Blog di Krugman

Wall Street, la City e l’austerità (dal blog di Krugman, 12 aprile 2014)

 

Wall Street, The City, And Austerity

April 12, 2014, 10:11 am

Noah Smith, Simon Wren-Lewis, and I have in effect been having an intermittent, long-distance conversation about the role of the finance industry in promoting a view of our economic problems — one that emphasizes the dangers of deficits and monetary expansion — that has had a seriously damaging effect on policy. The question is why so many people in finance gravitate toward that view, and cling to it despite what is at this point overwhelming evidence that it’s wrong.

Wren-Lewis suggests that it was in large part about deflecting blame — that the financial industry was eager to shift attention away from its own role in creating crisis to the alleged role of fiscal profligacy. And I’m sure that was part of it. But I’d like to add a couple of other motives that seem, in my own experience, to have mattered.

One is the issue of stocks versus flows, which sounds obscure, but bear with me for a minute.

If you were listening to the deficit worriers from late 2009 right through until the summer of 2011, they were constantly asking “Who’s going to buy all those bonds we’re issuing?” And they kept arguing that while yes, someone was buying them now, those purchases will dry up any day now. In 2009 it was the argument that US Treasuries were being bought only through an unsustainable “carry trade”; in 2010-2011 it was only QE2 that was supporting bond prices; and so on.

Meanwhile, economists like me or Ben Bernanke were arguing that this was the wrong question: Asset prices mainly reflect the willingness of people to hold the stock of assets out there, not the flow of new assets being created, so that obsessing over who happened to be buying the flow today was wrong and created a false sense of fragility.

Events have largely confirmed the stock view. But why would finance people have leaned toward a flow view? One answer, I think, is that while demands for stocks are the big story, day-by-day movements in asset prices — movements that are usually just a fraction of a percent — do often reflect the order flow. And here’s the thing: while those day-to-day fluctuations aren’t important for economic policy, they’re all-important for traders trying to make money (which is why getting your trades in a millisecond before your rivals is a big business).

So finance guys were taking the kind of thing they worry about in their business, asset price movements driven by flows, and extrapolating it to macroeconomics, where it didn’t belong.

And this brings me to my second point: deficit scoldery, in addition to being in the class and industry interest of the scolds, was a way to assert the value of what they knew over the ideas of pointy-headed economists. Think about it: finance industry types know, or think they know, a fair bit about what goes on in markets — buyers and sellers, confidence, etc.. But here we were in a macroeconomic situation, the liquidity trap, which nobody in the West had seen for three generations.

And there were these guys with beards and cheap suits telling everyone that to understand what was going on you needed to know macroeconomic theory and a lot of musty old economic history. I suppose Wall Street and City guys could have decided to sit down and read textbooks and history books; yeah, right. It was much more natural for them to defend their turf, to declare that book learning was beside the point, that they knew markets and how markets worked and could tell you that those deficits were putting us in grave danger.

I don’t think that any of the reasons I’ve described are mutually exclusive. Ego, political interest, and personal interest all combined to encourage finance types to tell a story about the world that pushed governments toward austerity. And since nobody ever admits being wrong about anything, it just keeps happening.

 

Wall Street, la City e l’austerità

 

 

Noah Smith, Simon Wren-Lewis ed il sottoscritto, in sostanza, stiamo avendo un dibattito intermittente e a lunga distanza sul ruolo del sistema finanziario nel promuovere un determinato punto di vista sui nostri problemi economici – che enfatizza i pericoli dei deficit e della espansione monetaria – e che ha avuto effetti seriamente dannosi sulla politica. La domanda è perché tante persone nella finanza gravitino verso quel punto di vista, e restino incollati ad esso nonostante quella che, a questo punto, è una schiacciante evidenza della sua erroneità.

Wren-Lewis suggerisce che in larga parte ciò sia dipeso da uno sviamento della responsabilità – il settore della finanza era ansioso di spostare l’attenzione dal proprio ruolo nel produrre la crisi, verso il preteso ruolo della dissipazione della finanza pubblica. Ed io sono certo che questa sia una parte della spiegazione. Ma mi piacerebbe aggiungere un paio di altri motivi che, secondo la mia esperienza, sembra siano stati importanti.

Uno è il tema della ‘riserve’ contro i ‘flussi’, espressione che suona oscura, ma abbiate pazienza assieme a me per un attimo.

Se prestavate ascolto agli ‘ansiosi’ del deficit dall’ultima parte del 2009 sin proprio per tutta l’estate del 2011, essi chiedevano in continuazione: “Chi comprerà tutti questi bond che stiamo emettendo?” E continuavano a sostenere che mentre, in effetti, qualcuno sul momento li stava acquistando, quegli acquisti si sarebbero prosciugati di lì a poco. Nel 2009 l’argomento era che i buoni del Tesoro statunitense venivano acquistati soltanto attraverso un insostenibile “carry trade[1]; nel 2010-2011 l’argomento era che la seconda versione della “facilitazione quantitativa” [2] stava sostenendo i prezzi delle obbligazioni; e così via.

Nel frattempo, economisti come me o come Ben Bernanke sostenevano che quella era la domanda sbagliata: i prezzi degli asset principalmente riflettevano la volontà delle persone di tenere le riserve degli asset in circolazione, non il flusso del nuovi asset che venivano creati, cosicché l’ossessione di chi fosse destinato ad acquistare il flusso in un determinato momento era sbagliata e determinava una falsa sensazione di fragilità.

Gli eventi hanno ampiamente confermato quel punto di vista sulle ‘riserve’. Ma perché le persone del sistema finanziario tendevano verso il punto di vista del ‘flusso’? Una risposta, penso, è che mentre le richieste per le riserve sono la storia principale, i movimenti giorno per giorno nei prezzi degli asset – movimenti che normalmente sono solo una frazione di un punto percentuale – riflettono spesso il flusso degli ordinativi. E qua è il punto: mentre quelle fluttuazioni del giorno per giorno non sono importanti per la politica economica, esse sono del tutto importanti per gli operatori che cercano di far soldi (e questa è la ragione per la quale avere i vostri scambi in un millesimo di secondo prima dei vostri rivali è un grande affare).

