di Trump non è che sia successo qualcosa di negativo nel suo quarto anno; è che nessun evento negativo era accaduto in precedenza. I primi tre anni di Trump furono movimentati, almeno secondo gli standard precedenti al Covid: ci fu una battaglia feroce sulla assistenza sanitaria, una crescente guerra commerciale con la Cina, uno scontro pauroso con la Corea del Nord seguito da una bizzarra infatuazione, ed altro ancora. Ma tutto questo Sturm und Drang era auto provocato. Sino al 2020 Trump condusse una esistenza politica confortevole, non dovette mai misurarsi con un importante trauma che non fosse provocato da lui stesso.

Poi è arrivato il virus, e l’uomo che andava orgoglioso per essere un distruttore si è ritrovato distrutto.

Chiaramente, ciò non gli fa affatto piacere, e continua a cercare di cambiare il tema. Sfortunatamente per lui il coronavirus non guarda Fox News.

 

 

 

 

 

 

[1] Espressione, ma sembra anche abitudine, americana di mettere sui paraurti adesivi che alludono al fatto che “le cose accadono”, per ammonire gli automobilisti ad essere cauti e ad evitare così i tamponamenti. Ma tamponamenti ce ne sono comunque tanti, cosicché gli americani dicono che gli adesivi non ammoniscono abbastanza.

[2] Traduzione da www.biblestudytools.com, molto più bella di quella che avrei potuto fare io.

 

 

 

 

I deficit non sono una minaccia e non lo sono mai stati, di Paul Krugman (newsletter di Krugman, 20 ottobre 2020)

ottobre 21, 2020

 

Oct 20, 2020

Deficits aren’t a threat, and never were,

Paul Krugman

zz 898

Today’s column was about the case for large-scale deficit spending if we get a Democratic president and Senate. As I said in the column, it was mainly about the economics; the political discussion will come later, maybe Friday, depending on how many outrageous and horrible things happen over the next couple of days. But I thought I could use this newsletter to get a bit ahead of the curve.

So let me tell you what worries me about the prospects for doing the right thing economically.

One possibility is that Trump beats the odds and wins, or at least gets within stealing range. If that happens, however, macroeconomics is going to be the least of our problems.

Another, more likely possibility is that Republicans hold the Senate. In that case the G.O.P. will simply sabotage Biden every way it can. I know that sounds harsh, but does anyone really doubt it?

But even if Democrats take both the White House and the Senate, they’ll face a problem: the Very Serious People will surely reappear.

Who are the VSPs? I think I stole the term from the blogger Atrios, who used it to describe all the influential people who thought it was sensible to support the Iraq War because all the other influential people were supporting it. In economics, the VSPs became critically important — and destructive — in the aftermath of the 2008 financial crisis.

Here’s what happened: When the housing bubble burst, leading not just to a plunge in home building but a slide in private spending across the board, the economy was in desperate need of fiscal support; because the private sector wasn’t willing to spend, it was essential that the public sector pick up the slack. But this meant running budget deficits — and in 2010 or thereabouts it somehow became conventional wisdom that debt and deficits were a huge threat, far more important than mass unemployment.

Where did this conventional wisdom come from? Not from the markets, which showed no concern whatsoever about U.S. solvency. Not from the math, which didn’t suggest any problem with running large deficits for multiple years. Not from history: advanced countries like Britain for much of the 20th century and Japan for much of the 21st so far saw debt exceed 150 percent of GDP without experiencing any kind of crisis.

But going on about debt, talking about the need to make tough choices, sounded serious and hardheaded. It sounded even more serious because all the other serious-sounding people were saying the same thing.

Oh, and obvious phonies like Paul Ryan, who pretended to care about deficits when all they really wanted was to cut social programs and hobble President Obama, were treated with great respect.

As far as I can tell, it’s now almost universally agreed that the result of all this seriousness was a premature withdrawal of government support that greatly slowed economic recovery. But let me tell you, those of us arguing against the deficit obsession in real time felt pretty isolated.

So now we’re in another crisis, and once again we desperately need to maintain government spending despite big deficit numbers. Will we actually do what needs to be done?

It’s a given that Republicans, who ignored deficits under Trump, will proclaim imminent economic doom. Nothing can be done about that.

What’s still unclear is how centrists and the news media will react. Last time around they went all in on deficit panic, lionizing those who spread it. Will they do it again?

To be fair, much of the reporting I’m seeing looks much better than what we went through in 2010-11. On the other hand, I’m still seeing a fair bit of giving credit where it isn’t due, with news reports saying things like “Republicans are concerned about budget deficits.” Dear colleagues in the news media: you don’t know that. You only know that Republicans claim to be concerned about deficits, and there is in fact very good reason to believe that they’re hypocrites whose only goal is to undermine Biden

So, will the elite get serious about the budget deficits we’re likely to see in the months and maybe years ahead? Let’s hope not.

 

 

I deficit non sono una minaccia e non lo sono mai stati,

di Paul Krugman

 

L’articolo di oggi era sul tema di una spesa in deficit su larga scala se avremo un Presidente e un Senato democratici. Come ho detto nell’articolo, riguardava principalmente l’economia; il dibattito politico verrà dopo, forse venerdì,  a seconda di quante cose scandalose accadranno nel corso dei prossimi due giorni. Ma ho pensato che potevo usare questa newsletter per avvantaggiarmi un po’.

Dunque, fatemi dire quello che mi preoccupa per quanto concerne il fare la cosa giusta dal punto di vista economico.

Una possibilità è che Trump ribalti i pronostici e vinca, o almeno ci riesca con un qualche furto. Se ciò accade, tuttavia, la macroeconomia è destinata ad essere l’ultimo dei nostri problemi.

Un’altra, più probabile, possibilità è che i repubblicani mantengano il controllo del Senato. In quel caso, il Partito Repubblicano semplicemente saboterà Biden in tutti i modi possibili. So che può sembrare duro, ma c’è davvero qualcuno che lo dubita?

Ma anche se i democratici conquistano sia la Casa Bianca che il Senato, si troveranno di fronte ad un altro problema: riappariranno le Persone Molto Serie (PMS).

Chi sono le PMS? Penso di aver rubato l’espressione al blogger Atrios, che la usava per descrivere tutte le persone influenti che pensavano avesse senso appoggiare la guerra in Iraq, perché tutte le altre persone influenti lo facevano. In economia le PMS divennero decisamente importanti – e rovinose – all’indomani della crisi finanziaria del 2008.

Ecco quello che accadde: quando scoppiò la bolla immobiliare, portandoci non solo ad un crollo dell’edilizia ma ad una flessione generale delle spese private, l’economia aveva un disperato bisogno di sostegno della finanza pubblica; poiché il settore privato non era disponibile a spendere, era fondamentale che il settore pubblico desse una mano. Ma questo comportava gestire deficit di bilancio – e nel 2010 e dintorni divenne in qualche modo un punto di vista convenzionale che il debito e i deficit fossero una grande minaccia, di gran lunga più importanti della disoccupazione di massa.

Da dove proveniva questa saggezza convenzionale? Non dai mercati, che non mostravano alcuna preoccupazione sulla solvibilità degli Stati Uniti. Non dalla matematica, che non indicava alcun problema nel gestire ampi deficit per vari anni. Neanche dalla storia: paesi avanzati come l’Inghilterra per gran parte del ventesimo secolo e il Giappone per gran parte del ventunesimo avevano sino a quel punto conosciuto un debito superiore al 150 per cento del PIL senza misurarsi con crisi di nessun genere.

Ma andando avanti col debito, parlare della necessità di fare scelte dure sembrava serio e risoluto. Sembrava persino molto più serio perché le altre persone che sembravano serie dicevano le stesse cose.

Inoltre, individui evidentemente fasulli come Paul Ryan, che fingeva di preoccuparsi dei deficit quando tutto quello che in realtà voleva era tagliare i programmi sociali e azzoppare Obama, venivano trattati con grande rispetto.

Per quanto posso dire, oggi è quasi universalmente riconosciuto che tutta questa serietà costituì un ritiro prematuro del sostegno pubblico che rallentò grandemente la ripresa economica. Ma fatemi aggiungere che coloro tra noi che si pronunciarono contro l’ossessione del deficit si sentirono in quattro e quattr’otto abbastanza isolati.

Dunque, adesso siamo in un’altra crisi e ancora una volta abbiamo disperatamente bisogno di mantenere la spesa pubblica nonostante i dati elevati sul deficit. Faremo cosa è necessario fare?

È un fatto che i repubblicani, che hanno ignorato i deficit sotto Trump, proclameranno un’incombente disgrazia per l’economia. Su questo non si può far niente.

Quello che non è ancora chiaro è come reagiranno i centristi e i media dell’informazione. La volta passata finirono tutti nel panico del deficit, con grande considerazione per coloro che lo diffondevano. Lo faranno ancora?

Onestamente, molti dei resoconti che sto leggendo sembrano assai migliori di quelli che imperversarono nel 2010-11. D’altra parte, sto ancora constatando che si sta dando un discreto credito a chi non lo merita, con resoconti che dicono cose come “I repubblicani sono preoccupati per i deficit di bilancio”. Cari colleghi giornalisti: quello non lo sapete. Voi sapete soltanto che i repubblicani sostengono di essere preoccupati dei deficit, e di fatto ci sono molte ragioni per credere che siano degli ipocriti il cui unico obbiettivo è minare Biden.

Dunque, ci accorgeremo nei prossimi mesi ed anni se le classi dirigenti faranno sul serio sui deficit di bilancio? Speriamo di no.

 

 

 

 

Ci sarà un boom con Biden? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 29 settembre 2020)

ottobre 1, 2020

 

Sep 29, 2020

Will there be a Biden boom?

Paul Krugman

zz 898 At the beginning of this year, Wall Street was almost sure that Donald Trump would be re-elected. A Citigroup poll of fund managers found 70 percent believing that Trump would win. As late as April major investors still expected a Trump victory.

At this point, however, the upper hand is on the other foot. As the bumper stickers don’t quite say, stuff happens, and Trump could still pull this off — or simply try to steal the election, say by blocking the counting of mail-in ballots, a possibility that keeps many of us up at night. But Joe Biden is in a far stronger position than Hillary Clinton was at this point; two new polls from Pennsylvania, the most likely tipping point state, both gave Biden a nine point lead, suggesting that a repeat of 2016 — in which Trump lost the popular vote, which he will almost surely do again, but squeaked through to an Electoral College victory with narrow leads in rust belt states — is becoming unlikely.

What changed? The pandemic, obviously. But also, this year it’s pretty clear that it’s not the economy, stupid.

Expectations for a Trump victory were based mainly on the belief that voters would give him credit for job growth during the first three years of his administration. Since then, however, two things have happened. First, the economy has faded as an issue, overshadowed by the pandemic and, to some extent, by Black Lives Matter and the administration’s mailed-fist response. Second, Trump’s advantage on the economy also seems to have faded.

Thus, a recent Washington Post poll found voters almost equally divided on the question of whether Trump or Biden can better handle the economy. A New York Times poll didn’t ask that question, but did ask voters whether Trump is responsible for the coronavirus recession; 53 percent said that he was indeed mainly or somewhat responsible.

