Apr 21, 11:12 am
I’m a little late to this, but there’s lately been some buzz about the unearthing of Tom Sargent’s 2007 graduation speech, in which he briefly laid out 12 principles of economics. For the most part the speech is getting favorable attention. So let me be a spoilsport. It’s not so much that what Sargent said is wrong, although some of his principles are by no means universally agreed upon, even in normal times. What’s so striking about Sargent’s points is that it’s hard to think of a worse time to cite them. And the people citing that old speech clearly have ulterior motives.
So, about the not so time-dependent points: Sargent declared as a principle, “There are tradeoffs between equality and efficiency.” Well, every economist would agree that Cuban-type equality is bad for efficiency. But would reducing our current level of inequality reduce efficiency? That’s far from clear: there are a number of reasons to believe that high levels of inequality have adverse effects on economic growth – and evidence to that effect is coming not from fringe leftists but from places like the IMF.
The main point, however, is that Sargent’s principles aren’t actually immutable truths; they’re statements about a fairly efficient market economy not too far from full employment. Even leaving general issues of market failure aside, they seem remarkably off-point in an economy still suffering from high unemployment and excess desired savings (as evidenced by the fact that interest rates are at the zero lower bound).
So when Sargent reminds us that communities face trade-offs, that’s much less clear at a time when the community is not at all like an individual – in which there are substantial amounts of unemployed resources, and putting those resources to work would be pure gain, not a tradeoff. And then he tells us this:
When a government spends, its citizens eventually pay, either today or tomorrow, either through explicit taxes or implicit ones like inflation.
There are very good reasons to believe that this is just wrong under current conditions. There’s overwhelming evidence that in an economy against the zero lower bound government spending has a large, positive multiplier, so the goods the government buys don’t come at the expense of other consumption or investment; and there’s a reasonable argument to the effect that even in purely fiscal terms spending more than pays for itself.
Now, when Sargent gave that speech – before the financial crisis – he could reasonably have imagined that conditions under which his eternal truths weren’t true would be rare. But at this point we’ve been against the zero lower bound for more than five years, and we’re talking seriously about the possibility that depression-like conditions are the new normal.
So why the sudden attention to Sargent’s 2007 speech? I think it’s fairly obvious: it’s essentially stealth anti-Keynesian propaganda, cloaked in the form of a widely respected and liked economist uttering what sound like eternal truths. But they aren’t, and the real goal here is to undermine the case for fighting unemployment in the here and now. There are virtues to that 2007 talk, but right now is no time for 2007 Sargent.
Non sono tempi per Sargent
Arrivo un po’ in ritardo su questo tema, ma c’è stato di recente un certo scalpore sul discorso pronunciato da Tom Sargent [1] per la cerimonia di laurea del 2007, nel quale egli indicò brevemente 12 principi dell’economia. Il discorso sta ottenendo una generale attenzione positiva. Fatemi dunque fare il guastafeste. Non si tratta tanto del fatto che quello che disse Sargent fosse sbagliato, sebbene sui suoi principi non ci sia affatto un consenso universale, anche in tempi normali. Quello che fa impressione nei punti di Sargent è che è difficile pensare ad un momento peggiore per citarli. E le persone che citano quel vecchio discorso chiaramente devono avere altri motivi.
Dunque, a proposito di quei punti non così in sintonia con i tempi: Sargent ha dichiarato come un principio “Ci sono compromessi tra eguaglianza ed efficienza”. Ebbene, ogni economista converrebbe che una eguaglianza di tipo cubano è negativa per l’efficienza. Ma ridurre il nostro attuale livello di ineguaglianza ridurrebbe l’efficienza? Questo è tutt’altro che chiaro: ci sono varie ragioni per credere che alti livelli di ineguaglianza abbiano effetti negativi sulla crescita economica – e le prove di tali effetti non provengono da frange della sinistra, ma da luoghi come il Fondo Monetario Internazionale.
Il punto principale, tuttavia, è che i principi di Sargent in effetti non sono verità immutabili; essi sono affermazioni relative ad una economia di mercato discretamente efficiente e non troppo lontana dalla piena occupazione. Persino lasciando da parte i temi generali delle carenze del mercato, essi sembrano considerevolmente fuori luogo in un’economia che ancora soffre di elevata disoccupazione e di un eccesso di risparmi attesi (come evidenziato dal fatto che i tassi di interesse sono al limite inferiore dello zero).
Dunque, quando Sargent ci ricorda che le comunità si trovano dinanzi a compromessi, questo è molto meno chiaro in un’epoca nella quale la comunità non è affatto simile ad un individuo – nella quale ci sono quantità importanti di risorse non occupate, e mettere in funzione tali risorse sarebbe solo un vantaggio, non un compromesso. Egli, inoltre, ci ricorda questo:
“Quando un Governo spende, i suoi cittadini alla fine pagano, oggi o domani, sia attraverso tasse vere e proprie che attraverso tasse implicite come l’inflazione.”
Nella attuali condizioni, ci sono buone ragioni per ritenere che questo sia proprio sbagliato. Ci sono prove schiaccianti che in un’economia costretta al limite inferiore dello zero [2] la spesa pubblica abbia un ampio moltiplicatore [3] positivo, cosicché i beni che il governo acquista non vanno a svantaggio di altri consumi o investimenti; e c’è un argomento ragionevole per il quale il risultato, persino nei termini della pura finanza pubblica, sia che una spesa maggiore si ripaghi da sola.
Ora, quando Sargent pronunciò quel discorso – prima della crisi finanziaria – egli poteva ragionevolmente immaginare che condizioni per le quali le sue verità eterne non fossero più vere, sarebbero state rare. Ma a questo punto sono più di cinque anni che siamo di fronte al limite inferiore dello zero, e stiamo seriamente riflettendo sulla possibilità che quelle condizioni di quasi depressione siano la nuova normalità.
Perché, dunque, questa improvvisa attenzione al discorso di Sargent del 2007? Penso sia abbastanza evidente: si tratta sostanzialmente di mascherata propaganda antikeynesiana, nascosta nella forma di un economista generalmente rispettato ed ammirato, che afferma quelle che appaiono come verità eterne. Ma non lo sono, ed il vero obbiettivo in questo caso è quello di mettere in crisi la tesi del combattere la disoccupazione, qua e subito. In quel discorso del 2007 ci sono verità, ma questi non sono tempi per il Sargent del 2007.
[1] Thomas John Sargent (Pasadena (California), 19 luglio 1943) è un economista statunitense, insignito del Premio Nobel per l’economia nel 2011 assieme a Christopher A. Sims, “per le loro ricerche empiriche su cause ed effetti in macroeconomia” (Wikipedia).
I 12 principi di cui si parla sono di recente stati ricordati da Mark J. Perry sul blog dell’ American Enterprise Institute.
[2] Nei tassi di interesse.
[3] Per il concetto di “multiplier” vedi le note sulla traduzione.
aprile 21, 2014
Apr 21, 8:29 am
A recent paper (pdf) by Martin Gilens and Benjamin Page is getting a lot of attention, and deservedly so. Gilens and Page look at a number of issues over the past 30+ years where polling data let us identify public policy preferences, which can be compared with elite and interest-group preferences. And what they find is that politicians don’t seem to care very much about what the public thinks: when elite preferences and popular preferences are different, the elite almost always wins.
This is an important insight — and it gains special force these days, when the elite’s views not only favor the elite versus the rest (duh) but have also been systematically wrong, on issues from invading Iraq to giving deficits a higher priority than jobs.
But there is a danger here of going too far, and imagining that electoral politics is irrelevant. Why bother getting involved in campaigns, when the oligarchy rules whichever party is in power?
So it’s worth pointing out it does make a difference. Yes, Democrats pay a lot of attention to plutocrats, and even make a point of inviting Patrimonial Capitalism: The Next Generation to White House galas (I would have missed that, even though it’s in my own paper, but for Kathleen Geier. Thanks!). But it’s quite wrong to say that the parties’ behavior in office is the same. As Floyd Norris points out, Obama has in fact significantly raised taxes on very high incomes, largely through special surcharges included in the Affordable Care Act; and what the Act does with the extra revenue is expand Medicaid and provide subsidies on the exchanges, both means-tested programs whose beneficiaries tend to be mainly lower-income adults. The net effect will be significant losses for the super-elite — not crippling losses, to be sure, and hardly anything that will affect their elite status — and major gains to tens of millions of less fortunate Americans.
If you’re waiting for a revolution, or even a new New Deal, this may seem disappointing. But it matters a lot all the same.
Classe, oligarchia e i limiti del cinismo
Uno studio recente (disponibile in pdf) di Martin Gilens e Benjamin Page sta ricevendo molta attenzione, e meritatamente. Gilens e Page osservano un certo numero di temi nel corso dei trenta e più anni passati, per i quali i dati dei sondaggi ci permettono di identificare le preferenze nel governo della cosa pubblica, che possano essere confrontate con le preferenze delle élites e dei gruppi di interesse. E quello che scoprono è che gli uomini politici non sembrano curarsi molto di quello che pensa l’opinione pubblica: quando le preferenze delle élites e quelle della gente comune sono diverse, quasi sempre i primi l’hanno vinta.
E’ una intuizione importante – ed acquista una forza particolare di questi tempi, quando i punti di vista della élite non solo favoriscono l’élite contro tutti gli altri (questa non è una scoperta), ma sono anche sistematicamente dalla parte del torto, su temi come l’invasione dell’Iraq e il dare ai deficit una priorità superiore rispetto ai posti di lavoro.
Ma c’è il pericolo di andare troppo oltre, e di immaginare che la politica elettorale sia irrilevante. Perché preoccuparsi delle campagne elettorali, quando l’oligarchia comanda, qualsiasi partito sia al potere?
Merita dunque mettere in evidenza quello che fa la differenza. Sì, i democratici prestano molte attenzioni ai plutocrati e considerano persino importante invitare la nuova generazione del “capitalismo patrimoniale” alle cerimonia di gala alla Casa Bianca [1] (non fosse stato per Kathleen Geier, mi sarei persa la notizia, pur essendo sul mio quotidiano. Grazie!). Ma è piuttosto difficile affermare che il comportamento dei due partiti sia il medesimo, quando sono al governo. Come mette in evidenza Floyd Norris, Obama di fatto ha significativamente elevato le tasse sui redditi molto alti, in gran parte attraverso particolari aggravi inclusi nella Legge sull’Assistenza Sostenibile; e quello che la legge fa con le entrate aggiuntive è ampliare Medicaid e fornire sussidi presso le ‘borse sanitarie’, entrambi programmi basati su verifiche di reddito i cui beneficiari sono principalmente le persone adulte con redditi più bassi. L’effetto netto saranno perdite significative per la super élite – non perdite rovinose, per l’esattezza, e niente che sia davvero destinato ad influenzare la loro condizione di élite – ed importanti vantaggi per le decine di milioni di americani meno fortunati.
Se stavate aspettando una rivoluzione, od anche un nuovo New Deal, questo può sembrare deludente. Ma è lo stesso assai importante.
[1] Nel link c’è un articolo della giornalista Kathleen Geier sul Washington Monthly che informa di una cerimonia per “giovani miliardari filantropi” alla Casa Bianca.
aprile 20, 2014
Apr 20, 3:10 pm
I’m still thinking about Sweden’s slide into deflation, which actually offers several lessons relevant to the rest of us.