Dunque, gli individui della finanza prendono il genere di cosa della quale si preoccupano nei loro affari, i movimenti dei prezzi degli asset determinati dai flussi, e la estrapolano al livello della macroeconomia, con cui non ha a che fare.

E questo mi conduce al secondo punto: l’attitudine a prendersela con i deficit, oltre ad esser propria della classe e dell’interesse di settore di coloro che si lamentano, era un modo per affermare il valore delle cose che essi conoscevano di contro alle idee degli intellettuali presunti esperti di economia. Si rifletta su questo: i soggetti del settore finanziario sanno, o pensano di sapere, un bel po’ di cose di quello che accade sui mercati – compratori e venditori, fiducia, etc. Ma qua siamo in una situazione macroeconomica, la trappola di liquidità, che non si era vista in Occidente da tre generazioni.

E ci sono questi tizi con la barba e con vestiti di poco prezzo che raccontano a tutti che per capire cosa sta succedendo c’è bisogno della teoria macroeconomica e di un bel po’ di ammuffita vecchia storia dell’economia. Posso ipotizzare che gli individui di Wall Street e della City avrebbero potuto decidere di sedersi e di mettersi a leggere i libri di testo di economia e quelli di storia; sì, giusto! Ma era molto più naturale per loro difendere il loro spazio, dichiarare che leggere i libri non c’entrava niente, che essi conoscevano i mercati e come i mercati funzionavano e potevano spiegarvi che quei deficit ci stavano mettendo in grave pericolo.

Non penso che ognuna delle ragioni che sto descrivendo escluda l’altra. L’autostima, l’interesse politico e l’interesse personale si sono messi insieme per incoraggiare i soggetti della finanza a raccontare una storia sul mondo che imponeva ai Governi l’austerità. E dal momento che nessuno ammette mai di aver torto su niente, è quello che continua a succedere.



[1] Il carry trade è la pratica speculativa consistente nel prendere a prestito del denaro in paesi con tassi di interesse più bassi, per cambiarlo in valuta di paesi con un rendimento degli investimenti maggiore in modo sia da ripagare il debito contratto sia da ottenere un guadagno con la medesima operazione finanziaria (Wikipedia).

[2] Per “quantitative easing” o QE, vedi le note sulla traduzione.

All’estero e sotterrati (dal blog di Krugman, 11aprile 2014)

aprile 11, 2014

 

Apr 11, 5:09 pm

Offshore and Underground

I had lunch with Gabriel Zucman today, co-author of the startling new paper (pdf) showing that the concentration of wealth at the very top — the 0.1% — is fully back to Gilded Age levels.And he pointed me to another paper that flew under my, and I suspect other peoples’, radar: his demonstration that a lot of wealth at the top is held in offshore tax havens (pdf).

You might have suspected that already, but it’s one thing to rely on anecdotal evidence, another thing to find the clear footprint of underground money in official statistics. What Zucman points out is that we have international data on investment positions, with each country reporting its assets abroad and foreign-owned assets at home. But the numbers don’t add up: globally, liabilities are substantially larger than assets. That’s mathematically impossible, but Zucman shows that it’s what will appear in the statistics if a lot of money is run through offshore havens, so that the ownership doesn’t show up in anyone’s national statistics. And he uses other data and information to show that this is by far the most compelling explanation.

I think this is telling us something important about how the world really works. There was a flurry of interest in the offshore haven issue when Mitt Romney’s Cayman Islands accounts; a bit more interest when Cyprus hit the wall, and the question of what it was doing arose. But the issue keeps receding, I think due to a sense that it’s somehow trivial, a matter of a few Russians and maybe a handful of our own wealthy.

In reality, however, it’s almost surely a much bigger deal than that. At the commanding heights of the US economy, hiding a lot of one’s wealth offshore is probably the norm, not the exception.

 

All’estero e sotterrati

 

Oggi ho pranzato con Gabriel Zucman, il coautore del nuovo sorprendente saggio (disponibile in pdf) che mostra che la concentrazione della ricchezza nello 0,1 per cento dei più ricchi è pienamente tornata ai livelli dell’ Età dell’Oro. Ed egli mi ha indicato un altro saggio che doveva esser finito fuori dalla portata del mio radar, e sospetto anche di altri: la sua dimostrazione che una gran parte della ricchezza ai livelli più elevati sia detenuta nei paradisi fiscali all’estero (disponibile in pdf).

Potreste averne già avuto il sospetto, ma una cosa è basarsi su un fondamento aneddotico, altra cosa è trovare la chiara impronta di capitali sotterranei nelle statistiche ufficiali. Quello che Zucman mette in evidenza è che possediamo i dati internazionali sulle collocazioni degli investimenti, ed ogni paese resoconta i suoi asset all’estero e gli asset di proprietà straniera in patria. Ma questi numeri non quadrano: le passività sono sostanzialmente più ampie degli asset. Questo è matematicamente impossibile, ma Zucman dimostra che è quello che appare nelle statistiche allorquando una grande quantità di denaro è gestita attraverso i paradisi fiscali, in modo tale che i proprietari non compaiano in nessuna statistica nazionale. Ed egli usa altri dati ed informazioni per mostrare che questa è di gran lunga la spiegazione più convincente.

Io penso che questo ci racconti qualcosa di importante su come il mondo funziona realmente. C’è stata una spruzzata di interesse sul tema dei paradisi offshore a proposito dei conti correnti alle Isole Cayman di Mitt Romney; un po’ più di interesse quando Cipro toccò il fondo, e si sollevò la domanda di cosa stesse accadendo. Ma il tema ha cominciato ad affievolirsi, credo in conseguenza della sensazione che fosse qualcosa di secondario, una faccenda di pochi russi e forse di una manciata di ricchi di casa nostra.