But did Trump ever deserve to be considered better on the economy? As many people have pointed out, economic growth during his first three years basically represented a continuation of a trend that began under Barack Obama. Consider this chart showing job growth since 2010. If you didn’t know that there was an election in 2016, you wouldn’t have any reason to think anything changed.

More broadly, a look back suggests that the widespread perception that Republicans are better for the economy has no basis in reality. If anything, it’s the opposite. Here’s the growth rate of real GDP per capita under the last six presidents:

zz 904

 

 

 

 

 

 

 

 

Bureau of Economic Analysis

Basically, the economy did as well under Clinton as it did under Reagan and no better under Trump, even pre-pandemic, than it did under Obama, while both Bushes presided over some serious bad times.

What about looking forward? Recently Moody’s Analytics, a nonpartisan consulting firm, created a bit of a stir with an assessment of the likely macroeconomic effects of the election. It argued that Biden would do substantially better — that if there’s a Democratic sweep, by the end of 2024 real GDP would be 4.5 percent higher and there would be 7.4 million more jobs than if Trump holds on.

What drives these conclusions is Moody’s belief — which I share — that the big problem we’ll face after the coronavirus recedes will be persistent weakness in investment. Trump’s 2017 tax cut was supposed to fuel a business investment boom, but didn’t. Biden, by contrast, is proposing large-scale public investment, which would take up the slack, while Trump’s repeated declarations of “infrastructure week” have become a running joke. And public investment is what we need.

So this election won’t be about the economy. But even if it were, Trump shouldn’t have the advantage.

 

Ci sarà un boom con Biden?

Di Paul Krugman

 

Agli inizi di quest’anno, Wall Street era quasi certa che Donald Trump sarebbe stato rieletto. Un sondaggio di Citigroup tra gestori di fondi scoprì che il 70 per cento credevano che Trump avrebbe vinto. Alla fine di aprile importanti investitori si aspettavano ancora una vittoria di Trump.

A questo punto, tuttavia, il vantaggio si è ribaltato. Come gli adesivi sui paraurti non dicono a sufficienza, le ‘cose accadono [1]’, e Trump potrebbe ancora venirne fuori – oppure sempliceete cercare di rubare le elezioni, ad esempio bloccando il conteggio dei voti per posta, una possibilità che ci tiene svegli di notte. Ma Joe Biden è in una posizione più forte di quella in cui era Hillary Clinton a questo punto; due nuovi sondaggi dalla Pennsylvania, il più probabile Stato indicativo di una svolta, hanno dato entrambi a Biden nove punti di vantaggio, indicando che una ripetizione del 2016 – nella quale Tump perda al voto popolare, come quasi certamente gli accadrà di nuovo, ma vinca per un soffio nel Collegio Elettorale con vantaggi ristretti negli Stati della “cintura della ruggine” [2] – sta diventando improbabile.

Che cosa è cambiato? Certamente, la pandemia. Ma quest’anno è abbastanza chiaro anche che non si tratti dell’economia. [3]

Le aspettative di una vittoria di Trump erano basate principalmente sul convincimento che gli elettori gli avrebbero dato credito per la crescita dei posti di lavoro durante i primi tre anni della sua Amministrazione. Da allora, tuttavia, sono accadute due cose. La prima, l’economia è diventata un tema meno rilevante, messa in ombra dalla pandemia e, in qualche misura, dal Black Lives Matter e dalla risposta col pugno duro della Amministrazione. La seconda, anche il vantaggio di Trump sull’economia sembra sia svanito.

Quindi, un recente sondaggio del Washington Post ha scoperto che gli elettori sono divisi in parti uguali alla domanda se Trump o Biden possano gestire meglio l’economia. Un sondaggio del New York Times non ha posto tale domanda, ma ha chiesto agli elettori se Trump sia responsabile per la recessione del coronavirus; il 53 per cento ha detto che in effetti lui è stato principalmente o in qualche misura responsabile.

Ma Trump meritava di essere considerato migliore sull’economia? Come in molti hanno messo in evidenza, la crescita economica durante i primi tre anni fondamentalmente rappresentava una prosecuzione di una tendenza che era iniziata con Barack Obama. Si consideri questo diagramma che mostra la crescita dei posti di lavoro dal 2010. Se non sapeste che c’erano state le elezioni nel 2016, avreste tutti i motivi per pensare che non era cambiato niente.

Più in generale, un’occhiata al passato mostra che l’impressione generale che i repubblicani siano migliori nell’economia nella realtà non ha alcun fondamento. Semmai, è vero l’opposto. Ecco il tasso di crescita del PIL reale procapite sotto gli ultimi sei Presidenti:

zz 904

 

 

 

 

 

 

 

Ufficio dell’Analisi economica  

Fondamentalmente, l’economia andò altrettanto bene con Clinton che con Reagan, e non andò meglio con Trump, anche nel periodo precedente alla pandemia, di quanto non fosse andata con Obama, mentre entrambi i Bush governarono in periodi davvero negativi.

Che dire del prossimo futuro? Di recente Moody’s Analytics, una società di consulenza indipendente, ha creato un po’ di trambusto con un giudizio sui probabili effetti macroeconomici delle elezioni. Ha sostenuto che Biden avrebbe avuto prestazioni sostanzialmente migliori – che se ci fosse stata una vittoria netta dei democratici, per la fine del 2024 il PIL reale sarebbe stato più elevato del 4,5 per cento e ci sarebbero stati 7,4 milioni di posti di lavoro in più  a confronto di una prosecuzione di Trump.

Quello che conduce alle conclusioni di Moody’ – che io condivido – è che il grande problema che affronteremo dopo un superamento del coronavirus sarà una persistente debolezza negli investimenti. Il taglio delle tasse di Trump nel 2017 si supponeva alimentasse un boom degli investimenti delle imprese, ma non è avvenuto. All’opposto, Biden sta proponendo investimenti pubblici su larga scala, che tenderebbero la corda, mentre Trump ha ripetuto dichiarazioni sulla “settimana delle infrastrutture” che ormai sono un tormentone. E gli investimenti pubblici sono ciò di cui abbiamo bisogno.

Dunque, queste elezioni non saranno sull’economia. Ma anche se lo fossero, Trump non dovrebbe avere il vantaggio

 

 

 

 

 

[1] Credo che non sia solo una espressione idiomatica. Alcune macchine americane hanno davvero adesivi che alludono alla continua possibilità di incidenti (‘cose che accadono’, “stuff happens”), e ciononostante i tamponamenti continuano, quindi gli ammonimenti non sono sufficienti. Ovviamente, la possibilità che accadano vale per tutte le cose sgradevoli, inclusa una vittoria di Trump.

[2] La “Cintura della ruggine” è la grande area che comincia a New York e attraversa il settentrione passando per la Pennsylvania, la Virginia Occidentale, l’Ohio, l’Indiana e la parte più bassa della penisola del Michigan, per finire nella parte settentrionale dell’Illinois, in quella orientale dello Iowa e in quella sud orientale del Wisconsin. Ovvero, l’area che è stata caratterizzata maggiormente dai fenomeni della deindustrializzazione manifatturiera. Tale ‘Cintura’ è ben visibile in questa cartina da Wikipedia, dove le aree con una perdita maggiore di posti di lavoro manifatturieri sono segnate dal color marrone (perdite superiori al 58%) e in rosso (perdite dal 46 al 53%); mentre le aree con maggiori guadagni sono segnate dai colori verde chiaro e verde (i dati sono relativi al periodo dal 1954 al 2002):

zz 613

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[3] Come osservato molte volte, l’aggiunta di “stupidi” deriva da una espressione che in una occasione usò Bill Clinton ed è entrata stabilmente nel gergo politico americano. Sinonimo di ‘ovvio’, che non è sempre necessario tradurre.

 

 

 

 

Thomas Piketty capovolge Marx (“Capitale e ideologia”, di Thomas Piketty). Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 8 marzo 2020)

settembre 17, 2020

 

March 8, 2020

Thomas Piketty Turns Marx on His Head

(CAPITAL AND IDEOLOGY By Thomas Piketty)

By Paul Krugman

zz 898

Seven years ago the French economist Thomas Piketty released “Capital in the Twenty-First Century,” a magnum opus on income inequality. Economists already knew and admired Piketty’s scholarly work, and many — myself included — offered the book high praise. Remarkably, the book also became a huge international best seller.

In retrospect, however, what professionals saw in “Capital” wasn’t the same thing the broader audience saw. Economists already knew about rising income inequality. What excited them was Piketty’s novel hypothesis about the growing importance of disparities in wealth, especially inherited wealth, as opposed to earnings. We are, Piketty suggested, returning to the kind of dynastic, “patrimonial” capitalism that prevailed in the late 19th century.

But for the book-buying public, the big revelation of “Capital” was simply the fact of soaring inequality. This perceived revelation made it a book that people who wanted to be well informed felt they had to have.

To have, but maybe not to read. Like Stephen Hawking’s “A Brief History of Time,” “Capital in the Twenty-First Century” seems to have been an “event” book that many buyers didn’t stick with; an analysis of Kindle highlights suggested that the typical reader got through only around 26 of its 700 pages. Still, Piketty was undaunted.

His new book, “Capital and Ideology,” weighs in at more than 1,000 pages. There is, of course, nothing necessarily wrong with writing a large book to propound important ideas: Charles Darwin’s “On the Origin of Species” was a pretty big book too (although only half as long as Piketty’s latest). The problem is that the length of “Capital and Ideology” seems, at least to me, to reflect in part a lack of focus.

To be fair, the book does advance at least the outline of a grand theory of inequality, which might be described as Marx on his head. In Marxian dogma, a society’s class structure is determined by underlying, impersonal forces, technology and the modes of production that technology dictates. Piketty, however, sees inequality as a social phenomenon, driven by human institutions. Institutional change, in turn, reflects the ideology that dominates society: “Inequality is neither economic nor technological; it is ideological and political.”

But where does ideology come from? At any given moment a society’s ideology may seem immutable, but Piketty argues that history is full of “ruptures” that create “switch points,” when the actions of a few people can cause a lasting change in a society’s trajectory.

To make that case, Piketty provides what amounts to a history of the world viewed through the lens of inequality. The book’s archetypal case study is French society over the past two and a half centuries. But Piketty ranges very far afield, telling us about everything from the composition of modern Swedish corporate boards to the role of Brahmins in the pre-colonial Hindu kingdom of Pudukkottai.

He describes four broad inequality regimes, obviously inspired by French history but, he argues, of more general relevance. First are “ternary” societies divided into functional classes — clergy, nobility and everyone else. Second are “ownership” societies, in which it’s not who you are that matters but what you have legal title to. Then come the social democracies that emerged in the 20th century, which granted considerable power and privilege to workers, ranging from union representation to government-provided social benefits. Finally, there’s the current era of “hypercapitalism,” which is sort of an ownership society on steroids.

Piketty tries to apply this schema to many societies across time and space. His discussion is punctuated by many charts and tables: Using a combination of extrapolation and guesswork to produce quantitative estimates for eras that predate modern data collection is a Piketty trademark, and it’s a technique he applies extensively here, I’d say to very good effect. It is, for example, startling to see evidence that France on the eve of World War I was, if anything, more unequal than it was before the French Revolution.