First, it’s an object lesson in the power of sadomonetarism, the desire of many monetary officials to raise interest rates because, well, because. Look at Swedish macro data over the relevant period:
In 2010 Sweden had high unemployment and low inflation; Econ 101 level macro should have said that this was no time to raise rates. Yet the Riksbank went ahead and did so anyway. Why?
It now says that it was all about financial stability, about fears of excessive house prices and borrowing. But that’s not what it was saying at the time! The bank’s governor did a chat in December 2010 in which he declared that it was about inflation:
If the interest rate isn’t raised now, we’ll run the risk of too much inflation further ahead. This wouldn’t be good for the economy. Our most important task is to ensure that we meet our inflation target of 2%.
Strange to say, however, when inflation started coming in well below the target, the Riksbank just kept raising rates, and switched to the financial stability justification.
Second, Sweden’s experience helps shed light on a historical controversy over US policy. There is a substantial contingent of Fed critics who insist that the whole bubble-bust cycle of the last decade was the Fed’s fault, that it kept interest rates too low for too long. If you think about it, however, the Fed circa 2003-2004 was facing a situation very similar to that of the Riksbank in 2010: unemployment still high but coming down, inflation low, and housing prices rising:
So what those critics are saying is that the Fed — which was worried about inflation at the time — should have done what the Riksbank did. Looking at Sweden, are you still sure about that?
Finally, the Swedish saga is a stark illustration of the limits of intellectual influence. At the time policy was going off the rails, Lars Svensson — one of the world’s leading macroeconomists, and specifically an expert in deflation risks and liquidity traps — was a deputy governor at the Riksbank. He protested vigorously at the turn policy was taking — and was completely frozen out by colleagues who were sure they knew better. And note that this wasn’t a case of his colleagues clinging to economic orthodoxy while he was proposing radical new ideas; he was the one making basic Econ 101-type arguments, while they were inventing new rationales for tightening on the fly.
Actually, I think the Fed is better — it is, at least for now, something of a haven for academic influence. But you do wonder what might have happened at the Fed if Romney had won in 2012, and Paul Ryan had had de facto veto power over Bernanke’s successor.
Note ulteriori sulla Svezia
Sto ancora riflettendo sulla scivolata della Svezia nella deflazione, che offre effettivamente a tutti noi lezioni rilevanti.
In primo luogo, è una dimostrazione pratica del potere del sadomonetarismo, il desiderio di molti responsabili monetari di elevare i tassi di interesse così, senza alcuna ragione. Si guardi ai dati della Svezia nel periodo in questione [1]:
Nel 2010 la Svezia aveva alta disoccupazione e bassa inflazione; una macroeconomia al livello di un testo universitario avrebbe detto che quello non era il momento per alzare i tassi. Tuttavia la Riksbank è andata avanti e l’ha fatto comunque. Perché? Ora essa dice che tutto era dipeso dalla stabilità finanziaria, dai timori per i prezzi troppo alti delle abitazioni e per l’indebitamento. Ma non era quello che diceva a quel tempo! Il Governatore della banca nel dicembre del 2010, in un colloquio sul blog dell’istituto, dichiarava che era dipeso dall’inflazione:
“Se il tasso di interesse non crescesse adesso, correremmo il rischio di una inflazione troppo alta nel prossimo futuro. Questa non sarebbe una cosa positiva per l’economia. Il nostro obbiettivo più importante è assicurare il raggiungimento dell’obbiettivo di inflazione del 2%”
Strano a dirsi, tuttavia, quando l’inflazione cominciò a collocarsi ben al di sotto dell’obbiettivo, la Riksbank continuò semplicemente ad elevare i tassi, e passò alla giustificazione della stabilità finanziaria.
In secondo luogo, l’esperienza della Svezia aiuta a far luce su una controversia storica sulla politica statunitense. C’è un gruppo cospicuo di critici della Fed che insiste che l’intero ciclo bolla-esplosione dell’ultimo decennio fu una responsabilità della Fed, che continuò a tenere i tassi di interesse troppo bassi troppo a lungo. Se ci si riflette, tuttavia, la Fed attorno al 2003-2004 stava affrontando una situazione molto simile a quella della Riksbank nel 2010; una disoccupazione ancora elevata ma in discesa, una inflazione bassa e prezzi delle abitazioni crescenti [2]:
Dunque, quello che i critici stanno dicendo è che la Fed – che a quel tempo era preoccupata per l’inflazione – avrebbe dovuto fare quello che ha fatto la Riksbank. Guardando alla Svezia, ne siete proprio sicuri?
Infine, la saga svedese è una illustrazione desolante dei limiti della influenza intellettuale. Nel periodo in cui le scelte politiche stavano andando fuori dai binari, Lars Svensson – uno dei massimi macroeconomisti al mondo, nonché esperto in modo particolare sui rischi di deflazione e sulle trappole di liquidità – era Vice Governatore della Riksbank. Egli protestò energicamente per la svolta politica che si stava compiendo – e fu completamente messo ai margini da colleghi che erano certi di saperne di più. E si noti che non si trattava del fatto che i suoi colleghi si aggrappassero all’ortodossia economica mentre egli stava proponendo nuove idee radicali; stava avanzando argomenti di base da testi di economia al livello universitario, mentre loro si stavano inventando nuovi paradigmi per mettere in atto su due piedi una restrizione.
Meglio, penso, la Fed – almeno per ora, essa è una specie di rifugio per l’influenza accademica. Ma dovete chiedervi cosa sarebbe potuto accadere alla Fed se Romney avesse vinto le elezioni del 2012, e Paul Ryan avesse avuto un sostanziale potere di veto sul successore di Bernanke.
[1] In blu è il dato ‘armonizzato’ della disoccupazione, il rosso quello dei prezzi al consumo. “Armonizzato” dovrebbe significare calcolato secondo criteri statistici unici, che derivano da una armonizzazione delle diverse soluzioni nazionali all’interno dell’Unione Europea.
[2] I dati in blu sono relativi alla disoccupazione, quelli in rosso all’indice dei prezzi al consumo.
aprile 19, 2014
Apr 19, 12:47 pm 125
One of the odd rituals of American punditry — the most famous example is Karl Rove’s tantrum in 2012, but it happens all the time — is the way pundits and operatives keep spinning after the polls have closed. Never mind the vote totals, and let’s dispute the network projections; my guy is still winning!
The obvious question is, what’s the point? The votes are already in; you can’t build momentum, or attract more donations, or any of those other things that claims of imminent victory might do. Wouldn’t election night be a good time to adopt the persona of hard-headed realist, not delusional wishful thinker? Yet this hardly ever happens.
Something like this is going on with Obamacare. Not a day goes by without some prominent Republican politician or pundit insisting that the enrollment numbers are phony, that more people are losing insurance than gaining it, etc.. I know that’s what the base believes, because it’s what they hear from Rush and Fox. But you would think that important people would have someone around who has a clue, who knows that enrollment data and multiple surveys are all telling the same story of unexpected success. OK, maybe not — if famous senators don’t have anyone to clue them in about BLS data, they might really still be living in the bubble. But that’s really their choice.
And the point is that with enrollment more or less closed for 2014, there’s not much point in spinning. OK, maybe if you can keep up the pretense all the way to November, you can slightly sway base voters for the midterms. But even that’s doubtful — by the fall, we’re going to have a very clear picture of how things went; and the shape of that picture has already been determined.
I guess that what gets me is the — to use the technical term — wussiness of it all. Isn’t there any space on the right for people who sell themselves as tough-minded, who condemn Obamacare on principle but warn their followers that it’s not on the verge of collapse? Is the whole party so insecure, so unable to handle the truth, that it automatically shoots anyone bearing bad news?
And the answer appears to be yes.
La riforma sanitaria di Obama e gli atteggiamenti da femminuccia [1]
Uno dei rituali bizzarri dei commentatori americani – l’esempio più famoso fu lo scatto d’ira di Karl Rove nel 2012, ma succede in continuazione – è il modo in cui, esperti e dipendenti, continuano a girare a vuoto dopo che le urne sono chiuse. Non conta il risultato delle votazioni, sarà consentito di contestare le previsioni del sistema di comunicazioni! Il mio candidato sta ancora vincendo!
La domanda elementare è, qual è il punto? I voti sono già espressi; non è più tempo per prendere slancio o per attrarre maggiori donazioni, o per una qualsiasi delle altre cose che la pretesa di una vittoria imminente porta a fare. La notte elettorale non dovrebbe essere il momento per atteggiarsi a personaggio pratico e realista, piuttosto che a individuo che continua a fantasticare? Eppure è difficile che accada.
Qualcosa del genere sta accadendo con la riforma dell’assistenza di Obama. Non passa un giorno senza che repubblicani di primo piano o i commentatori ribadiscano che i numeri sono truccati, che ci sono più persone che stanno perdendo l’assicurazione di quelle che la stanno ottenendo, etc. So che è quanto crede la base, perché è quello che vuol sentirsi dire da Fox e da Rush (Limbaugh). Ma si immagina che le persone importanti abbiano intorno qualcuno che è al corrente, che sa che i dati delle iscrizioni e una varietà di sondaggi ci stanno raccontando la medesima storia di un successo inaspettato. Va bene, può darsi che non sia così – se senatori famosi non hanno nessuno che li metta al corrente dei dati del BLS [2], può darsi benissimo che essi stiano ancora vivendo dentro la bolla. Ma si tratta davvero della loro scelta.
E il punto è che con le registrazioni più o meno chiuse per l’anno 2014, non c’è più molto da inventare. E’ vero, può darsi che si possa tenere in piedi la messinscena sino a Novembre, che si possano leggermente influenzare le elezioni di medio termine. Ma anche questo è dubbio – con l’autunno sarà inevitabile avere un quadro molto chiaro di come le cose sono andate; e gli elementi di fondo di quel quadro sono già stabiliti.
Suppongo che quello che mi impressiona sia, per usare un termine tecnico, la mancanza di virilità [3] di tutto questo. Non c’è nessuno spazio a destra per individui che vogliano presentarsi con un po’ di determinazione, che in via di principio condannino la riforma di Obama, pur mettendo in guardia i loro seguaci che essa non è sull’orlo di un tracollo? Tutto il partito è così insicuro, così incapace di fare i conti con la realtà, che spara su due piedi contro chiunque porti cattive notizie?
E la risposta pare sia affermativa.
[1] Vedi la nota n. 3.
[2] Bureau Labor Statistics.
[3] “Wussiness” è in effetti un “atteggiamento da femminuccia”. Espressione politicamente non molto corretta, e da lì il ricorso all’ironia del tecnicismo.
aprile 19, 2014
Apr 19, 10:02 am
As I noted yesterday, Sweden is now experiencing deflation, which is bad for a number of reasons — including the fact that household debt is very high, and deflation (or even low inflation) increases the burden of that debt. (This makes it even more ironic that the Riksbank’s justification for ignoring Econ 101 and raising rates in a depressed economy was concern about excessive household debt and financial stability.) Lars Svensson, who has been a prophet without honor throughout, offers more.