In realtà, tuttavia, è quasi certamente una faccenda assai più grande. Ai posti di comando delle vette dell’economia statunitense, nascondere un bel po’ di ricchezza all’estero è probabilmente la norma, non l’eccezione.

Il ritorno dell’austerità espansiva (dal blog di Krugman, 11 aprile 2014)

aprile 11, 2014

 

Apr 11, 9:21 am

The Return of Expansionary Austerity

Here we go again. There’s now a full-court press of the usual suspects claiming that the recovery in the UK proves that fiscal austerity isn’t contractionary after all, that the IMF had it all wrong, and so on.

Jonathan Portes has an extended takedown; but the simple version is that the Cameron government did a lot of fiscal contraction in 2010 and 2011, but then slowed the pace of consolidation dramatically. Unfortunately, uncertainty over how big the UK’s output gap really is makes it hard to agree on a measure of fiscal policy, but just about every measure does indeed show austerity tapering off sharply after 2011. Here, for example, is real government non-interest spending:

z 12

 

 

 

 

 

 

 

 

European Commission

So the UK government did a lot of austerity, then stopped doing more, and the economy began to grow thereafter. Does this vindicate expansionary austerity? To use an analogy I’ve used before, if I keep hitting myself in the head with a baseball bat, and then I stop, I will start to feel better; this doesn’t mean that hitting yourself in the head with a baseball bat is a good thing.

If you read Portes’s piece, you’ll see that Osborne et al are engaging in some sophistry here, claiming that the government has never changed its plan, so it’s still on Plan A. That’s a very dubious claim, but in any case it’s irrelevant to the macroeconomic argument. The fact is that the UK has done much less fiscal consolidation since 2012 than it did in the previous two years — so the fact that the economy has perked up since then is actually a vindication of Keynesian claims, whatever the government’s intentions.

Needless to say, I don’t expect any of this to make dent in austerian views.

 

Il ritorno dell’austerità espansiva

 

Ci risiamo. C’è ora un pressing a tutto campo da parte dei soliti noti che sostengono che la ripresa nel Regno Unito dimostra che l’austerità della finanza pubblica non ha dopo tutto effetti di contrazione, che il Fondo Monetario Internazionale ha sbagliato tutto, e via di seguito.

Jonathan Portes smonta quella tesi in una ampia analisi; ma la versione in poche parole è che il Governo di Cameron operò una contrazione della finanza pubblica nel 2010 e nel 2012, ma poi rallentò il passo del consolidamento in modo spettacolare. Sfortunatamente, l’incertezza su quanto grande sia realmente il differenziale del prodotto del Regno Unito, rende davvero difficile concordare su una misura della politica finanziaria pubblica, ma ogni misurazione praticamente mostra che l’austerità è stata attenuata bruscamente dopo il 2011. Qua, ad esempio, l’evoluzione della spesa pubblica reale senza gli interessi:

z 12

 

 

 

 

 

 

 

 

Commissione europea

 

Dunque, il Governo del Regno Unito provocò molta austerità, poi si fermò nel produrne di ulteriore, e di conseguenza l’economia cominciò a crescere. Tutto questo risarcisce la tesi dell’austerità espansiva? Per utilizzare una analogia che ho usato in precedenza, se continuo a sbattermi la testa con una mazza da baseball, e poi mi fermo, comincerò a star meglio; ma questo non comporta che picchiarsi in testa con una mazza da baseball sia una cosa buona.

Se leggete il pezzo di Portes, vedrete che Cameron e colleghi in questo caso si stanno impegnando in un sofisma, sostenendo che il Governo non ha mai cambiato i suoi programmi, che si tratta ancora del Piano A. E’ una tesi molto dubbia, ma è in ogni caso irrilevante dal punto di vista macroeconomico. Il fatto è che il Regno Unito ha avuto un consolidamento della finanza pubblica molto minore a partire dal 2012 di quello dei due anni precedenti – dunque, il fatto che l’economia si sia tirata su a partire da quel punto è una conferma delle tesi keynesiane, a prescindere dalle intenzioni del Governo.

Non è il caso di aggiungere che non mi aspetto che questo modifichi di una virgola i punti di vista dei patiti dell’austerità.

 

Germogli verdastri nell’Europa meridionale (assolutamente per esperti) (blog di Krugman, 10 aprile 2014)

aprile 10, 2014

 

Apr 10, 12:42 pm

Greenish Shootlets in Southern Europe (Implicitly Wonkish)

 

There are hints of recovery in some of Europe’s austerity-stricken economies. Even Greece is finally showing some signs of an uptick. And you know one thing is going to happen: some people will say, “See — growth despite austerity! Krugman and the Keynesians were wrong!”

What’s interesting is that at the very same time other people (or in some cases, I think, the same people) are pointing to the lack of recovery in the United States and declaring “This has gone on so long that it can’t be cyclical. Krugman and the Keynesians are wrong!”

So whatever happens, I’m proved wrong. So it goes.

But what we should really be doing, of course, is asking what the models (not the person) predicts. And I want to enlarge on some points I made last fall.

Back then I pointed out that textbook macroeconomics says that economies will eventually self-correct from adverse demand shocks, including those created by fiscal austerity. And I do mean textbook: from the World’s Best Principles Book,

z 10

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The idea is that high unemployment produces gradually falling wages and prices, and that the economy slides down the aggregate demand curve until full employment is restored in the long run. The problem is that this is the long run in which we are all dead — that is, the cost in output lose and lives ruined may be immense by the time you finally get there.

Beyond that, I noted that in a liquidity trap it’s hard to see why aggregate demand should slope down. The usual channel through which lower prices increase demand, via an increased real money supply and lower interest rates, doesn’t work; meanwhile a worsened burden of debt means that a falling price level probably reduces demand. So the aggregate demand curve slopes the “wrong” way, and the auto-correct mechanism doesn’t work:

z 11

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The paradox of flexibility

 

But wait: this is an analysis for a closed economy, or more realistically, for an economy with a floating exchange rate. What if you’re Greece, with a fixed exchange rate (because you have no currency of your own) vis-a-vis a much larger currency area? IN that case falling wages and prices make you more competitive, so that the aggregate demand curve probably slopes down after all, for different reasons.