But while there is a definite Francocentric feel to “Capital and Ideology,” for me, at least, the vast amount of ground it covers raises a couple of awkward questions.

The first is whether Piketty is a reliable guide to such a large territory. His book combines history, sociology, political analysis and economic data for dozens of societies. Is he really enough of a polymath to pull that off?

I was struck, for example, by his extensive discussion of the evolution of slavery and serfdom, which made no mention of the classic work of Evsey Domar of M.I.T., who argued that the more or less simultaneous rise of serfdom in Russia and slavery in the New World were driven by the opening of new land, which made labor scarce and would have led to rising wages in the absence of coercion. This happens to be a topic about which I thought I knew something; how many other topics are missing crucial pieces of the literature?

The second question is whether the accumulation of cases actually strengthens Piketty’s core analysis. It wasn’t clear to me that it does. To be honest, at a certain point I felt a sense of dread each time another society entered the picture; the proliferation of stories began to seem like an endless series of digressions rather than the cumulative construction of an argument.

Eventually, however, Piketty comes down to the meat of the book: his explanation of what caused the recent surge in inequality and what can be done about it.

For Piketty, rising inequality is at root a political phenomenon. The social-democratic framework that made Western societies relatively equal for a couple of generations after World War II, he argues, was dismantled, not out of necessity, but because of the rise of a “neo-proprietarian” ideology. Indeed, this is a view shared by many, though not all, economists. These days, attributing inequality mainly to the ineluctable forces of technology and globalization is out of fashion, and there is much more emphasis on factors like the decline of unions, which has a lot to do with political decisions.

But why did policy take a hard-right turn? Piketty places much of the blame on center-left parties, which, as he notes, increasingly represent highly educated voters. These more and more elitist parties, he argues, lost interest in policies that helped the disadvantaged, and hence forfeited their support. And his clear implication is that social democracy can be revived by refocusing on populist economic policies, and winning back the working class.

Piketty could be right about this, but as far as I can tell, most political scientists would disagree. In the United States, at least, they stress the importance of race and social issues in driving the white working class away from Democrats, and doubt that a renewed focus on equality would bring those voters back. After all, during the Obama years the Affordable Care Act extended health insurance to many disadvantaged voters, while tax rates on top incomes went up substantially. Yet the white working class went heavily for Trump, and stayed Republican in 2018.

Maybe the political science consensus is wrong. What I can say with confidence, though, is that until the final 300 pages “Capital and Ideology” doesn’t do much to make the case for Piketty’s views on modern political economy.

The bottom line: I really wanted to like “Capital and Ideology,” but have to acknowledge that it’s something of a letdown. There are interesting ideas and analyses scattered through the book, but they get lost in the sheer volume of dubiously related material. In the end, I’m not even sure what the book’s message is. That can’t be a good thing.

 

Thomas Piketty capovolge Marx

(Capitale e idoelogia, di Thomas Piketty)

Di Paul Krugman [1]

 

Sette anni fa l’economista francese Thomas Piketty pubblicò “Capitale nel ventunesimo secolo”, una grande opera sull’ineguaglianza dei redditi. Gli economisti già conoscevano ed ammiravano il lavoro di studioso di Piketty, e molti – incluso il sottoscritto – fecero grandi elogi del libro. Significativamente, il libro divenne anche un grande bestseller internazionale.

Retrospettivamente, tuttavia, quello che i cultori della disciplina vedevano nel “Capitale” non era la stessa cosa che ci vedeva il pubblico più ampio. Gli economisti già sapevano della crescente ineguaglianza dei redditi. Quello che li impressionava era la nuova ipotesi di Piketty sulla crescente importanza delle disparità di ricchezza, particolarmente della ricchezza ereditaria, in quanto cosa diversa dai profitti. Piketty suggeriva che stessimo tornando al genere di capitalismo dinastico, “patrimoniale” che era prevalso sulla fine del 19° secolo.

Ma per il pubblico degli acquirenti del libro, la grande rivelazione di “Capitale” fu semplicemente il fatto della ineguaglianza che saliva alle stelle. La rivelazione percepita ne fece un libro che le persone che volevano essere bene informate sentivano di dover avere.

Avere, ma forse non leggere. Come “Una breve storia del tempo” di Stephen Hawking, “Capitale nel ventunesimo secolo” sembra essere stato un libro “evento” al quale non molti acquirenti sono rimasti incollati; una analisi di Kindle highlights indica che il lettore tipico ha superato soltanto circa 26 pagine delle sue 700. Eppure, Piketty è rimasto imperterrito.

Il suo nuovo libro, “Capitale e ideologia”, conta più di 1000 pagine. Ovviamente, non c’è niente di necessariamente sbagliato nello scrivere un ampio libro per proporre idee importanti: anche “L’origine delle specie” di Charles Darwin era un libro abbastanza grande (sebbene lungo solo la metà del Piketty più recente). Il problema è che la lunghezza di “Capitale e ideologia” a me pare rifletta in parte un difetto di concentrazione.

Ad esser giusti, il libro effettivamente promuove almeno i contorni di una grande teoria dell’ineguaglianza, che potrebbe essere descritta come un capovolgimento di Marx. Nel dogma marxiano, una struttura di classe della società è determinata da sottostanti forze impersonali, la tecnologia e i modi di produzione che la tecnologia impone. Tuttavia, Piketty considera l’ineguaglianza come un fenomeno sociale, guidato da istituzioni umane. Il mutamento istituzionale, a sua volta, riflette l’ideologia che domina la società: “L’ineguaglianza non è né economica né tecnologica; è ideologica e politica”.

Ma da dove viene l’ideologia? In ogni data epoca l’ideologia di una società può sembrare immutabile, ma Piketty sostiene che la storia è piena di “rotture” che creano “punti di svolta”, quando le iniziative di poche persone possono provocare un mutamento duraturo nella traiettoria di una società.

Per avanzare quella tesi, Piketty fornisce quella che corrisponde ad una storia del mondo considerata attraverso le lenti dell’ineguaglianza. Il soggetto di studio archetipico del libro è la società francese nel corso di due secoli e mezzo. Ma Piketty spazia sino a molto lontano, dicendoci quasi tutto dalla composizione dei moderni consigli di amministrazione delle società svedesi al ruolo dei bramini nel Regno precoloniale indù di Pudukkottai.

Egli descrive quattro regimi generali di ineguaglianza, ispirati naturalmente alla storia francese ma, sostiene, di rilievo più generale. I primi sono le società “ternarie” divise in classi funzionali . il clero, la nobiltà e tutti gli altri. I secondi sono le società “proprietarie”, nelle quali non conta chi si è ma per cosa si ha un titolo legale. Poi vengono le socialdemocrazie che emersero nel 20° secolo, che garantirono poteri e privilegi considerevoli ai lavoratori, che andarono dalle rappresentanze sindacali ai sussidi sociali forniti dai Governi. Infine, c’è l’epoca attuale dell’ “ipercapitalismo”, che è una sorta di società proprietaria a livelli stratosferici.

Piketty cerca di applicare questo schema a molte società nel tempo e nello spazio. La sua analisi è puntualizzata con molti diagrammi e tabelle: utilizzare una combinazione di estrapolazioni e congetture per produrre stime quantitative di epoche che precedono le moderne raccolte di dati è un tratto distintivo di Piketty, ed è una tecnica che in questo caso egli adopera con ampiezza, si direbbe con ottimi effetti. Ad esempio, è impressionante vedere le prove secondo le quali, all’epoca della Prima Guerra Mondiale, la Francia era, semmai, più ineguale di quello che era stata prima della Rivoluzione Francese.

Ma mentre c’è una chiara ispirazione francocentrica in “Capitale e ideologia”, almeno secondo me, la grande quantità di territorio che essa ricomprende solleva un paio di imbarazzanti domande.

La prima è se Piketty sia una guida affidabile per un territorio così ampio. Il suo libro mette assieme storia, sociologia, analisi politica e dati economici per dozzine di società. È davvero così tanto eclettico per riuscire a fare tutto ciò?

Sono rimasto colpito, ad esempio, dalla sua ampia analisi della evoluzione della schiavitù e della servitù, che non fa alcun riferimento al classico lavoro di Evsey Domar del MIT, che sostenne che la più o meno contemporanea crescita della servitù in Russia e della schiavitù nel Nuovo Mondo furono determinate dalla apertura di nuove terre che resero il lavoro scarso e che, in assenza di coercizione, avrebbero portato a salari crescenti. Si dà il caso che io pensassi che questo fosse un argomento sul quale conoscevo qualcosa; in quanti altri argomenti sfuggono parti fondamentali della letteratura?

La seconda domanda è se questo accumulo di casi rafforzi effettivamente l’analisi centrale di Piketty. Non mi è stato chiaro che sia questo il suo effetto. Ad essere onesto, a un certo punto avevo come una sensazione di paura ogni volta che un’altra società entrava nel quadro: la proliferazione di racconti cominciava ad apparirmi come una storia infinita di digressioni, piuttosto che come una costruzione organica di una tesi.

Alla fine, tuttavia, Piketty viene al nocciolo del libro: la sua spiegazione di cosa abbia provocato la crescita recente delle ineguaglianze e di cosa possa essere fatto al proposito.

Per Piketty l’ineguaglianza crescente è alla radice un fenomeno politico. Il modello socialdemocratico che ha reso le società occidentali relativamente eguali per un paio di generazioni, egli sostiene, è stato smantellato non per necessità, ma a causa della ascesa di una ideologia “neoproprietaria”. In effetti, questo è un punto di vista condiviso da molti economisti, sebbene non da tutti. Di questi tempi, attribuire l’ineguaglianza principalmente alle forze ineluttabili della tecnologia ed alla globalizzazione è fuori moda, e c’è molta più enfasi su fattori quali il declino dei sindacati, che ha molto a che fare con decisioni politiche.

Ma perché la politica ha virato verso la destra estrema? Piketty colloca molta responsabilità sui partiti di centro sinistra che, come osserva, rappresentano sempre di più gli elettori con elevata istruzione. Egli sostiene che questi partiti sempre più elitari hanno perso interesse nelle politiche che aiutavano gli svantaggiati, e di conseguenza hanno rinunciato  sostenerle. E la sua chiara implicazione è che la socialdemocrazia può essere resuscitata se si torna a concentrarsi su politiche economiche populistiche, riguadagnando il consenso della classe lavoratrice.

Può darsi che su questo Piketty abbia ragione, ma per quanto posso comprendere molti politologi non sarebbero d’accordo. Almeno negli Stati Uniti, essi mettono in rilievo l’importanza dei temi razziali e sociali nell’allontanare la classe lavoratrice bianca dai democratici, e dubitano che una rinnovata concentrazione sull’ineguaglianza riporterebbe indietro quegli elettori. Dopo tutto, durante gli anni di Obama la Legge sulla Assistenza Sostenibile estese l’assicurazione sanitaria a molti elettori svantaggiati, mentre le aliquote fiscali sui redditi più elevati crescevano in modo sostanziale. Eppure la classe lavoratrice bianca si schierò in modo consistente con Trump, e nel 2018 votò per i repubblicani.