The thing is, this is a problem throughout Europe. You sometimes hear defenders of the ECB declaring that low overall inflation isn’t a problem, because it’s mainly caused by very low inflation or deflation in debtor countries that are in the process of adjusting. This is 180 degrees wrong: low inflation is a much bigger problem than the aggregate number suggests, precisely because it’s concentrated in debtor nations, and is therefore imposing a bigger burden on debtors than the overall number reveals.
Here’s a quick and dirty version. I’ve taken the sum of public debt as % of GDP and household debt as % of income, both from OECD factbook — I should do a more careful number, but this is probably good enough for a first pass — and compared it with core inflation in the year ending last month, from Eurostat. (Sorry, don’t have software for country labels accessible right now.) The picture, for euro area countries, looks like this:
First of all, almost nobody has inflation running at the ECB’s “close to but less than 2%” target; second, on average, countries with large debt burdens are experiencing especially low inflation or even deflation. This is not an accident: during the euro bubble, capital flooded into some countries fueling debt expansion, and these are precisely the countries being forced into internal devaluation via deflation now.
The result is that even though the euro area doesn’t have outright deflation (yet), it’s very much experiencing Fisherian debt deflation already.
Deflazione da debito in Europa
Come ho notato ieri, la Svezia sta ora conoscendo la deflazione, che è una cosa negative per varie ragioni – incluso il fatto che il debito delle famiglie è molto alto, e la deflazione (o persino la bassa inflazione) accresce il peso di quel debito (il che rende anche più comica la giustificazione della Riksbank, secondo la quale aver ignorato quello che prescrivono i libri di testi ed aver alzato i tassi in una economia depressa, era derivato dalla preoccupazione per il debito eccessivo delle famiglie e per la stabilità finanziaria). Lars Svensson, che nel frattempo è stato profeta senza alcun riconoscimento, ci dice di più [1].
Il punto è che questo è dappertutto un problema in Europa. Qualche volta si sentono i difensori della BCE dichiarare che la deflazione complessivamente bassa non è un problema, perché è provocata dalla inflazione molto bassa o dalla deflazione nei paesi debitori, che hanno una correzione in corso. Questo è sbagliato a 180 gradi: la bassa inflazione è un problema molto più grande di quello che il dato aggregato suggerisce, precisamente perché è concentrata nelle nazioni debitrici, e di conseguenza impone un peso sui debitori assai maggiore di quello che il dato complessivo rivela.
Ecco qua una stima fatta su due piedi. Ho preso la somma del debito pubblico come percentuale del PIL e del debito delle famiglie come percentuale del reddito, entrambi dal sito OCSE factbook – dovrei elaborare un dato più scrupoloso, ma questo è abbastanza buono per cominciare – e l’ho confrontato con l’inflazione sostanziale nell’anno che terminava col mese passato, desunta da Eurostat (spiacente, non ho in questo momento il software accessibile con le etichette dei paesi). Il quadro, per i paesi dell’area euro, appare in questo modo:
Prima di tutto, quasi nessuno ha un’inflazione che procede sull’obbiettivo “prossimo ma inferiore al 2 per cento” di cui parla la BCE; in secondo luogo, i paesi con grandi oneri del debito stanno sperimentando una inflazione particolarmente bassa o addirittura una deflazione. Questo non è un caso: durante la bolla dell’euro, ci sono stati flussi di capitali in questi paesi che hanno acceso una espansione del debito, e questi sono esattamente i paesi che oggi vengono costretti ad una svalutazione interna tramite la deflazione.
Il risultato è che se anche l’area euro non ha ancora una aperta deflazione, essa sta già conoscendo una deflazione da debito fisheriana [2].
[1] Il riferimento è ad un post di Lars Svensson pubblicato sul suo blog il 14 di aprile, di prossima traduzione su “Fataturchina”.
[2] Per conoscere meglio le riflessioni di Irving Fisher sulla deflazione da debito, si potrebbe leggere il suo discorso alla American Economic Association del 1919.
aprile 18, 2014
Apr 18, 7:04 pm
I can easily understand it when people don’t know the facts about economic statistics; you need a fair bit of background knowledge even to know how to look these things up. It’s more surprising when people don’t know what they don’t know — when they make confident assertions that can be proved false in a few seconds by anyone who does know these things.
I had a one-on-one encounter with Rand Paul over such a case; there our heads were, talking on TV, and he insisted that government employment had risen under Obama. (It has actually plunged.) At the very least, you’d think he would have learned a lesson from the experience.
But no. There he goes, saying
When is the last time in our country we created millions of jobs? It was under Ronald Reagan …
Hmmm:
It’s not just that more jobs were created under Clinton, who raised taxes on the rich, than under Reagan; I wonder how many people know that more jobs were created under Jimmy Carter than under either Bush?
But I guess I really do understand it: according to right-wing theology, The Blessed Reagan’s tax cuts must have created far more jobs than the policies of evil redistributors. And so that’s what must have happened. Hey, Clinton was probably cooking the books.
Non so molto di storia, versione Rand Paul [1]
Posso facilmente capire quando le persone non conoscono i fatti espressi dalle statistiche economiche: è necessario un bel po’ di conoscenze di fondo persino per capire come guardare quelle cose. E’ più sorprendente quando le persone non sanno quello che non conoscono – quando esprimono fiduciosi giudizi che possono essere dimostrati falsi in pochi secondi da chiunque conosca quelle cose.
Ho avuto un incontro testa-a-testa con Rand Paul con un caso del genere; eravamo noi in carne ed ossa a parlare alla TV, ed egli insisteva che l’impiego pubblico era cresciuto con Obama (mentre in realtà è molto calato). In ultima analisi, pensereste che egli abbia appreso una lezione da quella esperienza.
Invece no. Ecco quanto arriva a dire:
“Quando è stata l’ultima volta, nel nostro paese, che abbiamo creato milioni di posti di lavoro? Fu con Ronald Reagan …”
Davvero? [2]
Non si tratta solo del fatto che vennero creati più posti di lavoro con Clinton, che elevò le tasse sui ricchi, piuttosto che con Reagan; mi chiedo quante persone sappiano che furono creati più posti di lavoro sotto Carter che non sotto entrambi i Bush?
Eppure riesco davvero a capirlo: secondo la teologia della destra, gli sgravi fiscali di San Reagan debbono aver creato molti più posti di lavoro delle politiche dei malefici redistributori. E dunque è quello che deve essere accaduto. Chissà, Clinton probabilmente truccava i registri.
[1] Randal Howard “Rand” Paul è un oculista e politico statunitense, attuale senatore per lo stato del Kentucky. Rand Paul si definisce un “conservatore costituzionale”. È il fondatore e presidente del Kentucky Taxpayers United. (Wikipedia)
[2] Carter fu Presidente dal 1977 al 1981. Reagan fu Presidente dal 1981 al 1989. Bush padre fu Presidente dal 1989 al 1993. Clinton fu Presidente dal 1993 al 2001. Bush figlio fu Presidente dal 2001 al 2009.
Quindi, il totale degli occupati crebbe di quasi dieci milioni nel periodo dei quattro anni di Carter; di quasi 18 milioni di persone negli otto anni di Reagan; rimase quasi invariato nei quattro anni di Bush padre; crebbe di circa 28 milioni di persone negli otto anni di Clinton; rimase, alla fine, quasi invariato negli otto anni di Bush figlio.
aprile 18, 2014
Apr 18, 2:41 pm
A correspondent points me to the news from Sweden, which has stopped flirting with deflation and moved right in. Here’s inflation excluding food, energy, tobacco, and alcohol:
Eurostat
It’s amazing: Sweden, which at first weathered the crisis fairly well, and faced none of the institutional constraints of the euro area, has managed — completely gratuitously — to get itself into a deflationary trap.
The Riksbank says, in effect, that nobody could have predicted this development. But of course its own former deputy governor — and my former colleague — Lars Svensson, more or less frantically warned that the Riksbank was making a terrible mistake by tightening money despite low inflation and lots of economic slack. His reward was increasing isolation, and eventually departure. You see, all the VSSPs — very serious Swedish people — knew that it was important to raise interest rates because, well, because.
And getting out of the trap is going to be very hard.
I’d like to imagine that people will admit that Lars was right all along, and that in general the urge to purge has been highly destructive. But my guess is that he’ll still be considered unsound — he was prematurely anti-deflationist — and that tight-money advocates will continue to be regarded as reliable, prudent people even as they lead us into long-run stagnation.
Come si dice “Nessuno lo poteva prevedere” in svedese?
Un corrispondente mi indica le novità dalla Svezia, che ha smesso di scherzare con la deflazione e ci si è proprio infilata. Ecco qua l’inflazione, esclusi gli alimentari, l’energia, il tabacco e l’alcool:
Eurostat
È straordinario: la Svezia, che aveva superato la crisi abbastanza bene, e non aveva di fronte nessuno dei condizionamenti istituzionali dell’area euro, ha fatto in modo – senza che niente la costringesse – di infilarsi in una trappola deflazionistica.
La Riksbank dice, in sostanza, che nessuno poteva prevedere questo sviluppo. Ma naturalmente il suo precedente vice governatore – e mio passato collega di Università – Lars Svensson aveva quasi febbrilmente messo in guardia che la Riksbank stava commettendo un errore terribile, con la restrizione monetaria nonostante una inflazione bassa e un bel po’ di fiacchezza economica. Per premio ebbe un crescente isolamento, e alla fine dovette andarsene. Capite, tutte le PSMS – le persone svedesi molto serie – sapevano che era importante elevare i tassi di interesse perché … beh, non si sa perché.
Ed ora uscire dalla trappola sarà assai difficile.
Mi farebbe piacere immaginare che ora si riconoscerà che Lars aveva avuto ragione dall’inizio, e che in generale il bisogno di una purificazione è stato altamente distruttivo. Ma sono convinto che egli continuerà ad essere giudicato dissennato – egli era un anti deflazionista prematuro – e che i sostenitori della restrizione monetaria continueranno ad essere considerati come affidabili, persone prudenti anche quando ci portano dentro una stagnazione di lungo periodo.
aprile 18, 2014
April 18, 2014, 11:29 am
“The facts have a well-known liberal bias,” declared Rob Corddry way back in 2004 — and experience keeps vindicating his joke. But why?
Not long ago Ezra Klein cited research showing that both liberals and conservatives are subject to strong tribal bias — presented with evidence, they see what they want to see. I then wrote that this poses a puzzle, because in practice liberals don’t engage in the kind of mass rejections of evidence that conservatives do. The inevitable response was a torrent of angry responses and claims that liberals do too reject facts — but none of the claims measured up.
Just to be clear: Yes, you can find examples where *some* liberals got off on a hobbyhorse of one kind or another, or where the liberal conventional wisdom turned out wrong. But you don’t see the kind of lockstep rejection of evidence that we see over and over again on the right. Where is the liberal equivalent of the near-uniform conservative rejection of climate science, or the refusal to admit that Obamacare is in fact reaching a lot of previously uninsured Americans?
What I tried to suggest, but maybe didn’t say clearly, is that the most likely answer lies not so much in the character of individual liberals versus that of individual conservatives, as in the difference between the two sides’ goals and institutions. And Jonathan Chait’s recent thoughts on the inherently partisan nature of “data-based” journalism are, I think, helpful in bringing this better into focus.
As Chait says, the big Obamacare comeback and the reaction of the right are a very good illustration of the forces at work.