So we would expect deflation in Greece eventually to produce recovery, even in a totally Keynesian framework. The point, however, is that the cost of austerity and currency rigidity has been immense, and will continue to be immense for years even if GDP is finally growing again.

 

Germogli verdastri nell’Europa meridionale (assolutamente per esperti)

 

 

Ci sono segni di ripresa in alcune economie afflitte dall’austerità dell’Europa. Persino la Grecia sta alla fine mostrando alcuni segni di miglioramento. E voi sapete cosa sta per accadere. Alcuni diranno: “Vedete, la crescita nonostante l’austerità! Krugman ed i keynesiani avevano torto!”

La cosa interessante è che proprio contemporaneamente altre persone (o, in qualche caso, io penso le stesse persone) si riferiscono alla mancanza di ripresa negli Stati Uniti e dichiarano: “Sta andando avanti da così tanto tempo che non può essere ciclica. Krugman ed i keynesiani avevano torto!”

Dunque, qualsiasi cosa accada, si dimostra che io sbaglio. E’ così che va.

Ma quello che davvero dovremmo fare, naturalmente, è chiedersi cosa prevedono i modelli (non gli individui). E intendo ampliare alcuni concetti che avanzai lo scorso autunno [1].

Allora misi in evidenza che i libri di testo di macroeconomia dicono che le economie alla fine si correggono dopo negativi shocks derivanti dalla domanda, compresi quelli determinati dalla austerità delle finanza pubblica. E intendo davvero i libri di testo. Ecco cosa risulta dal World’s Best Principles Book [2]:

 z 10

 

 

 

 

 

 

 

 

L’idea è che una elevata disoccupazione produca gradualmente una caduta dei salari e dei prezzi, e che l’economia lasci andare verso il basso la curva della domanda aggregata finché, nel lungo periodo, la piena occupazione non è ripristinata. Il problema è che quello è il lungo periodo nel quale siamo tutti morti – ovvero, che il costo in produzione perduta ed in vite rovinate può essere immenso, considerato il tempo che serve per arrivarci.

Oltre a ciò, io osservai che in una trappola di liquidità è difficile vedere il motivo per il quale la domanda aggregata dovrebbe tendere verso il basso. Il canale consueto attraverso il quale prezzi più bassi accrescono la domanda, attraverso una accresciuta offerta reale di denaro e tassi di interesse più bassi, non funziona; nel contempo un peggiorato peso del debito comporta che un livello dei prezzi in discesa probabilmente riduce la domanda. Dunque, la curva aggregata della domanda inclina nel modo “sbagliato”, ed il meccanismo di autocorrezione non funziona [3]:

z 11

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il paradosso della flessibilità

 

 

Ma aspettate: questa è una analisi per una economia chiusa, o più realisticamente per una economia con tassi di cambio fluttuanti. Cosa accade se siete come la Grecia, con un tasso di cambio fisso (perché non avete una vostra propria valuta) a fronte di una area valutaria molto più ampia? In quel caso salari e prezzi che calano vi rendono più competitivi, cosicché la curva della domanda aggregata alla fine tende verso il basso, per ragioni diverse.

Dunque, alla fine per produrre ripresa ci si potrebbe aspettare la deflazione in Grecia, anche in uno schema interamente keynesiano. Il punto, tuttavia, è che il costo dell’austerità e della rigidità della valuta sarà stato enorme, e continuerà ad essere enorme per anni anche se il PIL riprenderà a crescere.

 



[1] La connessione nel testo inglese è con un post dell’8 settembre 2013, che è tradotto in questo blog. Il titolo era “L’autocorrezione non funziona (per esperti)”.

[2] Proviamo a leggere la successiva spiegazione di Krugman, traducendo la figura dall’inglese. Sulla linea delle ordinate (verticale) si ha il livello aggregato dei prezzi; su quella orizzontale delle ascisse il PIL reale. Il punto di partenza (1) è lo shock iniziale della domanda. Lo si definisce shock perché, come è accaduto nella crisi del 2008, alla sua origine ci sono fenomeni improvvisi, come lo scoppio di una bolla immobiliare e nel settore finanziario che spinge i soggetti economici privati a ridurre il rapporto di indebitamento, e dunque a ridurre gli investimenti ed i consumi; così si ha la diminuzione della domanda, che si può leggere nello spostamento della domanda aggregata (AD 1) nella nuova posizione (AD 2). L’effetto di quella diminuzione è una diminuzione del livello aggregato dei prezzi e del prodotto aggregato. Il fenomeno è rappresentato dal passaggio tra E1 ed E2, uno spostamento verso il basso e verso sinistra (e dunque verso un livello dei prezzi più basso e verso un PIL reale minore). Questo spostamento si colloca sulla linea (color rosa) SRAS 1 (che significa “Offerta aggregata di breve periodo”). Ma quando quella tendenza alla diminuzione dei livello dei prezzi (e dei salari) finisce con l’incontrare la linea arancione LPAS (che significa “offerta aggregata di lungo periodo”) e che indica quale sarebbe l’evoluzione nel lungo periodo dell’offerta sulla base del prodotto potenziale di un paese (il punto Y1), evidentemente ci saranno condizioni di una maggiore competitività. A quel punto, dunque l linea della “offerta aggregata di breve periodo” (ora SRAS2) potrà riprendere a salire e ci sarà, appunto, la ripresa.

Però Krugman osserva, ed osservava già nel post del 2013, che questa teorica evoluzione – in una condizione di trappola di liquidità – non funziona più in quel modo. E questo è spiegato nella figura 2.