Forse l’orientamento della scienza sociale è sbagliato. Quello che posso dire con convinzione, tuttavia, è che fino alle 300 pagine finali, “Capitale e ideologia” non fa molto per perorare la causa dei punti di vista di Piketty sulla politica economica moderna.

In conclusione: desideravo davvero che “Capitale e ideologia” mi piacesse, ma devo riconoscere che è un po’ una delusione. Nel libro sono disseminate idee e analisi interessanti, ma si perdono nella dimensione stessa di un materiale di dubbia attinenza. Alla fine, non sono neppure sicuro di quale sia il messaggio del libro. E questa non può essere una cosa positiva.

 

 

 

 

 

 

[1] Pubblico questa traduzione con molto ritardo.  Avevo pensato di aggiungere alcune mie note riassuntive sul libro dell’economista francese,  ma sono appena a pagina 400, sulle quasi 1.200 totali … Ma non sono scoraggiato.

 

 

 

Il PIL e il significato della vita, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 8 settembre 2020)

settembre 9, 2020

 

Sep 8, 2020

GDP and the meaning of the life,

Paul Krugman

zz 898 “I’ve been rich and I’ve been poor,” said Mae West. “Believe me, rich is better.” Words of wisdom. But getting richer doesn’t necessarily improve your life as much as you’d expect, and what goes for individuals goes double for societies.

Today’s column was about what’s happening now, with the economy partially recovering from the coronavirus recession but the lives of millions getting sharply worse. Blame for the extreme current disconnect rests squarely with Donald Trump and his party, who have yanked away the safety net that helped many people cope with bad times. But in fairness, this kind of disconnect isn’t new; it has been an increasingly glaring feature of American society for decades.

By the usual measures, the U.S. economy is highly successful. We have the highest GDP per capita of any major nation. Before the coronavirus hit, we had low unemployment. Our tech companies alone are worth more than the entire European stock market. We clearly have the means to live la dolce vita.

But do we actually manage to live good lives? Some of us do. Overall, though, America seems to get much less satisfaction out of its wealth than one might have expected.

People who make this point often compare us to the Nordic countries, which are success stories by any standard. For today’s newsletter, however, I thought it might be worth comparing us to a country that is widely regarded — indeed, in some respects really is — a failure: Italy.

A few weeks ago our own Roger Cohen wrote about Italy’s remarkable cohesiveness in the face of the coronavirus: after a terrible start, the famously fractious nation pulled itself together, and has done a vastly better job of containing the pandemic than we have. (Soon after writing that column, Roger himself was diagnosed with Covid-19: let’s all wish him the best.)

The thing is, among those who study international economics, Italy is best known as a cautionary tale of economic failure. For reasons that are endlessly debated, it somehow seems to have missed out on the information technology revolution. Its economy has stagnated for decades. Incredibly, Italy’s real GDP per capita on the eve of the pandemic was lower than it had been in 2000, even as the same measure rose 25 percent in the U.S.:

zz 902

 

 

 

 

 

 

 

 

Italy’s stagnation.World Bank

But there’s more to life than money. To take just one crude example, one thing you surely have to do in order to live a good life is, well, not die. And that’s one area in which Italians have been outperforming Americans by an ever-widening margin. In the mid-1980s, the two nations had roughly the same life expectancy. These days Italians can expect to live around 4 ½ years longer:

zz 903

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Life is better when you aren’t dead OECD

OK, I don’t want to speculate on the hidden strengths of Italian society. But the weaknesses of American society, despite our national wealth, are obvious: Extreme inequality, including racial inequality on a scale whites can find hard to comprehend. A weak social safety net, including a unique failure among advanced countries to guarantee universal health care. Terrible work-life balance, with far less vacation and family time than a wealthy nation should have.

And a personal, informal observation: Trump is an extreme case, but we are a nation obsessed with the notion of winners and losers. The nature of my various careers has brought me into contact with a number of extremely successful people, in various walks in life, and what always strikes me is how insecure many of them are, because there’s always another money manager who makes even more billions or another professor who’s won even more prizes.

Imagine what this kind of competitive mentality does to people who aren’t objectively successful, who — usually through no fault of their own — have been stranded by economic or social change.

Of course, I’m far from the first person to make observations like this. Still, maybe this strange, ugly time in America will help teach us some lessons about building a better society once the pandemic is over.

 

Il PIL e il significato della vita,

di Paul Krugman

 

“Sono stata ricca e sono stata povera”, disse Mae West [1]. “Credetemi, ricchi è meglio”. Parole di buon senso. Ma diventare più ricchi non migliora necessariamente la vostra vita quanto vi aspettereste, e quello che vale per gli individui vale il doppio per le società.

L’articolo di oggi era su quello che sta accadendo adesso, con l’economia in parziale ripresa dalla recessione del coronavirus ma con la vita di milioni di persone che sta bruscamente peggiorando. La colpa della attuale estrema disconnessione spetta precisamente a Donald Trump e al suo partito, che hanno tolto la rete di sicurezza che aveva aiutato molte persone a misurarsi con questo brutto periodo. Ma in tutta onestà questa disconnessione non è nuova; da decenni essa è stata una caratteristica sempre più lampante della società americana.

Secondo i consueti criteri, l’economia americana ha un elevato successo. Abbiamo il più elevato PIL procapite di ogni importante nazione. Prima che arrivasse il colpo del coronavirus, avevamo una disoccupazione bassa. Le nostre società tecnologiche da sole valgono più dell’intero mercato azionario europeo. Chiaramente abbiamo i mezzi per vivere “la dolce vita”.

Ma davvero riusciamo a vivere buone esistenze? Alcuni di noi ci riescono. Tuttavia, nel complesso, l’America sembra trarre molta meno soddisfazione dalla sua ricchezza di quanto ci si poteva aspettare.

Le persone che avanzano questo argomento spesso ci confrontano con i paesi nordici, che sono da ogni punto di vista storie di successo. Per la newsletter di oggi, tuttavia, ho pensato che poteva essere il caso di confrontarci con un paese che è generalmente considerato – e, in effetti, per alcuni aspetti è effettivamente – un insuccesso: l’Italia.

Poche settimane orsono il nostro Roger Cohen scriveva sul considerevole spirito di collaborazione dell’Italia a fronte del coronavirus: dopo una partenza terribile, la nazione notoriamente ribelle ha ritrovato la propria coesione ed ha fatto un lavoro considerevolmente migliore nel contenimento della pandemia di quello che abbiamo fatto noi (subito dopo aver scritto quell’articolo, allo stesso Roger è stato diagnosticato il Covid-19; auguriamogli tutti il meglio).

La questione è che, tra coloro che studiano l’economia internazionale, l’Italia è soprattutto nota come un monito dell’insuccesso economico. Per ragioni che vengono continuamente dibattute, sembra che essa si sia lasciata sfuggire la rivoluzione della tecnologia dell’informazione. La sua economia ha ristagnato per decenni. Incredibilmente, il PIL procapite dell’Italia negli anni della pandemia era più basso di quello che era stato nel 2000, anche quando lo stesso dato era cresciuto del 25 per cento negli Stati Uniti:

zz 902

 

 

 

 

 

 

 

 

La stagnazione dell’Italia. Banca Mondiale.

 Ma nella vita c’è altro oltre ai soldi. Per fare soltanto un esempio molto semplice, una cosa che sicuramente dovete fare per vivere una buona vita è, vivaddio, non morire. E questa è un’area nella quale gli italiani hanno prestazioni assai migliori degli americani, con un margine che è sempre più ampio. Alla metà degli anni ’80, le due nazioni avevano la stessa aspettativa di vita. Di questi tempi gli italiani possono aspettarsi di vivere 4 anni e mezzo più a lungo:

zz 903

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La vita è migliore quando non si muore. OCSE

 Ebbene, non ho adesso l’intenzione di fare congetture sui nascosti punti di forza della società italiana. Ma le debolezze della società americana, nonostante la nostra ricchezza nazionale, sono evidenti: l’ineguaglianza estrema, compresa una ineguaglianza razziale che i bianchi possono trovare difficile da comprendere. Una rete della sicurezza sociale debole, compresa l’incapacità a garantire l’assistenza sanitaria universalistica, caso unico tra i paesi avanzati. Un equilibrio tra lavoro e vita terribile, con molte meno vacanze e tempo per la famiglia di quello che una nazione ricca dovrebbe avere.

Inoltre, una informale osservazione personale: Trump è un caso estremo, ma noi siamo una nazione ossessionata dall’idea dei vincenti e dei perdenti. La natura delle mie varie carriere mi ha portato a contatto con un certo numero di persone estremamente di successo, in vari passaggi della vita, e quello che mi ha sempre colpito è quanto molti di loro siano insicuri, perché ci sono sempre altri manager finanziari che fanno persino più miliardi o altri professori che hanno avuto persino più riconoscimenti.

Si immagini che cosa questo genere di mentalità competitiva provoca a persone che, obiettivamente, non hanno successo, che – di solito senza portarne alcuna personale responsabilità – sono state bloccate dal cambiamento economico o sociale.

Ovviamente, non sono certo la prima persona che fa osservazioni di questo genere. Eppure, forse questo strano e inquietante periodo in America contribuirà a insegnarci qualche lezione su come costruire una società migliore una volta che la pandemia sarà passata.

 

 

 

 

 

 

[1] Mae West, nata Mary Jean West (New York17 agosto 1893 – Los Angeles22 novembre 1980), è stata un’attrice statunitense e, prima ancora, una star del musical: è stata inoltre il primo vero e proprio sex symbol del cinema. Dotata di un piccante senso dell’ironia … raggiunse il successo cinematografico dopo aver compiuto i 40 anni; fu maestra del doppiosenso, scandalizzando l’America perbenista e puritana del suo tempo. Wikipedia

 

 

 

 

Stiamo entrando in un territorio ben segnalato, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 11 agosto 2020)

agosto 13, 2020

Aug 11, 2020

We are entering well-charted territory,

di Paul Krugman

 zz 898I guess we all have our vices, although maybe not on a Jerry Falwell level. Anyway, one of mine is an aversion to clichés. Back in the day, when I served on a committee evaluating student research proposals, I (jokingly) suggested automatic rejection of any student declaring themselves “passionate” about whatever the topic was. These days I groan whenever someone declares that “we’re in uncharted territory.”

OK, I’m being unfair. In a lot of ways we are indeed in uncharted territory. I’ve never before been this afraid of a stolen election. And even in economics, the coronavirus slump in the first half of 2020 was truly something new under the sun.

But right now, at least as far as economics goes, we are in fact entering very well-charted territory. What seems all too likely to happen to the U.S. economy over the next few months is all too familiar to those of us who studied the aftermath of the 2008 financial crisis. We actually have a very good road map telling us which policies are likely to be helpful and which will do great damage.

Unfortunately, both Senate Republicans and the Trump White House seem determined to ignore that map.