The basic facts here are that after a very slow start due to the healthcare.gov debacle, almost everything has gone right for reform. A huge surge of enrollments more than made up the initially lost ground; the age mix of enrollees has improved; multiple independent surveys have found a substantial drop in the number of Americans without health insurance.
Opponents of Obamacare could respond to these facts by arguing that the whole thing is nonetheless a bad idea, or they could accept that the rollout has gone OK but call for major changes in the program looking forward. What they’re actually engaged in, however, is mass denial and conspiracy theorizing strongly reminiscent of their reaction to polls showing Mitt Romney on the way to defeat, or for that matter evidence of climate change. Acceptance of the facts is, well, unacceptable.
Nothing illustrated this better than the reaction to Ezra Klein’s own note about the resignation of Kathleen Sebelius, which was intended as analysis rather than advocacy; Klein simply made the fairly obvious point that the HHS secretary was in effect free to resign now because Obamacare has been turned around and is going well. But Klein’s statement was met with a mix of outrage and ridicule on the right; how dare he suggest that the program was succeeding?
Why is it, then, that the right treats statements of fact as proof of liberal bias?
Chait’s answer, which I agree is part of the story, is that the liberal and conservative movements are not at all symmetric in their goals. Conservatives want smaller government as an end in itself; liberals don’t seek bigger government per se — they want government to achieve certain things, which is quite different. You’ll never see liberals boasting about raising the share of government spending in GDP the way conservatives talk proudly about bringing that share down. Because liberals want government to accomplish something, they want to know whether government programs are actually working; because conservatives don’t want the government doing anything except defense and law enforcement, they aren’t really interested in evidence about success or failure. True, they may seize on alleged evidence of failure to reinforce their case, but it’s about political strategy, not genuine interest in the facts.
One side consequence of this great divide, by the way, is the way conservatives project their own style onto their opponents — insisting that climate researchers are just trying to rationalize government intervention, that liberals like trains because they destroy individualism.
But this can’t be the whole story. It doesn’t explain, for example, the rejection of polls in 2012, or the refusal of the right to admit that things weren’t going well in Iraq — both cases in which conservatives really did have an interest in the outcomes. So what else differentiates the two sides?
Well, surely another factor is the lack of a comprehensive liberal media environment comparable to the closed conservative universe. If you lean right, you can swaddle yourself 24/7 in Fox News and talk radio, never hearing anything that disturbs your preconceptions. (If you were getting your “news” from Fox, you were told that the hugely encouraging Rand survey was nothing but bad news for Obamacare.) If you lean left, you might watch MSNBC, but the allegedly liberal network at least tries to make a distinction between news and opinion — and if you watch in the morning, what you get is right-wing conspiracy theorizing more or less indistinguishable from Fox.
Yet another factor may be the different incentives of opinion leaders, which in turn go back to the huge difference in resources. Strange to say, there are more conservative than liberal billionaires, and it shows in think-tank funding. As a result, I like to say that there are three kinds of economists: Liberal professional economists, conservative professional economists, and professional conservative economists. The other box isn’t entirely empty, but there just isn’t enough money on the left to close the hack gap.
Finally, I do believe that there is a difference in temperament between the sides. I know that it doesn’t show up in the experiments done so far, which show liberals and conservatives more or less equally inclined to misread facts in a tribal way. But such experiments may not be enough like real life to capture the true differences — although I’d be the first to admit that I don’t have solid evidence for that claim. I am, after all, a liberal.
A proposito della tendenza progressista dei fatti
“I fatti hanno una ben nota tendenza progressista”, dichiarava Bob Corddry nel passato 2004 – e l’esperienza ha confermato la sua espressione scherzosa. Ma perché?
Non molto tempo fa Ezra Klein citava una ricerca che metteva in evidenza come sia i progressisti che i conservatori sono soggetti a forti pregiudizi di gruppo – presentati come prove, essi vedono quello che vogliono vedere. Scrissi allora che questo apriva un interrogativo, perché nella pratica i liberali non si impegnano nello stesso modo dei conservatori in quella sorta di rigetto collettivo delle prove. La reazione inevitabile fu un torrente di risposte adirate e di affermazioni secondo le quali anche i progressisti rigettavano i fatti – ma nessuna di quella pretese riusciva a dimostrarlo.
Per esser chiari: sì, si possono trovare esempi nei quali ad ‘alcuni’ liberals fa piacere avere delle fissazioni di un tipo o dell’altro, o nei quali il senso comune progressista si mostra infondato. Ma non si riscontra quel genere di inossidabile rigetto dei fatti che osserviamo in continuazione nella destra. Dov’è l’equivalente progressista del quasi uniforme rigetto conservatore della scienza sul clima, o del rifiuto di ammettere che la riforma sanitaria di Obama sta raggiungendo una gran quantità di americani in precedenza non assicurati?
Quello che cercavo di indicare, ma che può darsi non dissi chiaramente, è che la risposta più probabile risiede non tanto nel carattere dei singoli progressisti rispetto ai singoli conservatori, quanto nella differenza tra gli obbiettivi e le forme organizzative dei due schieramenti. Ed i pensieri recenti di Jonathan Chait sulla natura intrinsecamente partigiana di un giornalismo “basato sui dati” penso che aiutino a mettere tutto questo meglio a fuoco.
Come dice Chait, la grande riscossa della riforma sanitaria di Obama e la reazione della destra sono una ottima illustrazione dei fattori che sono in campo.
In questo caso, i fatti fondamentali sono stati che dopo un avvio molto lento dovuto alle débâcle del sito governativo, praticamente tutto è andato bene per la riforma. Un’ampia crescita delle registrazioni che ha più che pareggiato il terreno perduto iniziale; l’età media degli iscritti che è migliorata; una molteplicità di sondaggi indipendenti che hanno individuato una sostanziale caduta del numero degli americani privi di assicurazione sanitaria.
Gli oppositori alla riforma della assistenza di Obama potrebbero rispondere a questi fatti sostenendo che tutta la faccenda resta nondimeno una pessima idea, o potrebbero prendere atto che l’avvio è andato bene, ma chiedere importanti cambiamenti nel programma, d’ora in avanti. Tuttavia, quello in cui effettivamente si impegnano è un diniego collettivo e la teorizzazione di una cospirazione che ricorda fortemente la loro reazione ai sondaggi che indicavano Mitt Romney prossimo ad una sconfitta, oppure che in modo simile indicano le prove del cambiamento climatico. L’accettazione dei fatti è, per così dire, inaccettabile.
Niente illustra tutto questo meglio della reazione al medesimo articolo di Ezra Klein a proposito delle dimissioni di Kathleen Sebelius [1], che voleva essere una analisi piuttosto che una difesa; Klein semplicemente aveva avanzato l’ovvio argomento che la Segretaria alla Salute ed ai Servizi Umani era in effetti libera in quel momento di dimettersi, giacché la riforma di Obama aveva avuto una svolta e stava procedendo bene. Ma da parte della destra la dichiarazione di Klein è stata commentata con un misto di insulti e di ironia; come osava suggerire che il programma stesse avendo successo?
Perché, dunque, accade che la destra tratti la affermazione di un fatto come una prova di una tendenziosità progressista?
La risposta di Chait, che convengo è una parte della spiegazione, è che il movimento progressista e quello conservatore non sono simmetrici nei loro obbiettivi. I conservatori vogliono che la funzione del governo della cosa pubblica sia una finalità in se stessa; i progressisti non sono alla ricerca di una funzione del governo pubblico più ampia in quanto tale – vogliono un governo che ottenga certi risultati, il che è abbastanza diverso. Non vedrete mai un progressista vantare una crescita della quota della spesa pubblica sul PIL nel modo in cui i conservatori parlano con fierezza di abbattere quella percentuale. Perché i progressisti vogliono che il governo ottenga determinati risultati, vogliono sapere se i programmi del governo stanno in effetti funzionando; mentre i conservatori non vogliono che il governo s’occupi d’altro che della difesa e del rispetto della legge, e in realtà non sono interessati alle prove dei suoi successi o dei suoi fallimenti. E’ vero, essi possono sfruttare le supposte prove di un fallimento per rafforzare i loro argomenti, ma questo ha a che fare con la strategia politica, non con l’interesse genuino ai fatti.
Una conseguenza collaterale di questa grande diversità, per inciso, è che i conservatori proiettano il loro proprio stile sugli avversari – ribadendo che i ricercatori in materia di clima stanno soltanto cercando di offrire una giustificazione logica all’intervento del governo, oppure che i progressisti amano i servizi di trasporto pubblici perché vogliono distruggere l’individualismo.
Ma questa potrebbe non essere l’intera spiegazione. Essa non spiega, per esempio, il rigetto dei sondaggi nel 2012, o il rifiuto della destra di ammettere che le cose non stavano andando bene in Iraq – che erano entrambi casi nei quali i conservatori avevano per davvero un interesse nei risultati. Dunque, cosa altro differenzia i due schieramenti?
Ebbene, un altro fattore certamente è la mancanza di un ambiente onnicomprensivo nei mezzi di comunicazione progressisti, paragonabile all’universo chiuso dei conservatori. Se si hanno simpatie per la destra, ci si può imbottire 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana con Fox News ed ascoltando la radio, senza mai ascoltare niente che disturbi i nostri preconcetti ( se ricevete le vostre “notizie” da Fox, vi viene raccontato che il sondaggio del tutto incoraggiante della RAND [2] non è niente altro se non una cattiva notizia per la riforma sanitaria di Obama). Se si hanno simpatie verso la sinistra, si può vedere MSNBC [3], ma quello che è ritenuto un network progressista almeno cerca di fare una distinzione tra informazione ed opinioni – e se poi lo si guarda al mattino, ci viene servita una teorizzazione sulla cospirazione [4] più o meno indistinguibile da quella di Fox.
Tuttavia, un altro fattore possono essere gli incentivi differenti che vanno a giornalisti e commentatori, che a loro volta dipendono da grandi differenze nelle risorse. Non sembrerà strano, ma ci sono più miliardari conservatori che progressisti, e questo si manifesta nei finanziamenti ai gruppi di ricerca. A seguito di ciò, dico di solito che ci sono tre tipologie di economisti: gli economisti di professione con tendenze progressiste, gli economisti di professione con tendenze conservatrici, ed i conservatori di professione che si occupano di economia. Non che l’altra cassa sia del tutto vuota, ma non c’è proprio a sinistra abbastanza denaro per coprire questo gap di addetti ai lavori.
Infine, io credo che ci sia per davvero una differenza di temperamento tra i due schieramenti. So che questo non si manifesta negli esperimenti fatti sino a questo punto, che mostrano progressisti e conservatori più o meno egualmente propensi a leggere i fatti in modo fuorviante, in dipendenza dalla loro appartenenza. Ma tali esperimenti possono non essere sufficientemente aderenti alla vita reale per cogliere le vere differenze – sebbene sarei il primo ad ammettere di non avere solide prove a sostegno di questa tesi. Dopo tutto, sono un progressista.
[1] Kathleen Gilligan Sebelius (Cincinnati, 15 maggio 1948) è una politica statunitense, rappresentante del Partito Democratico. Il 28 febbraio 2009 è stata designata come Segretario della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti (l’equivalente del Ministro della Sanità in Italia) in seguito alla rinuncia da parte del Senatore Tom Daschle.