 

[3] Come si nota, a differenza dalla figura precedente lo spostamento della linea della ‘domanda aggregata’ da AD1 ad AD2, ora non comporta più che si proceda verso destra sulla linea orizzontale (ovvero verso un maggiore PIL reale).  La domanda inclina  ora nel modo ‘sbagliato’, per effetto della trappola di liquidità. Si ha una riduzione dei prezzi e dei salari, ma si è ancora lontani da una inversione di tendenza nel PIL e da una sua crescita Ovvero, si potrebbe dire, per effetto di una tendenza a tenere bassi ben oltre il breve periodo investimenti e consumi, e a preferire il possesso liquido del denaro all’investimento ed al consumo. Effetto che non può essere corretto dalla politica monetaria, ovvero da tassi di interesse più bassi, perché i tassi di interesse sono già prossimi allo zero e non possono essere abbassati ulteriormente.  E, se tutto questo avviene in un paese al quale si impongono politiche di austerità e che non può svalutare la sua moneta perché non ha una moneta propria, aderendo ad un’area valutaria più grande come nel caso dell’euro, è ancora più difficile e più lungo entrare in una ripresa.

Quando segni di ripresa ci saranno, in ogni caso, si sarà finiti ad un punto del PIL reale molto basso (molto verso sinistra) e non sarà affatto rapido tornare al potenziale del prodotto (che nella figura precedente era il punto Y1) che si aveva prima che la crisi cominciasse. Prima o poi si perverrà ad una condizione di “lungo periodo”, ma si tratterà, come scriveva Keynes, del lungo periodo nel quale siamo tutti morti, ovvero nel quale i danni sono stati tali da non poter più essere cancellati facilmente.

Bassa inflazione ed illusioni strutturali (per esperti) (dal blog di Krugman, 9 aprile 2014)

aprile 9, 2014

 

Apr 9, 11:18 am

Low Inflation and Structural Illusions (Wonkish)

The suggestion that only the short-term unemployed matter for wage determination, that the long-term unemployed have been written off, is rapidly congealing into orthodoxy. And it might be true. But I’m with Mike Konczal here: it’s far from being a well-established fact. Mike argues that to the extent it was true at all, it was a temporary phenomenon, and that more recent data don’t support the claim. I’d make a different (although not necessarily conflicting) argument: a lot of the supposed evidence comes from applying Phillips curves estimated over periods of moderate to high inflation, and there are good reasons to believe that such estimates misbehave at low inflation.

If you look at the figures Mike extracts from Krueger et al (pdf), they show “accelerationist” Phillips curves: unemployment determines not the rate of change of prices or wages, but the change in the rate of change. The idea is that recent inflation gets built into expectations and hence establishes a new baseline for each year’s short-run tradeoff.

But we know that there is strong evidence for downward nominal wage rigidity, which is binding for many workers at low inflation; we are constantly told that these days inflation expectations are “anchored”; and we know from historical experience with prolonged large output gaps (PLOGs) that countries very rarely go into actual deflation. All of this suggests that using a wage or price equation estimated over the 70s and early 80s could be very misleading if applied to today’s environment.

In fact, I’ve pointed out in the past that if you restrict yourself to Great Moderation-era data, what you seem to find is an old-fashioned, non-accelerationist Phillips curve. Furthermore, recent experience is consistent with that curve. Here’s the rate of growth of nonsupervisory wages:

z 98

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I’d like to see someone do some more formal testing here, estimating Phillips curves on some rolling basis. My strong bet is that the coefficient on lagged inflation, which is forced to be 1 in the Krueger et al work, “wants” to be a lot less than 1 in recent decades.

My point is that we may well be mistaking the normal behavior of a low-inflation, depressed economy for a structural rise in the natural rate of unemployment.

PS: The Beveridge curve, widely taken as a sign of structural unemployment, seems to be normalizing.

 

Bassa inflazione ed illusioni strutturali (per esperti)

 

Il suggerimento che solo i disoccupati a breve-termine contino per la determinazione dei salari, che i disoccupati a lungo termine siano stati cancellati, si sta rapidamente consolidando in ortodossia. E può esser vero. Ma in questo caso sono con Mike Konczal: è lungi dall’essere un fatto ben accertato. Mike sostiene che nella misura in cui fosse un fatto del tutto vero, sarebbe un fenomeno temporaneo, ed inoltre che i dati più recenti non sono a sostegno di quella tesi. Avanzerei un argomento diverso (seppur non in conflitto): un bel po’ delle supposte prove derivano dalla applicazione delle curve di Phillips [1] che vengono stimate nei periodi da moderata ad elevata inflazione, e ci sono buone ragioni per credere che tali stime non si comportino adeguatamente nei periodi di bassa inflazione.

Se guardate alle tabelle che Mike estrae da Krueger ed altri (disponibile in pdf), esse mostrano curve di Phillips “accelerative”: la disoccupazione determina non il tasso di cambiamento dei prezzi e dei salari, ma il cambiamento nel tasso di cambiamento. L’idea è che la recente inflazione si costruisca nelle aspettative e di conseguenza stabilisca una nuova base di partenza per il bilanciamento di breve periodo di ogni anno.

Ma noi sappiamo che ci sono forti testimonianze della rigidità verso il basso dei salari nominali, che è vincolante per molti lavoratori in condizioni di bassa inflazione; c’è stato detto continuamente che le aspettative di inflazione di questi tempi sono “ancorate”; e sappiamo dall’esperienza storica degli ampi differenziali di prodotto che durano nel tempo che i paesi molto raramente finiscono in una effettiva deflazione. Tutto questo suggerisce che utilizzare una equazione dei salari o dei prezzi stimata nel corso degli anni ’70 e dei primi anni ’80 potrebbe essere molto fuorviante, se applicato alle condizioni di oggi.