Until now, 2020 has been a tale of two economies. One sector — call it the C-sector either for coronavirus or contagion, take your pick — suffered terribly. The other — call it K for Keynesian — suffered far less damage. Here’s a picture showing changes in employment in the main sectors that suffered from lockdown, and in everything else:

 zz 900

 

 

 

 

 

 

 

 

Two pandemic economiesBureau of Labor Statistics

 

One great worry among economists was that the C-sector crisis would spill over to the economy at large. After all, millions of workers were going without wages, thousands of businesses had no customers. Wouldn’t they be forced to cut spending across the board, creating a generalized depression?

So far, however, we have avoided that fate. But we weren’t lucky; we (or at least Nancy Pelosi and her allies) were smart. By providing generous aid to those temporarily put out of work by the pandemic, they not only alleviated suffering, they sustained spending and protected the broader economy.

But now the aid has gone away, with no sign of a workable replacement. What this means is that the U.S. economy as a whole is about to look something like the way it did in 2009-2010, when a housing bust produced a broad-based slump. And we know a lot about policy in that kind of economy!

First, the Federal Reserve can’t save us. In both recent crises the Fed was very aggressive about printing money and buying assets, and in so doing helped limit the damage. But once interest rates are close to zero, the Fed is “pushing on a string” and can’t engineer a recovery.

Second, government spending can save us. Economists surveyed by the University of Chicago overwhelmingly agreed that the Obama stimulus helped reduce unemployment; it’s just too bad that it wasn’t bigger.

Third, in a depressed economy deficits aren’t a problem. Remember all those predictions that government borrowing would lead to soaring inflation and interest rates? It never happened.

Finally, austerity policies — slashing government spending over phantom debt fears — are disastrous, greatly deepening the slump.

So we are, as I said, currently in very well-charted territory. We know what is likely to help and what will make things worse.

But you can probably guess the punchline: Donald Trump seems determined to take advice from people who got everything wrong during the last crisis and learned nothing from the experience. We have a very good road map to guide us, but we’re being led by people dead set on driving us into a ditch.

 

Stiamo entrando in un territorio ben segnalato,

di Paul Krugman

 

Suppongo che abbiamo tutti i nostri vizi, seppure non al livello di Jerry Falwell [1]. In ogni modo, uno dei miei è la avversione ai clichés. Tempo fa, quando operavo in un comitato di valutazione delle proposte di ricerca degli studenti, suggerii (per scherzo) di respingere automaticamente ogni studente che si dichiarava “appassionato”, di qualsiasi tematica si trattasse. In questi giorni mugugno tutte le volte che qualcuno dichiara che “siamo in un territorio ignoto”.

Va bene, sto diventando ingiusto. In una gran quantità di modi siamo in effetti in un territorio ignoto. Prima d’ora non ho mai avuto il timore che le elezioni potessero essere rubate. E persino nell’economia, la recessione del coronavirus nella prima metà del 2020 è stata davvero qualcosa di nuovo sotto il sole.

Ma un questo momento, almeno per certi aspetti dell’economia, stiamo di fatto entrando in un territorio ben segnalato. Quello che pare anche troppo probabile che accada all’economia degli Stati Uniti nei prossimi mesi è del tutto familiare a quelli di noi che hanno studiato le conseguenze della crisi finanziaria del 2008. Effettivamente abbiamo una buona tabella di mercia che ci dice quali politiche è probabile che siano utili e quali faranno un gran danno.

Sfortunatamente, sia i repubblicani del Senato che la Casa Bianca di Trump sembrano determinati a ignorare tale tabella.

Sino a ora, il 2020 è stato un racconto di due economie. Un settore – chiamiamolo settore C in riferimento sia al coronavirus che al contagio, scegliete voi – ha sofferto terribilmente. L’altro – chiamiamolo K intendendo ‘keynesiano’ – ha sofferto un danno molto minore. Qua sotto un diagramma che mostra i cambiamenti nell’occupazione nei principali settori che hanno principalmente sofferto per i blocchi, e in tutti gli altri:

zz 900

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le due economie pandemiche. Ufficio delle Statistiche del Lavoro.

 

Una grande preoccupazione tra gli economisti era che la crisi del settore C potesse estendersi all’economia intera. Dopo tutto, milioni di lavoratori stavano procedendo senza salari, migliaia di imprese non avevano clienti. Non sarebbero stati costretti a tagliare le spese a tutto campo, determinando una depressione generalizzata?

Sinora, tuttavia, abbiamo evitato questa sorte. Non perché siamo stati fortunati; siamo stati intelligenti (o almeno lo è stata Nancy Pelosi e i suoi collaboratori). Fornendo un aiuto generoso a coloro che temporaneamente sono stati allontanati dal lavoro dalla pandemia, non hanno solo attenuato le sofferenze, hanno sostenuto la spesa e protetto l’economia più ampia.

Ma adesso l’aiuto è uscito di scena, senza alcun segno di una sostituzione funzionante. Quello che questo significa è che l’economia degli Stati Uniti nel suo complesso assomiglia alle condizioni in cui si trovava nel 2009-2010, quando lo scoppio di una bolla immobiliare produsse una recessione di ampie dimensioni. E noi sappiamo molto della politica in una economia di quel genere!

Prima di tutto, la Federal Reserve non può venirci a soccorrere. In entrambe le crisi recenti, la Federal Reserve è stata molto aggressiva nello stampare moneta e nel comprare asset, e facendo così ha contribuito a limitare il danno. Ma una volta che i tassi di interesse sono prossimi allo zero, la Fed è come stesse “spingendo una corda” [2] e non può rendere possibile una ripresa.

Il secondo luogo, la spesa pubblica può salvarci. Gli economisti che parteciparono ad un sondaggio da parte dell’Università di Chicago convennero a grande maggioranza che lo stimolo di Obama aveva contribuito a ridurre la disoccupazione; l’unica cosa negativa fu che esso non ea stato maggiore.

In terzo luogo, in una economia depressa i deficit non sono un problema. Vi ricordate tutte quelle previsioni secondo le quali l’indebitamento del Governo avrebbe portato alle stelle l’inflazione e i tassi di interesse? Non accadde mai.

Infine, le politiche dell’austerità – tagliare la spesa pubblica per i timori di un debito fantasma – sono disastrose, aggravando grandemente la recessione.

Dunque, come ho detto, siamo in un territorio davvero ben segnalato. Sappiamo cosa è probabile sia d’aiuto e cosa renderà le cose peggiori.

Probabilmente potete immaginare la battuta finale: Donald Trump sembra determinato a prendere consigli da persone che durante l’ultima crisi compresero tutto in modo sbagliato e non impararono niente dall’esperienza Abbiamo un’ottima mappa che ci indirizza, ma siamo guidati da individui determinati a portarci in un fosso.

 

 

 

 

 

[1] Jerry Falwell è stato un pastore protestante americano, costantemente schierato con i repubblicani, in particolare importante sostenitore di Ronald Reagan. In nome dei sue idee religiose, combattè contro l’interruzione della gravidanza, il diritti degli omosessuali e il femminismo. Famosa una sua dichiarazione secondo la quale “I fatti dell’11 settembre 2001 sono una punizione che Dio ha dato agli USA per punire l’omosessualità dilagante nel paese”.

[2] È una espressione leggermente cervellotica, che sta a significare che una corda si può tirare, ma non spingere. Pare che venisse coniata da Keynes negli anni ’30, ma non è sicuro. Di sicuro venne usata da un Presidente della Fed in una audizione al Congresso negli stessi anni.

 

 

 

 

La leggenda dei disoccupati pigri. Quello che Keynes sapeva e che i politici non sanno. Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 4 agosto 2020)

agosto 8, 2020

 

Aug 4, 2020

The legend of the lazy unemployed.  What Keynes knew but politicians don’t.

Paul Krugman

zz 898

“Anyone who is willing to work and is serious about it will certainly find a job. Only you must not go to the man who tells you this, for he has no job to offer and doesn’t know anyone who knows of a vacancy. This is exactly the reason he gives you such generous advice, out of brotherly love, and to demonstrate how little he knows the world.”

So begins B. Traven’s 1927 adventure novel “The Treasure of the Sierra Madre,” the basis for the classic John Huston movie. Traven, it turns out, knew more about economics than any member of the modern G.O.P. caucus — a group whose members believe that cutting unemployment benefits and thus forcing people to seek jobs at all cost will somehow conjure more jobs into existence.

Today’s column was about the failure of Senate Republicans and the Trump administration to come up with any meaningful plan to deal with the expiration of special pandemic aid to the unemployed. Much recent economic research has investigated how much effect this aid had on incentives of workers to seek jobs, with the apparent answer being not much. As I argued, however, this question is largely irrelevant: no matter how hard workers look, they can’t take jobs that aren’t there.

But there is an objection one might raise: the number of jobs on offer isn’t a fixed quantity. You could imagine that desperate workers would be willing to accept wage cuts, and that reduced wages might induce employers to expand their workforces. This isn’t an argument politicians are likely to make openly — “Vote for Trump! He’ll slash your wages!” But might it have some validity?

Well, no. And John Maynard Keynes explained why. (Incidentally, I don’t recommend reading Keynes in the original. His “General Theory” is an extraordinary intellectual feat, unutterably brilliant, but very, very dense.)

What Keynes pointed out was that while an individual worker may indeed be able to get a job by accepting a wage cut — because they underbid rivals for the job, or make it possible for the employer to underprice competitors — the story is very different if everyone takes a wage cut. Nobody gains a competitive advantage, so where are the job gains supposed to come from?

It’s true that when an economy is suffering from persistent inflation, generous benefits can feed a wage-price spiral even when unemployment is high; this may have been a factor in the “Eurosclerosis” that afflicted some European countries in the 1980s. But this isn’t relevant to America in 2020.

Indeed, if anything, benefit cuts that force workers to compete over scarce jobs can hurt employment, by causing deflation that worsens the burden of debt — a phenomenon my colleague and co-author Gauti Eggertsson calls the “paradox of toil.”

Wait, there’s more. The Covid-19 recession, brought on by the necessary lockdown of high-contact economic activities, has been terrible. But it could have been much worse. Tens of millions of workers lost their jobs and their regular wage income — and the job-losers were disproportionately low-wage workers with little in the way of financial resources to fall back on. So absent government aid they would have been forced to slash spending, leading to a whole second round of job losses across the economy.

Unemployment benefits, however, sustained many workers’ incomes, averting this second-round depression. So “paying people not to work,” as right-wingers like to describe it, actually saved millions of jobs.

In short, things could have been much worse. And sure enough, it seems that they are indeed about to get much worse.

 

 

 

La leggenda dei disoccupati pigri. Quello che Keynes sapeva e che i politici non sanno.

Di Paul Krugman

 

“Chiunque sta cercando di lavorare e lo fa seriamente, di sicuro troverà un posto di lavoro. Soltanto non dovete andare dall’uomo che ve ne parla, perché lui non ha nessun posto di lavoro da offrire e non conosce nessuno che sappia di un posto disponibile. Questa è esattamente la ragione per la quale vi dà tali consigli generosi, per amore fraterno, e per dimostrare quanto poco conosca il mondo”.