A causa delle sue posizioni sull’aborto, già da governatrice del Kansas, è stata ammonita privatamente e, in seguito, pubblicamente dall’Arcivescovo di Kansas City Joseph Fred Naumann sull’incompatibilità tra la fede cattolica e il suo comportamento politico. Per questo, le è stato chiesto di non presentarsi più a ricevere l’Eucaristia in assenza di previa confessione sacramentale e pubblica rinuncia alle posizioni sull’aborto. (Wikipedia)
Di recente si è dimessa dal suo incarico nella Amministrazione Obama, a seguito delle difficoltà registrate nell’avvio della riforma sanitaria per le note disfunzionalità del sito informatico federale.
[2] Società che opera dal 1972 in ricerche e sondaggi di alta qualità.
[3] MSNBC è un canale televisivo via cavo statunitense, che trasmette notizie 24 ore su 24 ed è disponibile sia negli Stati Uniti, sia nel Canada. (Wikipedia)
[4] Ovvero, sul fatto che i dati sul successo della riforma di Obama sarebbero stati falsificati; che è l’ultimo argomento della destra, ma ha qualche successo anche su media non di destra, probabilmente perché ‘fa clamore’.
aprile 17, 2014
Apr 17, 5:17 pm
Sorry about blog silence — real life intruded, plus I did have to write a column. But I shouldn’t let the day pass without mentioning the latest big Obamacare news. Final enrollment for 2014, we now know, will be more than 8 million. The age mix has also improved, with more young people signing up at the end; as Jonathan Cohn points out in the linked article, the age mix in Obamacare’s first year is now just about identical to the age mix in Romneycare’s first year. Goodbye, death spiral.
How did enrollment manage to surge so impressively despite the initial debacle of healthcare.gov? Obviously they fixed the website; but the broader issue, as Sarah Kliff rightly points out, is that being uninsured is truly terrible. Uninsured Americans really, really wanted coverage, and they weren’t ready to give up.
Kliff doesn’t make this point too explicitly, but this diagnosis has another crucial implication: the benefits of Obamacare, for all its imperfections, are immense. Millions of people who lived extremely anxious lives now have far more security than before. Compared with those benefits, the complaints of some already insured people that they have less choice of doctors than before, or that they’re no longer allowed to retain minimalist plans, look like whining. (And of course not one of the more serious-sounding stories about soaring premiums and all that has held up under scrutiny.)
And speaking of whining, the GOP response seems to be to make every possible insinuation to the effect that the numbers are somehow fraudulent. I actually don’t think there’s a game plan here; their whole position was premised on the inevitable collapse of health reform, and they have no plan B.
All around, as Cohn says, a very good day for reform.
Cosa significano gli otto milioni
Spiacente per il silenzio sul blog – s’è intromessa la vita reale, in più avevo da scrivere un articolo. Ma non posso far passare questa giornata senza menzionare le ultime grandi notizie sulla riforma sanitaria di Obama. Le registrazioni finali per il 2014, ora lo sappiamo, saranno più di otto milioni. Anche l’età media è migliorata, con un numero maggiore di giovani che si sono iscritti sulla fine; come mette in evidenza Jonathan Cohn nell’articolo in connessione, l’età media nel primo anno della riforma della assistenza di Obama è proprio identica all’età media nel primo anno della riforma di Romney. Spirale fatale, addio [1].
Come è accaduto che le registrazioni sono potute crescere in modo così impressionante, nonostante il disastro iniziale del sito governativo della riforma? [2] Ovviamente, il sito è stato riparato; ma il tema più generale, come giustamente mette in evidenza Sarah Kliff, è che essere non assicurati è davvero terribile. Gli americani senza assicurazione volevano, volevano assolutamente, una copertura, e non erano intenzionati a rinunciarci.
Kliff non esamina questo aspetto in modo del tutto esplicito, ma questa diagnosi ha un’altra implicazione: i benefici della riforma sanitaria di Obama, nonostante tutte le sue imperfezioni, sono immensi. Milioni di persone che vivevano in condizioni di grande ansia, oggi hanno una sicurezza di gran lunga maggiore di prima. A confronto con quei benefici, la lamentela di qualche individuo già assicurato che ha minori possibilità rispetto a prima di scegliersi i medici, o a cui non è più consentito di mantenere programmi minimalisti [3], è come un piagnucolio (e naturalmente nessuno dei racconti apparentemente più seri sui premi assicurativi che sarebbero saliti alle stelle ha retto ad un esame approfondito).
E a proposito di piagnucolii, la risposta del Partito Repubblicano sembra consistere nell’avanzare ogni possibile insinuazione, nel senso che i dati sarebbero in qualche modo falsificati. Per la verità, non penso che si tratti di una tattica in alcun modo riflettuta; la loro posizione complessiva aveva come premessa l’inevitabile collasso della riforma sanitaria, e non avevano alcun piano di riserva.
Un ottimo giorno per la riforma, in tutto e per tutto.
[1] Il fatto che l’età media, per un afflusso di giovani verso la fine del periodo delle registrazioni, si sia ridotta è positivo, perché se la percentuale di persone anziane è ragionevole, i costi sanitari saranno minori e le polizze potranno restare più basse. Come si sa, il repubblicano Mitt Romney, quando era Governatore del Massachusetts aveva promosso, in quello Stato, una riforma sanitaria concettualmente simile a quella di Obama (in seguito i repubblicani sono diventati ferocemente antiriformatori e hanno scelto di scordarsene). Per “spirale fatale” si intende quella situazione, nella quale la destra aveva sperato, che si sarebbe determinata se i più giovani in gran parte non si fossero registrati, con conseguente aumento di costi e fallimento del progetto riformatore.
[2] E’ noto che nei primi mesi il sito federale andò in tilt, rischiando di compromettere la campagna delle iscrizioni del 2014.
[3] Ovvero, programmi assicurativi nei quali le protezioni garantire sono minime; che era un modo nel quale i più giovani ed in salute in precedenza cercavano di risparmiare. Ma, appunto, anche il quel modo l’equilibrio finanziario entrava in crisi, con la conseguenza che le assicurazioni alzavano le polizze a coloro che non potevano permettersi programmi minimi, ovvero agli ammalati ed agli anziani. Oggi quella possibilità non c’è più, perché si è tenuti ad acquistare polizze adeguate, ricevendo in cambio sussidi governativi se si hanno bassi redditi.
aprile 16, 2014
April 16, 2014, 2:21 pm
I’m going to be commenting on Thomas Piketty later today, and I thought I would write up my thoughts in advance; this may or may not be what I actually end up saying.
There’s obviously a lot to be said about the substance of Piketty’s book, and there will be many more research papers inspired by his work. What I want to do, however, is go somewhat meta, and talk about how Piketty fits into the ongoing debate over the nature and implications of rising inequality — and why “Capital in the Twenty-First Century” is having such a big impact.
So here’s my diagnosis of why “Capital” is so big: Piketty offers the latest and most damning in what have been a series of “Oh, yeah? Guess what” moments.
In the first stage of the debate over inequality, there was widespread denial that rising inequality was even happening on any major scale. Actually, there still is — in this debate, in which one side is sustained by vast amounts of money and influence with an interest in obfuscation, refuted arguments are never abandoned; they just keep coming back. No point is ever conceded by the apologists. But it was nonetheless true that by sometime in the early 90s you could mostly say, “Oh, yeah? Guess what.” The evidence for a sharp rise in inequality, a definitive break with the three postwar decades, was overwhelming.
For a long time thereafter, however, the apologists had a fallback position: OK, maybe inequality was rising, but it wasn’t the rich versus everyone else — it was the whole top quintile, basically well-educated Americans, on the relative rise. So it nothing like the kind of class divisions of the past. The truth is that we knew better than that even by the late 1980, but even a few years ago you still found the voices of respectable opinion insisting that inequality was about the 20 percent, not the one percent.
But at a certain point — to a large extent thanks to Piketty and Emmanuel Saez — we got to say “Oh, yeah? Guess what.” Actually, rising inequality was in large part about the rise of a tiny elite, the one percent and within that the 0.1 percent.
Oh, and to those who admitted some rise in inequality but declared that it was nothing like the Gilded Age, the answer was, “Oh, yeah? Guess what.” We don’t have Gilded Age survey data, but we do have tax records back to the early 20th century, and top income shares are right back at late-Gilded-Age levels.
This brings us to the latest fallback position of inequality’s apologists, one that has lately been associated in particular with Greg Mankiw — namely, that maybe the one percent have been thriving, but they earned it. After all, we’re talking about self-made men here, not heirs to inherited wealth, right?
Now, this is actually a very weak argument on multiple levels. Although the apologists love to talk about movie actors and sports stars, the highest incomes in America overwhelmingly go to executives, whose contributions to the economy are largely in the eyes of the beholder. And anyway, marginal product isn’t moral justification; even if you believe that, say, Sandy Weill was so much better than the next best alternative that his earnings reflected his true contribution to GDP, that says nothing about whether it was fair or just for him to keep so much more of those earnings than he would have been able to if 1960s tax rates were still in effect.
But in any case, the presumption here is that modern wealth is self-made, nothing like the inherited fortunes of ol. And you know the reply: “Oh, yeah? Guess what.” What Piketty shows is that inherited wealth has been making a comeback, that it’s already a much bigger factor than most people even on the left realize, and that it’s on track to become much larger still.
And this really is a revelation. Piketty’s literary sources are Jane Austen and Balzac; our modern conceptions, even among liberals worried by rising inequality, tend to be shaped by the likes of Oliver Stone. Yet it turns out that Gordon Gekko is an increasingly outmoded archetype. Yes, he’s a predator — but he’s very much a self-made predator. And while those people still exist, the economic elite is increasingly made up of their sons and daughters. As I’ve noted, six of the ten wealthiest Americans, according to Forbes, are Walton and Koch heirs; further down the list are a lot of old men, who will soon be passing their wealth on.
This brings me to my second point about Piketty, which is that his work greatly reinforces the notion that we may face a political-economy spiral of inequality, in which great wealth brings great power, which is used to reinforce the concentration of wealth. That was a concern even when we thought we were facing a one-generation dispersion of economic success. But it becomes much more of a concern when one realizes that we’re talking about creating an environment favorable to “patrimonial capitalism”, of sustained dominance by family dynasties.
And let me say that while the core of Piketty’s work is his economic analysis, his discussion of the political economy of dynastic wealth is a major additional highlight. I was especially struck by the somewhat paradoxical contrast between Belle Epoque France and Gilded Age America: a notionally egalitarian society in which anything that might challenge the privileges of inherited wealth was beyond the pale, versus a society that celebrated financial success but in which it was considered reasonable and respectable to advocate high taxation for the explicit purpose of reducing inequality. It seems to me that we want some real scholarship — from political scientists, not (or not just) economists — to figure out that contrast, and learn lessons that might help us break the cycle of rising dynastic power we face today.
OK, that’s my meta analysis of why Piketty has made such a splash. But let me conclude by saying something about why I was so bowled over by this book. Obviously I share the widespread sense that we’re learning something very important about the past and future of inequality. But there’s something else: this analysis isn’t just important, it’s beautiful. Piketty gives us something we didn’t know we needed — a sweeping, elegant integration of growth theory, the factor distribution of income, and the personal distribution of income and wealth. He even (in work linked to but not presented in the book) shows how to derive the power laws that we know govern the distribution of income and wealth at the top, and shows how r-g determines the crucial exponents.