Di fatto, ho messo in evidenza in passato che se ci si delimita ai dati dell’epoca della Grande Moderazione, quello che pare si scopra è una curva di Phillips vecchio stampo, non accelerativa. In aggiunta, l’esperienza recente è coerente con quella curva. Ecco il tasso di crescita dei salari degli addetti senza funzioni di supervisione:

z 98

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi piacerebbe vedere qualcuno fare qualche prova in modo più formale in questo caso, stimando le curve di Phillips su una base in movimento. Sono pronto a scommettere che il coefficiente su una inflazione che resta indietro, che viene costretto al livello di 1 nel lavoro di Krueger ed altri, avrebbe una chiara necessità di collocarsi un bel po’ sotto il livello di 1 nei decenni recenti.

La mia opinione è che è probabile che stiamo tutti fraintendendo il normale comportamento di una bassa inflazione, di una economia depressa a causa di una crescita strutturale del tasso naturale di disoccupazione.

 

PS: la curva di Beveridge [2], generalmente considerata come un segno di disoccupazione strutturale, sembra si stia normalizzando.



[1] Vedi la lunga spiegazione (desunta da Wikipedia) nelle note sulla traduzione.



[2] William Beveridge fu economista e sociologo, nonché autore di una famosissimo rapporto  che nel dopoguerra costituì la base per la costruzione della Stato Sociale britannico, da parte dei governi laburisti. La “curva di Beveridge” indica la relazione tra la disoccupazione ed i posti di lavoro disponibili. Come si vede dalla figura, l’asse verticale è dato dalla disponibilità di posti di lavoro espressa come percentuale della forza lavoro complessiva, mentre l’asse orizzontale indica il tasso di disoccupazione.

z 99

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sembra logico che più il tasso di disoccupazione cresce (si sposta verso destra), minore sia la quantità di posti di lavoro disponibili. Ma c’era sino a non molto tempo fa un mistero  di cui parlava un post di Krugman del 1 luglio 2013. Il mistero è leggibile nella figura, considerando che essa rappresenta il periodo complessivo degli ultimi 12 anni e che i punti rossi, nella loro sequenza, indicano l’evoluzione dei posti di lavoro disponibili dall’anno 2009 all’anno 2013. Sembrerebbe dunque che la disponibilità di posti di lavoro, pure a livelli comprensibilmente inferiori rispetto ai primi anni 2000, stia nel periodo più recente risalendo nonostante che il tasso di disoccupazione sia in questi anni aumentato.

Ebbene, parrebbe che questa anomalia stia scomparendo.

Stagnazione senza fine, e così sia (per esperti) (9 aprile 2014)

aprile 9, 2014

 

Stagnation Without End, Amen (Wonkish)

April 9, 2014, 8:03 am

In 1938 Alvin Hansen, who did more than anyone else to bring Keynesian economics to America, gave a landmark speech to the American Economic Association. (The speech is behind a paywall, but Tim Taylor has a good summary here.) In it, he made the case for “secular stagnation” — a persistently depressed economy. His arguments were pretty good, too: slow population growth and slow technological progress, he argued meant low investment demand — and even very low interest rates wouldn’t be enough to make up for the shortfall.

Incidentally, for those who believe that the new interest in secular stagnation vindicates arguments like those of Greider, notice that technological progress in the secular stagnation story has the opposite sign; instead of worrying that rapid technological progress will destroy jobs, secstaggers (we are going to need a word!) worry that slow technological progress will mean not enough investment demand.

Of course, it didn’t happen at the time; but many people took the wrong conclusion from Hansen’s failed prediction. They took it to mean that secular stagnation could not happen in real life, that the magic of the marketplace would always find a way to restore full employment. But given what actually happened — a baby boom and a wave of productivity growth that Hansen failed to anticipate — his theory never got a real test.

Moreover, you could very much argue that Japan since the 1990s fits Hansen’s story quite well. Stagnating population? Check. Slowing technological progress? Well, not so clear cut, but certainly Japan didn’t progress after 1990 the way it did before. Persistently depressed economy? Oh yes.

And now we’re talking about the same thing for advanced western economies. And this time the theory is getting more explicit: Eggertsson and Mehrotra (pdf and very wonkish) have an excellent paper showing how this can happen.

There are two things I really like about the EM paper. First, it shows that I was wrong. Second, it shows that I was right.

On the wrongness side of the ledger: In my original Japan piece (pdf), I offered a little model of a liquidity trap in which, for simplicity, I assumed infinitely-lived agents. This was a gadget, not a fundamental assertion — that is, it was a way to push aside complexities I din’t think were central to the logic. The rest of the literature has followed the same path of least mathematical resistance.

As Eggertsson and Mehrotra point out, however, this approach effectively rules out anything like secular stagnation: the real interest rate eventually must equal the discount rate of whichever players matter on the margin. So a liquidity trap has to be a temporary phenomenon driven by a temporary shock. Since this fitted in with what policymakers wanted to hear, and with the general presumption that Hansen-type stories can’t be right, it went largely unquestioned.

But EM show that once you have overlapping generations, you can indeed have secular stagnation. So this is kind of an object lesson in how strategic simplifications in modeling — which are necessary! — can lead you to overlook important possibilities.

On the other hand, EM confirm my hypothesis of a timidity trap: while an inflation target, if believed, can bootstrap you out of secular stagnation, it has to be a sufficiently bold target. Announce your commitment to 2 percent inflation when the economy needs 4, and nothing happens.

I need to work a lot more on the mechanics of this paper; I’m wondering in particular whether there is a possibility of sustaining the economy with permanent fiscal expansion.

But important stuff.

 

Stagnazione senza fine, e così sia (per esperti)

 

Nel 1938 Alvin Hansen, che fece più di chiunque altro per portare il pensiero economico keynesiano in America, tenne un discorso epocale alla American Economic Association (il testo si può aprire a pagamento, ma Tim Taylor ha in questa connessione un buon sommario). In esso avanzò la tesi della “stagnazione secolare” – una economia persistentemente depressa. Anche i suoi argomenti erano abbastanza giusti: una lenta crescita della popolazione ed un lento progresso tecnologico, egli sostenne, comportavano una bassa domanda di investimenti – e persino bassi tassi di interesse non sarebbero stati sufficienti a compensare il declino.