Comincia così il racconto di avventura del 1927 di B. Traven “Il tesoro della Sierra Madre”, la base del classico film di John Huston. Si scopre che Traven conosceva meglio l’economia di qualsiasi membro dell’odierno raggruppamento elettorale del Partito Repubblicano – un gruppo i cui componenti credono che tagliare i sussidi di disoccupazione e quindi costringere le persone a cercare posti di lavoro qualsiasi essi siano, in qualche modo creerà per magia posti di lavoro.

L’articolo di oggi riguardava l’incapacità dei repubblicani del Senato e dell’Amministrazione Trump a venir fuori con qualche programma significativo per misurarsi con la scadenza dell’aiuto nella pandemia ai disoccupati. Molte ricerche recenti hanno indagato su quanto effetto questo aiuto avesse sugli incentivi dei lavoratori a cercare posti di lavoro, e la risposta che ne è risultata è: non molto. Come ho sostenuto, tuttavia, la questione è ampiamente irrilevante: non conta con quanto impegno i lavoratori cercano, non possono prendere posti di lavoro che non ci sono.

Ma c’è un’obiezione che qualcuno potrebbe sollevare: il numero dei posti di lavoro in offerta non è una quantità stabilita. Si potrebbe immaginare che lavoratori disperati siano disponibili ad accettare tagli ai salari, e che i salari ridotti possano indurre i datori di lavoro ad espandere i loro organici. Non è certo probabile che gli uomini politici avanzino questo argomento apertamente: “Votate per Trump! Lui vi taglierà i salari!” Ma potrebbe avere una qualche validità?

Ebbene, no. E John Maynard Keynes aveva spiegato perché (per inciso, io non consiglio di leggere Keynes nell’originale. La sua “Teoria Generale” è una straordinaria impresa intellettuale, indicibilmente acuta, ma molto, molto oscura).

Quello che Keynes mise in evidenza fu che mentre un lavoratore singolo può in effetti essere capace di ottenere un posto di lavoro accettando tagli al salario – perché essi riducono la concorrenza dei rivali per il posto di lavoro, o rendono possibile al datore di lavoro di vendere sottocosto rispetto ai competitori – il racconto è molto diverso se tutti accettano tagli ai salari. Se nessuno si aggiudica un vantaggio competitivo, da dove vengono i supposti aumenti dei posti di lavoro?

È vero che quando un’economia sta soffrendo di una inflazione persistente, sussidi generosi possono alimentare una spirale prezzi-salari anche quando la disoccupazione è elevata; questo può essere stato un fattore nella “euro sclerosi” che afflisse i paesi europei negli anni ’80. Ma non è significativo nell’America del 2020.

Infatti, il taglio dei sussidi che costringe i lavoratori a competere per scarsi posti di lavoro può piuttosto danneggiare l’occupazione, provocando la deflazione che peggiora il peso del debito – un fenomeno che il mio collega e coautore Gauti Eggertsson chiama “il paradosso del lavoro duro”. Ma c’è altro. La recessione del Covid-19, provocata dal necessario blocco delle attività economiche con elevati contatti, è stata terribile. Ma avrebbe potuto essere molto peggiore. Decine di milioni di lavoratori hanno perso i loro posti di lavoro ed i loro regolari redditi di lavoro – e coloro che perdevano il posto di lavoro erano sproporzionatamente lavoratori con bassi salari e con poche risorse finanziarie disponibili sulle quali fare affidamento. Dunque, in assenza di un aiuto del Governo avrebbero dovuto tagliare le spese, portando ad vera e propria seconda serie di perdite di posti di lavoro in tutta l’economia.

I sussidi di disoccupazione hanno, però, sostenuto molti redditi dei lavoratori, evitando questa seconda serie di depressione. Dunque “pagare la gente per non lavorare”, come alle persone della destra piace definirla, in effetti ha salvato molti posti di lavoro.

In breve, le cose avrebbero potuto essere molto peggiori. E infatti, come previsto, sembra che costoro siano intenzionati a renderle molto peggiori.

 

 

 

 

 

 

 

Gli zombi stanno perseguitando i disoccupati d’America, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 28 luglio 2020)

luglio 29, 2020

 

July 28, 2020

Zombies are stalking America’s unemployed,

Paul Krugman

zz 898

The Social Security Act of 1935, which established the retirement system that to this day provides half of American seniors with a majority of their income, was originally called the “Economic Security Bill.” That’s because at the time the retirement program was widely seen as less important than the establishment of a national system (run through the states) of unemployment insurance.

Unemployment insurance was, however, deeply controversial; it faced bitter opposition from conservatives who claimed that it would discourage workers from seeking jobs. This was absurd given the circumstances. We were, after all, in the middle of the Great Depression, and there weren’t any jobs. But I guess we can cut the 1930s opponents of unemployment benefits some slack, since modern macroeconomics didn’t yet exist and there was still widespread confusion about what caused depressions.

There was no comparable excuse when virulent opposition to unemployment benefits reappeared in 2009-2010. There was no mystery about the causes of the Great Recession and the reason so many Americans had lost their jobs: it was all about a financial crisis brought on by financial overreach. It certainly wasn’t about lack of motivation on the part of the unemployed: in early 2010 there were 15 million unemployed workers chasing fewer than 3 million job openings.

Yet much of the Republican Party went on the attack against the expanded unemployment benefits the Obama administration had put in place to cushion the blow of the crisis. For example, Senator Jon Kyl of Arizona declared that unemployment insurance “doesn’t create new jobs. In fact, if anything, continuing to pay people unemployment compensation is a disincentive for them to seek new work.” Actually, unemployment compensation was creating jobs, by putting money in the hands of people likely to spend it, sustaining overall demand. But conservatives couldn’t see it.

For the notion that unemployment happens because we make life too easy for the unemployed is a zombie idea — an idea that persists no matter how many times evidence should have killed it; it just keeps shambling along, eating politicians’ brains.

And now here we are, in another crisis. This time the cause was the coronavirus, which forced much of the economy into lockdown, pushing tens of millions of workers into unemployment. Desperate times — but not as desperate as one might have imagined, largely thanks to a big expansion of unemployment benefits under the CARES Act, passed in late March. A key provision added $600 a week to standard unemployment benefits.

Too many workers had a hard time accessing these benefits, largely because state unemployment offices were overwhelmed. Even so, there was much less misery than a depression-level unemployment rate would have generated without those benefits. Aid to workers also helped contain the slump, by sustaining consumer spending.

But the expanded benefits expire this week, even though the virus-induced depression is still very much with us. Unless Congress acts, almost all unemployed workers have already seen their last check.

And Congress is unlikely to act, because Senate Republicans’ brains have been eaten by the unemployment zombie. Worrying that aid to the unemployed will make them lazy seems absurd when there are more than 30 million unemployed workers receiving benefits and only 5 million job openings. Unemployment benefits also didn’t stop 7 million workers from accepting jobs during the aborted economic takeoff of May and June, an attempted recovery cut short by the resurgence of Covid-19.

But zombie ideas never die. Republicans apparently think that they’re being generous by “only” proposing to cut supplemental benefits by two-thirds, from $600 a week to $200. In fact, that’s so cruel and inadequate that it’s hard to see how Democrats could go along.

So we’re entering a new phase of the Covid-19 crisis, this time brought on by blinkered economic ideology. And it fits the pattern. Every time you look at the havoc wrought by the pandemic and think “Well, things could be worse,” America’s right takes action to ensure that things do, in fact, get worse.

 

 

Gli zombi stanno perseguitando i disoccupati d’America,

di Paul Krugman

 

La Legge sulla Sicurezza Sociale del 1935, che diede vita al sistema di pensionamento che sino ad oggi assegna alla metà degli americani anziani la maggior parte del loro reddito, venne all’origine chiamata “Proposta di legge sulla Sicurezza economica”. Questo perché a quel tempo il programma di pensionamento era generalmente considerato come meno importante della realizzazione di un sistema nazionale (gestito dagli Stati) di assicurazione di disoccupazione.

L’assicurazione di disoccupazione fu, tuttavia, profondamente controversa; essa fronteggiò l’aspra opposizione dei conservatori che sostenevano che avrebbe scoraggiato i lavoratori dal cercare posti di lavoro. Date le circostanze, questo era assurdo. Eravamo, dopo tutto, nel mezzo della Grande Depressione, e posti di lavoro non ce n’era. Ma penso che si possa non essere troppo severi con gli avversari dei sussidi di disoccupazione degli anni ’30, dal momento che la moderna macroeconomia non esisteva ancora e c’era ancora una confusione generale su quello che provocava le depressioni.

Non c’era alcuna paragonabile scusante quando, nel 2009-2010, riapparve una virulenta opposizione ai sussidi di disoccupazione. Non c’era alcun mistero sulle cause della Grande Recessione e sulla ragione per la quale tanti americani avevano perso i loro posti di lavoro: era tutto dipeso da una crisi finanziaria provocata da eccessi nel sistema finanziario. Certamente non dipese da mancanza di motivazione da parte dei disoccupati: agli inizi del 2010 c’erano 15 milioni di lavoratori disoccupati a caccia di meno di 3 milioni di posti di lavoro disponibili.

Tuttavia buona parte del Partito Repubblicano andò all’attacco contro i sussidi di disoccupazione prorogati che l’Amministrazione Obama aveva messo in atto per attenuare i colpi della crisi. Ad esempio, il Senatore Jon Kyl dell’Arizona dichiarò che l’assicurazione di disoccupazione “non crea nuovi posti di lavoro. Di fatto, continuare a pagare alle persone compensi di disoccupazione è semmai un disincentivo al cercare nuovo lavoro”. In realtà, i sussidi di disoccupazione stavano creando posti di lavoro, dando soldi a persone che era probabile li spendessero e sostenendo la domanda complessiva. Ma i conservatori non potevano vederlo.

Perché l’idea che la disoccupazione esista in conseguenza del fatto che rendiamo la vita troppo facile è un’idea zombi – che persiste a prescindere la quante volte le prove avrebbero dovuto ammazzarla; essa continua a circolare precisamente con una cadenza dinoccolata, mangiandosi i cervelli degli uomini politici.

E ora siamo a questo punto, in un’altra crisi. Questa volta la causa è stato il coronavirus, che ha costretto gran parte dell’economia al blocco, spingendo decine di milioni di lavoratori nella disoccupazione. Tempi disperati – ma non così disperati come ci si poteva immaginare, in gran parte grazie ad una grande espansione dei sussidi di disoccupazione a seguito della Legge CARES, approvata alla fine di marzo. Una disposizione fondamentale ha aggiunto ai tradizionali sussidi di disoccupazione 600 dollari a settimana.

Troppi lavoratori hanno avuto difficoltà nell’accedere a questi sussidi, in gran parte perché gli uffici della disoccupazione degli Stati erano sovraccarichi. Anche così, c’è stata molta meno miseria di quella che un tasso di disoccupazione al livello di una depressione avrebbe generato senza quei sussidi. Aiutare i lavoratori ha anche contribuito a contenere la recessione, sostenendo la spesa per i consumi.

Ma i sussidi potenziati scadono questa settimana, anche se la depressione provocata dal virus è ancora in gran parte in mezzo a noi. Se il Congresso non legifera, quasi tutti i lavoratori disoccupati avranno già visto il loro ultimo assegno.