And my admiration is only reinforced by my sheer, green-eyed professional jealousy. What a book!
Note del giorno su Piketty
Più tardi, oggi, andrò a esprimere il mio punto di vista su Thomas Piketty, ed ho pensato di scrivere i miei pensieri in anticipo; più o meno questo sarà quello che finirò per dire.
Ci sono, ovviamente, un sacco di cose da dire sulla sostanza del libro di Piketty, e ci saranno molte altre ricerche ispirate dal suo lavoro. Quello che io voglio fare, tuttavia, è in qualche modo andare al punto, è parlare di come Piketty si colloca nel dibattito in corso sulla natura e sulle implicazioni della crescente ineguaglianza – e del perché “Il capitale nel ventunesimo secolo” sta avendo un impatto così forte.
Ecco dunque la mia diagnosi della ragione per la quale “Il capitale” è così importante: Piketty, in quella che è stata una serie di episodi del genere “Ma davvero? Ma pensa un po’!”, ci offre l’ultima e la definitiva versione.
In una prima fase del dibattito sull’ineguaglianza, c’era il generale diniego che una crescente ineguaglianza stesse persino avvenendo, in una qualche significativa dimensione. In verità, questo c’è ancora – in questo dibattito, entro il quale uno schieramento è sostenuto da ingenti somme di denaro che esprimono un interesse a confondere le cose, gli argomenti confutati non vengono mai lasciati per strada¸ semplicemente continuano a ripresentarsi. I difensori non ammettono mai niente. Nondimeno, era vero che nel corso degli anni ’90 talvolta vi poteva capitare di dire: “Ma davvero? Ma pensa un po’!”. Le prove di una brusca crescita delle diseguaglianza, una rottura definitiva con i tre decenni postbellici, erano schiaccianti.
Da allora e per un lungo periodo, tuttavia, i difensori scelsero una posizione di ripiego: d’accordo, poteva darsi che l’ineguaglianza fosse in aumento, ma non era un fenomeno che riguardava i ricchi contro tutti gli altri – era l’intero quintile più elevato, fondamentalmente quello degli americani ben istruiti, che era in relativa crescita. La verità era che sapevamo di più su ciò anche verso la fine del 1980, ma persino pochi anni orsono si trovavano ancora voci di opinioni rispettabili che insistevano che l’ineguaglianza riguardava il 20 per cento, non l’uno per cento.
Ma ad un certo punto – in larga misura grazie a Piketty ed a Emmanuel Saez – siamo arrivati a dire “Ma davvero? Ma pensa un po’!”. In effetti l’ineguaglianza crescente in larga parte riguardava una élite minuscola, l’uno per cento e all’interno di esso lo 0,1 per cento.
Inoltre, avremmo potuto rispondere nello stesso modo (“Ma davvero? Ma pensa un po’!”), anche a coloro che ammettevano una qualche crescita nell’ineguaglianza ma dichiaravano che non era niente di paragonabile all’Età dell’Oro. Non abbiamo a disposizione le statistiche dei sondaggi dell’Età dell’Oro, ma abbiamo di certo le serie fiscali dagli inizi del Ventesimo Secolo, e le quote di reddito dei più ricchi sono proprio tornate ai livelli dell’ultima Età dell’Oro.
Questo ci porta all’ultima posizione di ripiego dei difensori dell’ineguaglianza, quella che di recente è stata associata principalmente con Greg Mankiw – e precisamente, che forse l’uno per cento ha conosciuto un pieno rigoglio, ma se l’è guadagnato. Dopo tutto, in questo caso stiamo parlando di uomini che si sono fatti da soli, non di eredi di ricchezza ereditata, non è così?
Ora, per la verità questo è un argomento molto debole, ad una molteplicità di livelli. Sebbene gli apologeti dell’ineguaglianza amino parlare degli attori cinematografici e delle stelle dello sport, i redditi più alti in America vanno in modo schiacciante ai dirigenti di impresa, i cui contributi all’economia sono in larga parte sotto gli occhi degli osservatori. E in ogni modo, il prodotto marginale non è una giustificazione morale; anche se si crede che, ad esempio, Sandy Weill [1] sia stato talmente più bravo della successiva migliore alternativa, al punto che i suoi guadagni abbiano riflettuto il suo reale contributo al PIL, questo non ci dice niente del fatto che sia stato corretto o giusto che abbia preso talmente di più di quanto avrebbe potuto guadagnare se le aliquote fiscali degli anni ’60 fossero ancora in vigore.
Ma in ogni caso, il pregiudizio qua è che il ricco contemporaneo sia qualcuno che si è fatto da solo, niente di paragonabile alle fortune ereditarie dei tempi andati. E voi sapete la risposta: “Ma davvero? Ma pensa un po’!” Quello che Piketty dimostra è che la ricchezza ereditaria sta rientrando sulla scena, che è già un fattore molto più grande di quello che la maggioranza delle persone, persino a sinistra, comprendono, e che sia sulla strada di diventare ancora molto più ampia.
E questa è per davvero una rivelazione. Le fonti letterarie di Piketty sono Jane Austen e Balzac; le nostre concezioni moderne, anche tra i progressisti che si preoccupano della ineguaglianza crescente, tendono a conformarsi ai personaggi di Oliver Stone. Eppure si scopre che Gordon Gekko è sempre di più un archetipo passato di moda. E’ vero, è un predatore – ma è in gran parte un predatore che si è fatto da solo. E se individui del genere esistono ancora, l’élite economica è sempre di più composta dai loro figli e dalle loro figlie. Come ho osservato, sei dei dieci americani più ricchi, secondo Forbes, sono gli eredi dei Walton e dei Koch; ancora più in basso nella lista c’è una quantità di uomini anziani, che presto passeranno la loro ricchezza agli eredi.
Questo mi porta al secondo punto su Piketty, quello per il quale il suo lavoro rafforza grandemente il concetto che è possibile che ci si trovi dinanzi ad una spirale economico-politica dell’ineguaglianza, che è utilizzata per aumentare la concentrazione della ricchezza. Questa era una preoccupazione anche quando pensavamo di trovarci di fronte ad una dispersione in una generazione del successo economico. Ma diventa più di una preoccupazione quando si comprende che stiamo parlando della creazione di un ambiente favorevole al “capitalismo patrimoniale”, di un dominio sorretto da dinastie familiari.
E lasciatemi dire che mentre il centro del lavoro di Piketty è la sua analisi economica, la sua discussione sulla economia politica della ricchezza dinastica è una importante illuminazione aggiuntiva. Sono rimasto particolarmente colpito dal contrasto in qualche modo paradossale tra la Francia della Belle Époque e l’America dell’Età dell’Oro: una società concettualmente egualitaria nella quale ogni cosa che potesse sfidare i privilegi della ricchezza ereditaria era inaccettabile, contro una società che celebrava il successo finanziario ma nella quale era considerato ragionevole e rispettabile sostenere una elevata tassazione allo scopo esplicito di ridurre l’ineguaglianza. Mi sembra che abbiamo bisogno di un reale sapere – da parte di scienziati della politica, non (o non solo) di economisti – per comprendere quel contrasto, ed apprendere lezioni che ci potrebbero aiutare a rompere il ciclo del potere dinastico crescente cui assistiamo oggi.
Ebbene, questa è la mia meta analisi [2] delle ragioni per le quali Piketty ha provocato un tale sconquasso. Ma lasciatemi concludere dicendo qualcosa sulla ragione per la quale sono rimasto così sbalordito da questo libro. Naturalmente io condivido la sensazione generale che noi stiamo apprendendo qualcosa di molto importante sul passato e sul futuro dell’ineguaglianza. Ma c’è qualcosa d’altro: questa analisi non è solo importante, è anche (tecnicamente) molto bella. Piketty ci offre qualcosa di cui non sapevamo di aver bisogno – una profonda, elegante integrazione della teoria della crescita, del fattore della distribuzione del reddito e della distribuzione del reddito e della ricchezza tra le persone. Egli ci mostra anche (in un lavoro connesso, ma non presentato nel suo libro) come far discendere le potenti leggi che sappiamo governano la distribuzione del reddito e la ricchezza ai più alti livelli, e ci mostra come il rapporto tra tasso di rendimento del capitale e tasso di crescita [3] determini gli esponenti fondamentali.
E la mia ammirazione è soltanto resa più forte dalla mia pura e semplice, invidiosa [4] gelosia professionale. Che libro!
[2] Ovvero, soprattutto nella ricerca medica, un modo per integrare in una ricerca secondaria i dati provenienti da varie ricerche primarie.
[3] Il significato di “r” e di “g”.
[4] Nell’Otello il personaggio Jago paragona la gelosia ad un “green-eyed monster”, un mostro dagli occhi verdi.
aprile 15, 2014
Apr 15, 3:27 pm
Aha. I missed this, from Jürgen Stark, which is one of the most amazing things I’ve ever seen written by a former central banker:
It is likely we are living in an extended period of price stability. This is good news. It boosts real disposable income and will eventually support private consumption. Inflation expectations are well anchored, and there is no evidence households and companies are delaying purchases because of negative expectations. Warnings about outright deflation and calls for ECB action are misguided and irresponsible. The longer this discussion continues, and the more intense it becomes, the more likely the risk of a self-fulfilling prophecy.
So, Stark begins by asserting that low inflation boosts real disposable income. That’s a zero-credit answer on any undergraduate exam: yes, low inflation makes income gains higher for any given rate of increase in nominal income, but low inflation reduces the rate of nominal income growth one for one. The notion that an influential former monetary official doesn’t understand this is breathtaking.
Now, it’s not true that low inflation has no effect; it increases the real value of debt, which is contractionary because debtors cut spending more than creditors raise it, and it raises real interest rates when nominal rates are near the zero lower bound. But these are both demand-depressing effects.
Oh, and low overall European inflation makes the adjustment problem of debtor countries much worse, which Stark doesn’t even mention.
But the real kicker is the claim that even talking about the possibility of deflation is irresponsible, because that can turn into a self-fulfilling prophecy. That’s right: if inadequate ECB action leads Europe into a Japan-style lost decade or two, it’s the fault of all those critics who warned that this might happen; if only everyone had kept clapping, everything would have been OK.
I can understand why some policymakers would like to live in a world like that — a world in which, if critics say that their policies will fail, and then they do fail, it’s the critics’ fault. But it’s hard to imagine the state of mind of someone who would actually state that view in the FT.
Dar la colpa agli ambasciatori, versione euro.
Eccoci! Mi ero perso la frase seguente, a cura di Jürgen Stark, che è una delle cose più strabilianti che abbia mai visto scrivere da parte di un individuo che in precedenza era stato banchiere centrale:
“E’ probabile che si stia vivendo in un prolungato periodo di stabilità dei prezzi. Questa è una buona notizia. Essa rafforza il reddito reale disponibile ed alla fine sostiene il consumo privato. Le aspettative di inflazione sono ben stabilizzate, e non c’è nessuna prova che le famiglie e le imprese stiano rinviando spese a causa di aspettative negative. Le messe in guardia su una imminente deflazione e le richieste di iniziativa alla BCE sono fuorvianti ed irresponsabili. Più a lungo questo dibattito prosegue e più intenso diventa, più probabile è il rischio di una profezia che si autoavvera.”