Tra parentesi, per coloro che credono che il nuovo interesse per la stagnazione secolare faccia giustizia di argomenti come quelli di Greider [1] , si noti che il progresso tecnologico ha un segno opposto nella spiegazione della stagnazione secolare; piuttosto di preoccuparsi che il rapido progresso tecnologico distrugga posti di lavoro, gli “stagnazionisti secolari” [2] (avremo bisogno di inventare un nome!) si preoccupano che il lento progresso tecnico comporti una domanda di investimenti non sufficiente.

Naturalmente, in quell’epoca non accadde; ma molte persone trassero la conclusione sbagliata dal mancato avverarsi delle previsioni di Hansen. Essi ne dedussero che la stagnazione secolare non poteva avvenire nel mondo reale, che la magia del mercato avrebbe sempre trovato un modo per ripristinare la piena occupazione.

Ma, dato quello che realmente avvenne – una esplosione delle nascite ed un’ondata di crescita della produttività che Hansen non aveva previsto – la sua teoria non superò mai la prova dei fatti.

Inoltre, si potrebbe ampiamente sostenere che l’esperienza del Giappone dagli anni ’90 si adatti molto bene al racconto di Hansen. Stagnazione della popolazione? Si è verificata. Rallentamento del progresso tecnologico? Ebbene, non una interruzione così chiara, ma certamente il Giappone non ha fatto progressi dopo il 1990  come ne aveva fatti in precedenza. Economia persistentemente depressa? Certamente.

Ed oggi stiamo parlando della stessa cosa per le economie avanzate dell’Occidente. E questa volta la teoria sta diventando più esplicita: Eggertsson e Mehrotra (disponibile in pdf, proprio per esperti) presentano uno studio eccellente su come questo possa avvenire.

Ci sono due cose che davvero mi piacciono del saggio di Eggertsson e Mehrotra. La prima, che dimostra che sbagliavo. La seconda, che dimostra che avevo ragione.

Sulla parte sbagliata del registro: nel mio lavoro originario sul Giappone (disponibile in pdf) offrivo un piccolo modello di una trappola di liquidità nel quale, per semplicità, presupponevo attori di infinita esperienza. Non era un asserzione fondamentale, era uno strumento – vale a dire, era un modo per metter da parte le complessità che non pensavo fossero centrali per la logica. La restante letteratura sull’argomento ha seguito la stessa via matematicamente più facile.

Tuttavia, come Eggertsson e Mehrotra mettono in evidenza, un approccio del genere di fatto esclude cose come la stagnazione secolare: il tasso di interesse reale alla fine deve eguagliare il tasso di sconto [3] al quale qualsiasi attore opera al margine. Dunque, una trappola di liquidità deve essere un fenomeno temporaneamente guidato da uno shock provvisorio. Dal momento che questo si adattava con ciò che gli operatori politici volevano sentir dire, e con la supposizione diffusa che racconti come quello di Hansen non potevano essere giusti, esso è stato largamente incontrastato.

Ma Eggertsson e Mehrotra mostrano che una volta che si hanno generazioni che si sovrappongono, in effetti si può avere la stagnazione secolare. Dunque, questa è una sorta di dimostrazione pratica di come le semplificazioni strategiche nei modelli – che sono necessarie! – vi possono condurre a trascurare importanti possibilità.

D’altra parte, Eggertsson e Mehrotra confermano la mia ipotesi di una ‘trappola della timidezza’: mentre un obbiettivo di inflazione, se viene creduto, può strapparvi dalla stagnazione secolare, esso deve essere sufficientemente coraggioso. Se si annuncia un impegno all’inflazione del 2 per cento mentre l’economia ha bisogno del 4, non succede niente.

Ho bisogno di lavorare un po’ di più sulla meccanica di questo studio; mi sto chiedendo in particolare se c’è una possibilità di sostenere l’economia con una permanente espansione della finanza pubblica.

Ma sono cose importanti.



[1] William Greider ha scritto un bestseller dal titolo “Un mondo unico, lo si voglia o no. La logica frenetica del capitalismo globale”.

z 97

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] In realtà, “stagger” è colui che barcolla, che vacilla; non ‘colui che è stagnante’. Diciamo che “secstaggers” sta per coloro che ritengono che una volta, o più volte, nel corso di un secolo, si barcolli per la stagnazione.

[3] Ovvero, il tasso caricato sui prestiti che le banche commerciali ed altri istituti di deposito ricevono dalla Federal Reserve. Viene anche chiamato ‘tasso di riferimento’.

Stupidità asimmetrica (7 aprile 2014)

aprile 7, 2014

 

Apr 7, 5:05 pm

Asymmetric Stupidity

Ezra Klein’s new venture Vox is up, and so far, so OK — some fairly interesting pieces, and nothing like Nate Silver’s lamentable decision to make a professional concern troll his chief writer on climate. I am troubled by Ezra’s big inauguratory think piece, but that’s because I think the piece raises a genuine intellectual puzzle.

What Ezra does is cite research showing that people understand the world in ways that suit their tribal identities: in controlled experiments both conservatives and liberals systematically misread facts in a way that confirms their biases. And more information doesn’t help: people screen out or discount facts that don’t fit their worldview. Politics, as he says, makes us stupid.

But here’s the thing: the lived experience is that this effect is not, in fact, symmetric between liberals and conservatives. Yes, liberals are sometimes subject to bouts of wishful thinking. But can anyone point to a liberal equivalent of conservative denial of climate change, or the “unskewing” mania late in the 2012 campaign, or the frantic efforts to deny that Obamacare is in fact covering a lot of previously uninsured Americans? I don’t mean liberals taking positions you personally disagree with — I mean examples of overwhelming rejection of something that shouldn’t even be in dispute.