Ed è improbabile che il Congresso legiferi, perché i cervelli dei repubblicani del Senato sono stati mangiati dallo zombi della disoccupazione. Preoccuparsi che l’aiuto ai disoccupati li renda pigri sembra assurdo quando ci sono più di 30 milioni di lavoratori disoccupati che ricevono sussidi a fronte di soli 5 milioni di posti di lavoro disponibili. I sussidi di disoccupazione non hanno neanche impedito a 7 milioni di lavoratori di accettare posti di lavoro durante l’abortito scambio economico di maggio e giugno, un tentativo di ripresa tagliato sul nascere dalla ripresa del Covid-19.

Ma le idee zombi non muoiono mai. Sembra che i repubblicani pensino di essere generosi proponendo “soltanto” di tagliere di due terzi i sussidi aggiuntivi, da 600 a 200 dollari alla settimana. Di fatto, ciò è talmente crudele e inadeguato che non si riesce a vedere come i democratici potrebbero acconsentire.

Dunque, stiamo entrando in una nuova fase della crisi del Covid-19, questa volta provocata da una ottusa ideologia economica. E questo si adatta al modello. Ogni volta che si guarda allo scompiglio provocato dalla pandemia e si pensa “Bene, le cose potrebbero essere peggiori”, la destra americana assume una iniziativa per garantire che le cose, precisamente, diventino peggiori.

 

 

 

 

 

I fanciulli che gridavano “non c’è il lupo”, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, newsletter del 25 giugno 2020)

giugno 24, 2020

 

June 23, 2020

The boys who cried “no wolf”,

Paul Krugman

zz 516

Look, I can understand why Donald Trump and his minions turned a blind eye to the coronavirus back in February. There were already good reasons to believe that a serious pandemic was on its way, and minimizing the risk was deeply irresponsible. But at the time there was at least a possibility that things wouldn’t be too bad, and from a cynical point of view it made some sense for an administration that wanted to tout a growing economy to engage in happy talk rather than deal with the problem.

But that was four months and 120,000 dead Americans ago. What’s the point of keeping up the pretense?

I mean, what was the purpose of having Vice President Mike Pence put his name to an Op-Ed article declaring that there won’t be a second wave of infections? Nobody in their right mind imagines that Pence is an objective source of epidemiological information. And Larry Kudlow, the administration’s top economist, may have negative credibility: if he says something, it’s almost surely wrong. Why have him, of all people, assure the nation that a second wave isn’t coming?

Actual epidemiologists don’t think that the rising number of new cases is just an artifact of more testing. Two months ago, estimates of Rt, the number of people infected by each already-infected person, were below 1 for most states, meaning that the pandemic appeared to be fading away. But now they’re well above 1 for much of the country. Rt in Florida, for example, has gone from 0.81 in mid-April to 1.39 now.

Even Republican governors who were gung-ho for rapid reopening are sounding very worried. I wouldn’t have expected Texas governor Greg Abbott, who rushed to reopen the state and overruled local governments that wanted to be more cautious, to be sounding the alarm and urging people to wear face masks. But grim data and surging hospitalizations have clearly shocked him.

In any case, what good does virus denial do at this point, even in terms of cynical politics? If the pandemic really does fade away — which looks increasingly unlikely, but still — it will help Trump’s re-election prospects whatever Pence and Kudlow may say. But if it gets worse, they’ve further hurt the administration’s deeply damaged credibility.

My best guess about the logic behind the administration’s coronavirus strategy is that there is no logic. That is, there isn’t anyone sitting in the White House facing the realities of the situation and thinking about how to game them. Instead, they’re just running around in a panic.

The thing is, Covid-19 isn’t the kind of enemy Trump and company wanted to fight. It’s not a politician you can demonize and give silly nicknames; it’s not an ethnic minority about whom you can fearmonger and which you can beat up (not that that strategy is going well, either). It’s a real problem that demands real solutions, which is something the man in the White House and his associates don’t know how to do.

So they’re still pretending that everything is fine. Unfortunately, the virus isn’t listening.

 

 

I fanciulli che gridavano “non c’è il lupo”,

di Paul Krugman

 

Vedete, io posso capire perché Donald Trump e i suoi leccapiedi, nel passato febbraio, chiusero un occhio sul coronavirus. C’erano già buone ragioni per credere che fosse in arrivo una grave pandemia, e minimizzare il rischio era profondamente irresponsabile. Ma in quel momento c’era almeno una possibilità che le cose non fossero troppo negative, e da un punto di vista cinico ciò aveva un qualche senso per una amministrazione che voleva fare propaganda su un’economia in crescita, dandosi da fare con chiacchiere imbonitrici piuttosto che misurandosi con il problema.

Ma questo accadeva quattro mesi  e 120.000 americani morti fa. Che logica c’è nel proseguire con quella pretesa?

Voglio dire, quale è stato lo scopo per cui il Vicepresidente Mike Pence ha firmato un articolo di commento dichiarando che non ci sarebbe stata una seconda ondata di infezioni? Nessuno con un po’ di buon senso si immagina che Pence sia una fonte obbiettiva di informazioni epidemiologiche. E Larry Kudlow, il principale economista della Amministrazione, può risultare non credibile: se dice qualcosa, ha quasi certamente torto. Perché affidare a lui, tra tutte le persone, l’assicurazione che una seconda ondata non sarebbe in arrivo?

Gli epidemiologi veri non pensano che il numero crescente di nuovi casi sia solo una conseguenza di più tamponi. Due mesi fa le stime del Rt, il numero di persone infettate per ciascuna persona già infetta, era nella maggioranza degli Stati inferiore a 1, il che significava che la pandemia stava affievolendosi. Ma ora siamo ben sopra 1 in gran parte del paese. Lo Rt in Florida, ad esempio, è passato da 0,81 a metà aprile a 1,39 oggi.

Persino i governatori repubblicani che erano eccessivamente zelanti per una rapida riapertura sembrano molto preoccupati. Non mi sarei aspettato che il Governatore del Texas Greg Abbott, che si era precipitato a riaprire lo Stato e a rovesciare le opinioni dei governi locali che volevano essere più cauti, suonasse l’allarme e spingesse le persone ad indossare le mascherine. Ma chiaramente i pessimi dati e le crescenti ospedalizzazioni l’hanno impressionato.

In ogni caso, quale vantaggio comporta la negazione del virus a questo punto, persino nei termini di una politica cinica? Se la pandemia realmente svanisse – il che comunque sembra sempre meno probabile – ciò aiuterà le prospettive di rielezione di Trump qualsiasi cosa Pence e Kudlow possano dire. Ma se le cose peggiorano, essi avranno ulteriormente dato un colpo alla credibilità già danneggiata della Amministrazione.

Ma la migliore congettura sulla logica che sta dietro la strategia della Amministrazione sul coronavirus è che non c’è alcuna logica. Ovvero, non c’è nessuno alla Casa Bianca che stia affrontando la situazione reale e pensando a come misurarsi con essa. Stanno invece girandoci attorno in una situazione di panico.

Il punto è che il Covid-19 non è il genere di nemico che Trump e compagnia volevano combattere. Non è un politico che si possa demonizzare dandogli sciocchi nomignoli; non è una minoranza etnica sulla quale potete seminare paure e che potete aggredire (non che stia andando bene neanche quella strategia). È un problema reale che chiede soluzioni reali, ovvero qualcosa che l’uomo alla Casa Bianca ed i suoi associati non sanno come fare.

Dunque stanno ancora fingendo che tutto vada nel migliore dei modi. Sfortunatamente, il virus non li ascolta.

 

 

 

 

L’America fallisce il ‘test dei dolcetti’, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 9 giugno 2020)

giugno 18, 2020

 

June 9, 2020

America Fails the Marshmallow Test

By Paul Krugman

zz 516

The marshmallow test is a famous psychological experiment that tests children’s willingness to delay gratification. Children are offered a marshmallow, but told that they can have a second marshmallow if they’re willing to wait 15 minutes before eating the first one. Claims that children with the willpower to hold out do much better in life haven’t held up well, but the experiment is still a useful metaphor for many choices in life, both by individuals and by larger groups.

One way to think about the Covid-19 pandemic is that it poses a kind of marshmallow test for society.

At this point, there have been enough international success stories in dealing with the coronavirus to leave us with a clear sense of what beating the pandemic takes. First, you have to impose strict social distancing long enough to reduce the number of infected people to a small fraction of the population. Then you have to implement a regime of testing, tracing and isolating: quickly identifying any new outbreak, finding everyone exposed and quarantining them until the danger is past.

This strategy is workable. South Korea has done it. New Zealand has done it.

But you have to be strict and you have to be patient, staying the course until the pandemic is over, not giving in to the temptation to return to normal life while the virus is still widespread. So it is, as I said, a kind of marshmallow test.

And America is failing that test.

New U.S. cases and deaths have declined since early April, but that’s almost entirely because the greater New York area, after a horrific outbreak, has achieved huge progress. In many parts of the country — including our most populous states, California, Texas, and Florida — the disease is still spreading. Overall, new cases are plateauing and may be starting to rise. Yet state governments are moving to reopen anyway.

This is a very different story from what’s happening in other advanced countries, even hard-hit nations like Italy and Spain, where new cases have fallen dramatically. It now looks likely that by late summer we’ll be the only major wealthy nation where large numbers of people are still dying from Covid-19.

Why are we failing the test? It’s easy to blame Donald Trump, a man-child who would surely gobble down that first marshmallow, then try to steal marshmallows from other kids. But America’s impatience, its unwillingness to do what it takes to deal with a threat that can’t be beaten with threats of violence, runs much deeper than one man.

It doesn’t help that Republicans are ideologically opposed to government safety-net programs, which are what make the economic consequences of social distancing tolerable; as I explain in my recent column, they seem determined to let crucial emergency relief expire far too soon. Nor does it help that even low-cost measures to limit the spread of Covid-19, above all wearing face masks (which mainly protect other people), have been caught up in our culture wars.

America in 2020, it seems, is too disunited, with too many people in the grip of ideology and partisanship, to deal effectively with a pandemic. We have the knowledge, we have the resources, but we don’t have the will.

 

L’America fallisce il ‘test dei dolcetti’,

di Paul Krugman

 

Il ‘test dei dolcetti’ [1] è un famoso esperimento psicologico con il quale si mette alla prova la volontà dei bambini di rinviare una gratificazione. Ai bambini vengono offerti degli zuccherini, ma viene loro detto che possono averne una seconda dose se sono disponibili ad aspettare 15 minuti prima di mangiare la prima. La tesi che i bambini con la forza di volontà per restare in attesa facciano meglio nella vita non ha retto granché, ma l’esperimento è ancora una metafora utile per molte scelte, sia da parte dei singoli che di gruppi più ampi.

Un modo di riflettere sulla pandemia del Covid-19 è che essa costituisca una specie di test dei dolcetti per la società.