Dunque, Stark prende le mosse dalla affermazione che la bassa inflazione sostiene il reddito reale disponibile. Questa è una risposta che provocherebbe una bocciatura ad ogni esame per studenti universitari: sì, la bassa inflazione avvantaggia il reddito per ogni determinato tasso di incremento nel reddito nominale, ma la bassa inflazione riduce il tasso di crescita del reddito nominale di pari entità. L’idea che un passato influente dirigente monetario non lo capisca, lascia senza respiro.
Ora, non è vero che la bassa inflazione non abbia effetti; essa accresce il valore reale del debito, la qualcosa ha effetti di contrazione perché i debitori tagliano le spese più di quanto i creditori le innalzino, ed aumenta i tassi di interesse reali quando i tassi di interesse nominali sono al limite inferiore dello zero. Ma questi sono entrambi effetti depressivi sulla domanda.
Infine, una inflazione complessivamente bassa rende il problema della correzione per i paesi debitori molto peggiore, della qual cosa Stark neanche parla.
Ma il vero colpo di grazia è la pretesa che persino il parlare della eventualità della deflazione sia irresponsabile, giacché potrebbe trasformarsi in una profezia che si autoavvera. Perfetto: se una inadeguata iniziativa della BCE porta l’Europa dentro uno o due decenni perduti sul modello del Giappone, la responsabilità sarà tutta di quei critici che hanno messo in guardia che ciò potesse accadere; se tutti semplicemente avessero continuato a batter le mani, ogni cosa sarebbe andata al suo posto.
Io posso capire perché ad alcuni uomini politici faccia piacere vivere in un mondo del genere – un mondo nel quale, se i critici dicono che le loro politiche faranno fallimento, e alla fine fanno davvero fallimento, la colpa è dei critici. Ma per la verità è difficile immaginare la condizione mentale di qualcuno che esprima quel punto di vista sul Financial Times.
aprile 15, 2014
Apr 15, 12:05 pm
Ben Casselman points out that we’ve had a sort of natural experiment in the alleged effects of unemployment benefits in reducing employment. Extended benefits were cancelled at the beginning of this year; have the long-term unemployed shown any tendency to find jobs faster? And the answer is no.
Let me parse this a bit more, and ask, how was it, exactly, that reduced benefits were supposed to encourage employment in the first place?
Making the unemployed miserable arguably increases labor supply, as workers become less choosy and more willing to take whatever job they can find. But the US labor market in 2014 isn’t constrained by supply, it’s constrained by demand: given what firms can sell, they have no need for as many hours of work as workers are willing to give.
So make the long-term unemployed more desperate; so what? They can’t do anything to increase the amount of work demanded, and in fact their reduced purchasing power reduces labor demand.
You might imagine that the long-term unemployed, through their desperation, might take jobs away from existing workers — but it’s not easy to see how that might work, and there’s no evidence that this is happening.
So the point is that as long as you understood that we have a demand-constrained economy, you knew that cutting off the unemployed would produce all pain, no gain. And your prediction was right.
Oh, and this constitutes another source of evidence that the “regular economics” extolled by Barro and others — that is, economics in which unemployment benefits must reduce employment because they’re “paying people not to work” — is just wrong in a depressed economy.
Offerta, domanda e sussidi di disoccupazione
Ben Casselman mette in evidenza che abbiamo avuto una sorta di esperimento naturale sugli effetti presunti dei sussidi di disoccupazione nella riduzione dell’occupazione. I sussidi prorogati furono cancellati agli inizi di quest’anno; i disoccupati a lungo termine hanno mostrato una qualche tendenza a trovare più velocemente posti di lavoro? E la risposta è no.
Lasciatemi analizzare un po’ di più la questione, e chiedere, in che modo, anzitutto, si supponeva che il taglio dei sussidi incoraggiasse l’occupazione?
Rendere i disoccupati disperati probabilmente accresce l’offerta di lavoro, dato che i lavoratori diventano meno esigenti e più disponibili ad accettare qualsiasi posto di lavoro trovino. Ma il mercato del lavoro degli Stati Uniti nel 2014 è limitato dalla domanda: considerato quello che le imprese possono vendere, esse non hanno bisogno di tante ore di lavoro quante i lavoratori sono disponibili ad offrire.
Così si rendono i disoccupati a lungo termine più disperati; e poi che accade? Essi non possono fare niente per aumentare la quantità di lavoro richiesta, e di fatto il loro ridotto potere di acquisto riduce la domanda di lavoro.
Ci si può immaginare che i disoccupati e lungo termine, per effetto della loro disperazione, tolgano posti di lavoro a lavoratori esistenti – ma non è facile vedere come questo possa funzionare, e non c’è alcuna prova che questo stia accadendo.
Dunque il punto è che per quanto si fosse compreso che avevamo un’economia limitata dalla domanda, si sapeva che liquidare i disoccupati avrebbe prodotto solo pene e nessun vantaggio. E tale previsione era giusta.
In conclusione: tutto questo fornisce un’altra prova che l’ “economia ortodossa” esaltata da Barro e da altri [1] – vale a dire, l’economia per la quale i sussidi di disoccupazione possono ridurre l’occupazione perché con essi si paga “la gente per non lavorare” – in una economia depressa, sono semplicemente sbagliati.
[1] Robert Joseph Barro è un macroeconomista americano di orientamento neoclassico, considerato tra i fondatori della scuola della “nuova macroeconomia classica” assieme a Lucas ed a Sargent. E’ nato nel 1944.
aprile 15, 2014
Apr 15, 11:37 am
Joe Romm draws our attention to the third slice of the latest IPCC report on climate change, on the costs of mitigation; the panel finds that these costs aren’t that big — a few percent of GDP even by the end of the century, which means only a trivial hit to the growth rate.
At one level this shouldn’t be considered news. It has been apparent for quite a while that given the right incentives we could maintain economic growth even while greatly reducing greenhouse gas emissions. But there is, in fact, some news that greatly strengthens the case that saving the planet would be quite cheap.
First, a word about the general principle here. Actually, for once I get to play “balanced” journalist, and bash both left and right. For there are some people on the left who keep insisting that economic growth is incompatible with reduced emissions, and that therefore we have to turn our backs on growth. Such people have no power, and therefore don’t do any real harm. Still, it’s worth pointing out that they have a much too narrow notion of what it means to have a growing economy. It doesn’t necessarily mean more stuff! It could be better stuff, or more services — and there are also choices to be made in how we produce and distribute stuff. There is absolutely no reason to believe in a one-for-one link between real GDP and greenhouse gases.
As a practical matter, the fallacies of the right are much more important — indeed, they may destroy civilization. What’s notable about right-wing commentary on the economics of emission reduction is how people on that side suddenly seem to change their views about the effectiveness of markets. Normally they extol the magic of the marketplace, which can brush aside all limits; but somehow they simultaneously believe that markets would be totally unable to cope with a carbon tax or a cap-and-trade system. Scarce resources are no problem; limited rights to pollute are catastrophic. It’s not hard to see the ulterior motives here, but it’s still peculiar.
In fact, you should be optimistic about the ability of a market economy to reduce emissions given the incentives. And now we know something new: the technological prospects for a low-emission economy have gotten dramatically better.
It’s kind of odd how little attention the media give to the solar revolution, but this is really huge stuff:
In fact, it’s possible that solar will displace coal even without special incentives. But we can’t count on that. What we do know is that it’s no longer remotely true that we need to keep burning coal to satisfy electricity demand. The way is open to a drastic reduction in emissions, at not very high cost.
And that should make us optimistic about the future, right? I mean, all that stands in our way is prejudice, ignorance, and vested interests. Oh, wait.
Sole nascente
Joe Romm attira la nostra attenzione sulla terza parte dell’ultimo rapporto del Comitato Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, relativa ai costi della mitigazione del fenomeno; il Comitato scopre che questi costi non sono così grandi – pochi punti percentuali del PIL persino alla fine del secolo, il che significa un effetto solo modesto sul tasso di crescita.
In un certo senso questa non dovrebbe essere considerata una novità. E’ apparso chiaro da un po’ che con gli incentivi giusti potremmo mantenere la crescita economica mentre si riducono fortemente le emissioni dei gas serra. Ma ci sono, in pratica, alcune novità che rafforzano grandemente la tesi secondo la quale salvare il pianeta potrebbe essere economico.
Anzitutto, a questo proposito una parola sui principi generali. In effetti, almeno in questa occasione mi comporterò come un giornalista “equanime”, e darò colpi sia a destra che a sinistra. Perché ci sono alcuni individui a sinistra che continuano a ritenere che la crescita economica sia incompatibile con la riduzione delle emissioni, e che di conseguenza si debba voltare le spalle alla crescita. Tali persone non hanno potere, e di conseguenza non provocano alcun danno effettivo. Eppure, merita mettere in evidenza che essi hanno una idea davvero troppo ristretta di cosa significhi avere una crescita economica. Non significa necessariamente avere più oggetti ! Potrebbe trattarsi di oggetti migliori, oppure di maggiori servizi – e ci sono pure scelte che si possono fare sui modi in cui produciamo e distribuiamo gli oggetti. Non c’è assolutamente alcuna ragione per credere in una relazione tra PIL reale e gas serra per la quale un punto dell’uno equivalga ad un punto dell’altro.
Da un punto di vista pratico, gli errori della destra sono molto più importanti – in effetti, essi possono distruggere la civilizzazione. Quello che è notevole rispetto ai commenti della destra sull’economia della riduzione delle emissioni è quanto le persone di quello schieramento all’improvviso sembrano modificare le loro opinioni in materia di efficacia dei mercati. Normalmente esaltano la magia del mercato, che può trascurare ogni limitazione; ma contemporaneamente in qualche modo credono che i mercati sarebbero completamente incapaci di far fronte ad una tassa sulla anidride carbonica o ad un sistema del tipo cap-and-trade [1]. Le risorse scarse non sono un problema; limiti al diritto di inquinare sono catastrofici. Non è difficile, in questo caso, constatare i motivi ulteriori, ma essi sono piuttosto strani.
Di fatto, si dovrebbe essere ottimisti sulla possibilità per una economia di mercato di ridurre le emissioni, dati gli incentivi. Ed ora ne sappiamo qualcosa in più: le prospettive tecnologiche per un’economia a basse emissioni sono diventate singolarmente migliori.
E’ piuttosto strano quanta poca attenzione i media diano alla rivoluzione solare, ma essa è per davvero una cosa grossa [2]:
Di fatto, è possibile che il solare sostituisca il carbone persino senza incentivi. Ma non possiamo contare su questo. Quello che sappiamo è che non è più neanche lontanamente vero che si abbia bisogno di continuare a bruciare carbone per soddisfare la domanda di energia elettrica. Ed è aperta la strada ad una drastica riduzione delle emissioni, a costi davvero non molto alti.
E ciò ci dovrebbe rendere ottimisti sul futuro, non è così? Voglio dire tutto quello che si mette di traverso è il pregiudizio, l’ignoranza e gli interessi costituiti. Non è detto, aspettate.
[1] Ovvero, un sistema mirante alla limitazione delle emissioni che si basa sulla definizione di un limite (“cap”) e sulla possibilità successiva di aprire un commercio tra le imprese, facendo diventare il rispetto o il superamento qualitativo di tale limite un valore, ed il non-rispetto un costo. Vale a dire che chi realizza buone prestazioni può “venderle” a chi non le realizza, per consentire a questi ultimi di continuare ad operare. In altre parole, ci sarebbero limiti e su quei limiti si avvierebbe una competizione economica reale, essendo interesse di tutti – almeno in teoria – di comportarsi nel migliore dei modi, per guadagnare ed evitare costi, ed anche – se virtuosi – di ‘rivendere’ i propri buoni risultati.
[2] La tabella successiva mostra il crollo dei costi dell’energia solare (il costo del singolo modulo) che è passato da 16 dollari per watt nel 1980 a 1 dollaro nel 2012, ed ormai si colloca praticamente nell’area di costo del carbone e del gas naturale (la banda grigia).
aprile 14, 2014
Apr 14, 6:18 pm
The CBO has issued its latest budget update, and as always it’s a very careful piece of work. But there is one thing really worth drawing attention to — not that the CBO is necessarily wrong, but it might be, and at any rate people should be aware of what’s driving the conclusions.
Here it is: the CBO’s projection has deficits quite low in the near term, but starting to widen a few years from now. What’s driving that move toward deficit? To an important extent it’s interest payments, which CBO has rising from 1.3% of GDP in 2014 to 3.3% of GDP in 2024.
Well, that’s what happens when you have ever-growing debt, right? The more you owe, the bigger the interest payments, and up it spirals, right?
Wrong.
CBO has debt rising only slightly as a share of GDP, from 74 percent in 2014 to 78 percent in 2024. Essentially all of that rise in interest burden reflects the assumption that the federal government’s borrowing costs will rise sharply as the economy normalizes. But meanwhile we have another careful organization, the IMF, declaring that there is a long-term downward trend in real interest rates, that secular stagnation is a real risk, and that rates not much higher than what we see now may be the new normal.
Who’s right? I’m with the IMF, but they and I could be wrong. The key point for now, however, is that the CBO hasn’t exactly found that deficits will start to rise in a few years; it has essentially assumed that they will rise, because it assumes that interest rates will rise much more than many economists, including those at the IMF, believe.
Tassi di interesse e previsioni di bilancio
Il Congressional Budget Office ha pubblicato il suo ultimo aggiornamento del Bilancio, ed è un lavoro davvero scrupoloso. Ma c’è una cosa sulla quale conviene davvero attirare l’attenzione – non che il CBO abbia necessariamente torto, ma non è impossibile, e in ogni caso le persone dovrebbero essere consapevoli di cosa motivi le loro conclusioni.
Ecco il punto: la previsione del CBO nel breve termine colloca i deficit abbastanza in basso, ma con un ampliamento che comincerebbe nei prossimi anni. Cosa starebbe determinando questo spostamento nella direzione del deficit? In rilevante misura i pagamenti degli interessi, che il CBO considera crescenti dall’1,3 % del PIL nel 2014 al 3,3 % del PIL nel 2024.
Ebbene, è quello che succede quando si ha un debito in continua crescita, no? Più si è in debito, più grandi sono i pagamenti per gli interessi, ed esso sale con una spirale, non è così?
Sbagliato.
Il CBO vede il debito crescere solo leggermente come percentuale del PIL, dal 74 per cento nel 2014 al 78 per cento nel 2024. In sostanza, tutta questa crescita dell’onere degli interessi riflette l’assunto che i costi dell’indebitamento del Governo Federale cresceranno bruscamente dal momento che l’economia si normalizzerà. Ma allo stesso tempo abbiamo un’altra organizzazione che opera con scrupolo, il Fondo Monetario Internazionale, che dichiara che è in atto una tendenza a lungo termine ad un abbassamento dei tassi di interesse, che la stagnazione secolare è un rischio reale, e che tassi non molto più elevati di quelli che osserviamo oggi potranno essere la nuova condizione normale.
Chi ha ragione? Io sto con il FMI, ma essi come il sottoscritto potrebbero aver torto. Il punto principale per il momento, tuttavia, è che il CBO non ha esattamente scoperto che i deficit cominceranno a crescere nel giro di pochi anni; ha essenzialmente supposto che cresceranno, perché ha supposto che i tassi di interesse cresceranno molto di più di quello che molti economisti, inclusi quelli del FMI, credono.
aprile 14, 2014
Apr 14, 8:08 am
The current state of public opinion on health reform is really peculiar. If you’ve been following the issue at all closely, you know that the Affordable Care Act is one of the great comeback stories of public policy: after a terrible start, it has dramatically exceeded expectations. But hardly anyone seems to know that.
It’s easy to understand how that happens for Fox-watchers and Rush-listeners, who are fed a steady diet of supposed Obamacare disaster stories. Remember this?
But the real story hasn’t even gotten through to many people who should know better.
Over the weekend I had dinner in NYC with some very smart, sophisticated people; yes, all of them liberals. And almost everyone in the group was under the impression that Obamacare is still going badly — they wanted me to tell them whether it could still be turned around.
Meanwhile, New York (which created its own exchange) is a huge success story: enrollment is 60 percent higher than federal projections, premiums have been cut in half.
An aside: New York was already a community-rating state, where insurers weren’t allowed to discriminate based on medical history. But the result of that system was that healthy people tended to stay out of the individual market, creating a bad risk pool that drove up rates. Now everyone has to be in, dramatically improving the risk pool. As such, the New York experiences demonstrates the essential role of the individual mandate for reform.
But anyway, back to the mystery: here we have smart, pro-reform people living in a state where reform is going really well. And they don’t know it!
In part this may reflect the Obama administration’s lackluster job so far in getting the word out. But it also, I think, reflects a persistent anti-ACA tilt in news coverage. In the final days of March I wrote about the de facto blackout on the obvious surge in enrollments; if you weren’t reading Charles Gaba and/or bloggers who followed him, you were in the dark about a huge developing story. And this tilt has continued.
Just FYI: the article I linked above, about the spectacular success of New York reform, was on page A16 …
La riforma sanitaria di Obama, l’ideale sconosciuto. Continuazione.
La situazione attuale della opinione pubblica in materia di riforma sanitaria è davvero peculiare. Se avete seguito la faccenda in modo proprio ravvicinato, saprete che la Legge sulla Assistenza Sostenibile è una delle storie di grande riscossa del governo della cosa pubblica: dopo un tremendo avvio, essa ha superato ogni aspettativa in modo spettacolare. Ma pare che tutti facciano fatica a riconoscerlo.
E’ facile capire come questo succeda per gli spettatori di Fox e per coloro che ascoltano Rush (Limbaugh) [1] alla radio, che sono stati alimentati sulla base di una dieta costante di racconti sul presunto disastro della riforma della assistenza di Obama. Ricordate questo? [2]
Ma la storia vera non è arrivata neppure alle persone che pur dovrebbero conoscere meglio le cose.
Nel corso del fine settimana ho avuto una cena a New York con alcune persone intelligenti ed evolute; sì, tutti progressisti. E quasi tutti in quel gruppo subivano l’impressione che la riforma della sanità di Obama stesse procedendo male – volevano che gli raccontassi se ancora potesse determinarsi una svolta.
Nel frattempo, New York (che aveva creato la sua propria “borsa sanitaria” [3]) è un racconto di pieno successo: le iscrizioni sono del 60 per cento più alte delle previsioni federali, i premi assicurativi hanno ricevuto una riduzione della metà.
Un inciso: New York aveva già una situazione di “valutazione comunitaria” [4], dove agli assicuratori non era consentito di discriminare sulla base delle patologie passate degli assistiti. Ma il risultato di quel sistema era che le persone tendevano a star fuori dal mercato individuale [5], determinando una stima complessiva del rischio negativa che alzava le aliquote delle polizze. Come tale, l’esperienza di New York dimostra il ruolo essenziale del coinvolgimento delle singole persone nella riforma. [6]
Ma in ogni modo, torniamo al mistero: in questo caso abbiamo persone intelligenti e favorevoli alla riforma che vivono in uno Stato nel quale la riforma sta andando davvero bene. E loro non lo sanno!
In parte questo dipende dal lavoro scialbo, sino a questo punto, della Amministrazione Obama nel diffondere le informazioni. Ma riflette anche, io penso, un persistente orientamento ostile alla riforma nelle cronache giornalistiche. Nei giorni finali di marzo io scrissi a proposito del sostanziale oscuramento della evidente crescita delle iscrizioni; se non stavate leggendo Charles Gaba [7] o i bloggers che lo seguono, eravate all’oscuro sui rilevanti sviluppi di quella vicenda. E questa ostilità è proseguita.
Solo per vostra informazione: l’articolo del quale ho sopra fornito la connessione [8] sullo spettacolare successo della riforma a New York, era a pagina A 16 …..
[2] Una immagine teletrasmessa su Fox News che, agli inizi del mese di marzo, metteva in evidenza il grande divario tra il risultato presunto al 27 di marzo di persone registrate nel nuovo sistema sanitario, e l’obbiettivo governativo annunciato in precedenza. In realtà, nei giorni successivi l’obbiettivo è stato raggiunto e superato.
[3] Ovvero, una sede nella quale si danno informazioni sulla riforma, si prende visione delle proposte assicurative e ci si iscrive. Alcuni Stati l’hanno messa su per conto proprio, altrimenti si accedeva a quella del sito informatico federale, che aveva notoriamente avuto un avvio molto difficoltoso.
[4] Ovvero, una stima dei costi assicurativi presunti – e dunque dei prezzi delle assicurazioni – che si basa su una valutazione media sugli individui di una intera comunità, e non sulle storie sanitarie personali.
[5] Suppongo che significhi il mercato al quale si rivolgono le persone singole, che è altra cosa dalla situazione nella quale sono le imprese a provvedere per la assicurazione dei propri dipendenti.
[6] Come abbiamo notato più volte, il “mandate” – ovvero la “delega” agli individui – significa che le persone hanno l’obbligo di acquistare la assicurazione sanitaria, la qualcosa assicura costi assicurativi medi ragionevoli (giacché, se fosse proseguita la prassi per la quale le persone più giovani ed in buona salute non acquistavano l’assicurazione, o la acquistavano con poca protezione, i costi medi sarebbero stati molto elevati e si sarebbe tornati alla situazione precedente, dove i più cagionevoli di salute subivano gravi discriminazioni). Il termine “mandate” ha un significato giuridico preciso (gli individui sono “delegati”, in un certo senso, a far funzionare un pezzo della riforma sanitaria), che noi semplifichiamo traducendolo con “coinvolgimento”.
[7] Gaba dirige un blog che in questi mesi si è specializzato nel dare informazioni dettagliate sull’andamento delle registrazioni al nuovo sistema sanitario, al punto che aveva da tempo previsto il positivo risultato di fine marzo.
[8] L’articolo del quale viene fornita la connessione è del New York Times, ed è evidente che Krugman si lamenta anche per l’atteggiamento in specie del principale giornale progressista americano (non tanto nella sezione dei commenti, che in buona parte è sempre stata coperta da Krugman stesso, quanto nelle cronache).