A questo punto, ci sono state abbastanza storie di successo internazionali nel misurarsi con il coronavirus da fornirci una chiara sensazione di quello che occorre per sconfiggere la pandemia. In primo luogo, si deve imporre un rigoroso distanziamento sociale per il tempo necessario a ridurre il numero delle persone infette ad una piccola frazione della popolazione. Poi si deve mettere in atto un regime di analisi, di tracciamenti e di isolamenti: identificare rapidamente ogni nuovo caso, trovando tutti coloro che sono stati esposti e mettendoli in quarantena finché il pericolo non sia passato.

Questa strategia funziona. L’ha fatto la Corea del Sud. L’ha fatto la Nuova Zelanda.

Ma si deve essere rigorosi e si deve essere pazienti, stando alle regole finché la pandemia non è passata, non cedendo alla tentazione di tornare alla vita normale mentre il virus è ancora diffuso. Dunque, come ho detto, è una specie di test dei dolcetti.

E l’America non sta superando quel test.

I nuovi casi e le morti negli Stati Uniti sono calati dall’inizio di aprile, ma questo è quasi interamente dipeso dal fatto che l’area metropolitana di New York, dopo una terribile ondata, ha realizzato un grande progresso. In molte parti del paese – inclusi i nostri Stati più popolosi, la California, il Texas e la Florida [2] – la malattia si sta ancora diffondendo. Complessivamente, i nuovi casi si stanno stabilizzando e possono cominciare a risalire. Tuttavia i Governi degli Stati si stanno muovendo per riaprire comunque.

Si tratta di una storia molto diversa da quanto sta accadendo in altri paesi avanzati, persino in nazioni colpite duramente come l’Italia e la Spagna, dove i nuovi casi sono caduti in modo spettacolare. Adesso sembra probabile che per la tarda estate saremo la sola importante nazione ricca nella quale grandi numeri di persone staranno ancora morendo per il Covid-19.

Perchè stiamo fallendo la prova? Dar la colpa a Donald Trump è facile, un bambinone che di sicuro inghiottirebbe la prima dose di dolcetti per poi cecare di rubarli ad altri ragazzi. Ma l’impazienza dell’America, la sua indisponibilità a fare quello che serve per misurarsi con un pericolo che non può essere sconfitto con le minacce di violenza, scorre molto più in profondità di un singolo uomo.

Non aiuta che i repubblicani si siano opposti ideologicamente ai programmi pubblici delle reti di sicurezza, che sono ciò che rende tollerabili le conseguenze del distanziamento sociale; come spiego nel mio recente articolo, essi sembrano determinati a fare in modo che fondamentali aiuti per l’emergenza si interrompano di gran lunga troppo rapidamente. Neanche aiuta che persino le misure a basso costo per limitare la diffusione del Covid-19, soprattutto l’indossare le mascherine (che principalmente proteggono le altre persone), siano state catturate nelle nostre guerre culturali.

L’America del 2020, a quanto sembra, è troppo disunita, con troppe persone nella presa dell’ideologia e della faziosità, per misurarsi efficacemente con una pandemia.

Abbiamo la conoscenza, abbiamo le risorse, ma non abbiamo la volontà.

 

 

 

 

 

[1]marshmallow (termine inglese; in italiano toffolette o cotone dolce) sono dei cilindretti di zucchero, forma evoluta di un dolce ricavato in origine dalla pianta Althaea officinalis e consumati principalmente negli Stati Uniti. Sono di solito di colore bianco e morbidi al tatto. (Wikipedia)

zzz 8

 

 

 

 

 

 

[2] Sul sito Twitter di Krugman è apparso in questi giorni un interessante diagramma (che purtroppo per misteriose ‘ragioni di sicurezza’ non mi è consentito di copiare), aggiornato al 16 giugno, che può aiutare a capire la situazione della pandemia negli Stati Uniti. Nel nordest – che include l’area di New York – c’è stato un contenimento abbastanza efficace; nell’area centrosettentrionale (Midwest) un contenimento meno efficace; nel Sud l’epidemia è in crescita e nell’occidente – inclusa la California – è anche in crescita.

Nell’area nordorientale si è passati da 317 persone positive per milione a circa 50; nell’area centrosettentrionale da 104 persone per milione a circa 65; nell’area meridionale si è adesso ad un picco di 90 persone per milione, con una tendenza di crescita quasi esponenziale; nell’area occidentale si è in netta crescita, con un punta attuale di 76 persone per milione. Si considerino i dati sulle popolazioni complessive: 56 milioni nel nordest, 65 milioni nell’area centrosettentrionale, 128 milioni nel sud e 76 milioni nell’area occidentale.

Per completezza, queste sono le quattro aree in questione sulla carta geografica:

Area nord orientale (Connecticut, Maine, Massachusets, New Hampshire, Rhode Island, Vermont, New Jersey, New York, Pennsylvania):

zzz 13

 

 

 

 

 

 

 

 

Area centrosettentrionale (Indiana, Iowa, Michigan, Minnesota, Missouri, Ohio, Wisconsin, Dakota del Nord, Dakota del Sud, Kansas, Nebraska):

zzz 12

 

 

 

 

 

 

 

 

Area meridionale (Alabama, Arkansas, Daleware, Distretto di Columbia, Florida,  Georgia, Kentucky, Lousiana, Maryland, Mississipi, Corolina del Nord, Oklahoma, Carolina del Sud, Tennessee, Texas, Virginia, Virginia Occidentale).

zzz 11

 

 

 

 

 

 

 

 

Area occidentale (Alaska, Arizona, California, Colorado, Hawaii, Idaho, Montana, Nevada, Nuovo Messico, Oregon, Utah, Washington, Wyoming):

zzz 10

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’eredità del nostro peccato originale, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 2 giugno 2020)

giugno 8, 2020

 

June 2, 2020

The legacy of our original sin,

di Paul Krugman

zz 516

These are times of grief for those of us who love America and its promise; I know people who have been spontaneously breaking into tears, and the rest of us are walking around in a kind of stupor.

Every day, it seems, brings another indicator of our decline: the can-do nation has become a land that can’t deal with a pandemic, the leader of the free world has become a destroyer of international institutions, the birthplace of modern democracy is ruled by would-be authoritarians. How can everything be going so wrong, so fast?

Well, we know the answer. As Joe Biden put it, “the original sin of slavery stains our country today.”

Non-American friends sometimes ask me why the world’s richest major nation doesn’t have universal health care. The answer is race: we almost got universal coverage in 1947, but segregationists blocked it out of fear that it would lead to integrated hospitals (which Medicare actually did do in the 1960s.) Most of the states that have refused to expand Medicaid coverage under the Affordable Care Act, even though the federal government would bear the great bulk of the cost, are former slave states.

The Italian-American economist Alberto Alesina suddenly died on March 23; among his best work was a joint paper that examined the reasons America doesn’t have a European-style welfare state. The answer, documented at length, was racial division: in America, too many of us think of the beneficiaries of support as Those People, not like us.

Now, America is actually a far less racist society than it used to be. In 1969 only 17 percent of white Americans approved of black-white marriage. Even during Ronald Reagan’s first term that number was only up to 38 percent. As of 2013 it was 84 percent. (As it happens, my wife is African-American.)

But as George Floyd could tell you, if he were still alive, racism is far from gone. And while Americans are increasingly tolerant as individuals, racial tensions continue to be exacerbated by cynical politicians, who exploit white racism to sell policies that actually hurt workers, whatever their skin color.

And racial antagonism is, of course, what made it possible for Donald Trump to become president. It’s hard to imagine someone less suited for the job, intellectually and morally. But he’s a very good hater, who has conjured up many demons — there are far more anti-Semitic insults and threats in my inbox than ever before. And his appeal to prejudice has given him a devoted base.

So now we’re at a moment of crisis, when all the good things America stands for are endangered by the poisonous legacy of our original sin. Will we make it through? Honestly, I’m not at all sure that we will.

 

L’eredità del nostro peccato originale,

di Paul Krugman

 

Sono tempi di amarezza per coloro tra di noi che amano l’America e la sua promessa; conosco persone che sono improvvisamente scoppiate in lacrime, mentre tutti noi gli giravamo attorno in una sorta di stupore.

Sembra che ogni giorno indichi un altro segno del nostro declino; la nazione dove tutto è possibile è diventata un terra che non riesce a fare i conti con una pandemia, quella che era alla testa del mondo libero è diventata la distruttrice delle istituzioni internazionali, il luogo di nascita della democrazia moderna è governato da aspiranti autoritari. Come è possibile che tutto stia andando così in malora, così rapidamente?

Ebbene, sappiamo qual’è la risposta. Come si è espresso Joe Biden: “oggi, il peccato originale della schiavitù macchia il nostro paese”.

Amici non americani talvolta mi chiedono perché la prima tra le nazioni più ricche al mondo non abbia una assistenza sanitaria universalistica. La risposta è il razzismo: avevamo una assicurazione quasi universalistica nel 1947, ma i segregazionisti la bloccarono per la paura che avrebbe portato ad ospedali senza segregazione (il che effettivamente venne realizzato da Medicare negli anni ’60). La maggioranza degli Stati che si sono rifiutati di ampliare la copertura di Medicaid con la Legge sulla Assistenza Sostenibile, anche se il Governo Federale avrebbe sopportato la grande maggioranza dei costi, sono gli Stati schiavisti del passato.

L’economista italo-americano Alberto Alesina è morto all’improvviso il 23 marzo; tra i suoi migliori lavori c’era un saggio scritto con altri che esaminava le ragioni per le quali l’America non ha uno stato sociale del genere di quelli europei. La risposta, documentata al dettaglio, era la divisione razziale: troppi americani pensano ai beneficiari dell’aiuto pubblico come a “Quella Gente”, non a persone come noi.

Ora, l’America è effettivamente una società molto meno razzista di come era un tempo. Nel 1969 soltanto il 17 per cento degli americani bianchi approvava i matrimoni tra bianchi e neri. Ancora durante il primo mandato di Ronald Reagan quel numero era salito soltanto al 38 per cento. Nel 2013 era l’84 per cento (si dà il caso che mia moglie sia afro-americana).

Ma come vi potrebbe raccontare George Floyd se fosse ancora vivo, il razzismo è lungi dall’essere sparito. E mentre gli americani sono sempre più tolleranti come individui, le tensioni razziali continuano ad essere esacerbate da politici cinici, che sfruttano il razzismo bianco per rivendere politiche che in realtà colpiscono tutti i lavoratori, a prescindere dal colore della loro pelle.

E ovviamente è l’antagonismo razziale che ha reso possibile che Donald Trump diventasse Presidente. È difficile immaginare qualcuno meno adatto, intellettualmente e moralmente, per una tale carica. Ma funziona assai bene come persona capace di odio, che ha evocato molti demoni – nella mia posta ci sono molti più insulti e minacce antisemite che mai in precedenza. E il suo appello ai pregiudizi gli ha garantito una base di persone devote.

Adesso siamo in un momento di crisi, nel quale tutte le cose buone che l’America difendeva sono messe in pericolo dall’eredità velenosa del nostro peccato originale. Supereremo questo momento? Onestamente, non sono affatto sicuro che ce la faremo.

 

 

 

 

 

« Pagina precedentePagina successiva »

Archivio