Or look at how liberals reacted to the woes of healthcare.gov. We heard a lot of talk about how it was Obama’s Katrina, or his Iraq. But was there anything like Bush’s “heckuva job” moment — which was matched by widespread insistence on the right that he was actually doing a great job? Was there anything like the years-long denial that anything was going wrong with the Iraq occupation? On the contrary, liberals were quick to acknowledge that the rollout was a disaster, and in fact sort of freaked out — which, as Noam Scheiber says, is what they usually do in the face of setbacks. And what’s more, as Scheiber says, that’s a good thing: faced with setbacks, liberals rush to fix things, rather than denying the problem. Hence the stunning Obamacare comeback.

 

 

At this point I could castigate Ezra for his both-sides-do-it article — but instead, let me pose this as a question: why are the two sides so asymmetric? People want to believe what suits their preconceptions, so why the big difference between left and right on the extent to which this desire trumps facts?

One possible answer would be that liberals and conservatives are very different kinds of people — that liberalism goes along with a skeptical, doubting — even self-doubting — frame of mind; “a liberal is someone who won’t take his own side in an argument.”

Another possible answer is that it’s institutional, that liberals don’t have the same kind of monolithic, oligarch-financed network of media organizations and think tanks as the right.

Whatever it is, I think it’s important: people are people, but politics doesn’t seem to have the same stupiditizing effect on left and right.

 

Stupidità asimmetrica

 

La nuova avventura di Ezra Klein è partita e sinora va tutto bene – alcuni pezzi discretamente interessanti e niente di simile alla deprecabile decisione di Nate Silver di mettere un provocatore [1] di preoccupazioni scientifiche come suo principale scrittore in materia di clima. Sono impensierito dal notevole articolo di indirizzo inaugurale, ma perché penso che esso sollevi un genuino interrogativo di natura intellettuale.

Quello che Ezra fa è citare ricerche che mostrano come le gente capisca il mondo in modi che si adattano alle proprie identità tribali: negli esperimenti verificabili sia i conservatori che i progressisti sistematicamente fraintendono i fatti in modi che confermano i loro pregiudizi. Ed una maggiore informazione non aiuta: la gente scarta o ridimensiona i fatti che non si adattano alla sua visione del mondo. La politica, come lui dice, ci rende stupidi.

Ma qua è il punto: l’esperienza vissuta è che l’effetto, di fatto, non è simmetrico tra progressisti e conservatori. Sì, i liberals talora sono soggetti a scambiare il pensiero con i propri desideri. Ma chi può indicare l’equivalente liberal del negazionismo conservatore in materia di cambiamento climatico, o della mania del “non truccare” i sondaggi nella campagna presidenziale del 2012 [2], oppure degli sforzi convulsi per negare che la riforma sanitaria di Obama sta di fatto proteggendo molti americani in precedenza non assicurati? Io non mi riferisco ai progressisti che prendono posizioni con le quali si può non concordare – intendo esempi di irresistibile rigetto di qualcosa che non dovrebbe neppure essere posto in discussione.

Oppure, si guardi come i liberals hanno reagito ai guai del sito governativo sulla riforma sanitaria. Abbiamo sentito una quantità di discorsi sul fatto che esso fosse paragonabile ad una Katrina di Obama, o ad un suo Iraq. Ma ci fu niente di paragonabile all’episodio di Bush passato alla storia con la sua frase sul “tremendo lavoro” – che fece il pari con la generalizzata insistenza a destra sul fatto che egli stesse davvero facendo un buon lavoro? [3] Ci fu qualcosa di paragonabile alla negazione durata per anni che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’occupazione dell’Iraq? Al contrario, i progressisti furono veloci nel riconoscere che l’avvio (della riforma sanitaria) era stato un disastro, di fatto una sorta di follia collettiva – il che, come dice Noam Scheiber, è quello che essi normalmente fanno di fronte ai rovesci. E la cosa in più, come dice sempre Scheiber,  è che essa è una reazione positiva: di fronte alle batoste, i progressisti corrono a cercar di aggiustare le cose, non a negare i problemi. Da qua lo stupefacente ritorno sulla scena della riforma sanitaria di Obama.

A questo punto potrei prendermela con Ezra per il suo articolo equidistante – ma, invece, consentitemi di risolverlo in una domanda: perché le due parti sono così asimmetriche? Se le persone vogliono credere a quello che si adatta ai loro preconcetti, perché tale grande differenza tra destra e sinistra sulla misura in cui quel desiderio prevale sui fatti?

Una possibile risposta sarebbe che progressisti e conservatori rimandano a generi molto diversi di schemi mentali delle persone: il liberalismo procede con lo scetticismo del dubitare – persino del dubitare su se stessi; “un progressista è qualcuno che non difenderà la sua parte in una discussione”.

Un’altra possibile risposta è di natura istituzionale: i progressisti non hanno lo stesso tipo di rete di organizzazioni mediatiche e di gruppi di ricerca monolitica e finanziata da oligarchi della destra.

Di qualunque cosa si tratti, penso che sia importante: le persone sono simili, ma la politica non sembra avere lo stesso effetto di istupidimento sulla destra e sulla sinistra.



[1] Forse esiste un modo più chiaro di rendere il significato di “troll”, che, oltre ad essere una figura della mitologia scandinava, è la qualifica che si dà a coloro che intervengono aggressivamente o provocatoriamente nei dibattiti on-line.

[2] Ovvero, la mania per la quale i sondaggi che davano Obama in netto vantaggio erano soltanto propaganda avversaria, che lasciò i repubblicani sino alla fine speranzosi in un successo che era negato dai migliori esperti.

[3] Quando la disfatta degli interventi di protezione civile nella occasione della inondazione di New Orleans a seguito dell’uragano Katrina divenne evidente, Bush ebbe l’ardire di rivolgersi al suo responsabile del coordinamento degli interventi complimentandosi per il “tremendo lavoro” fatto. Dove “hakuva job” stava per impressionante, strabiliante lavoro.

Oligarchia e politica monetaria (dal blog di Krugman, 6 aprile 2014)

aprile 6, 2014

 

Oligarchy and Monetary Policy

April 6, 2014, 2:50 pm

I’ve been thinking about how we talk about — or don’t talk about — the desirability of low inflation targets. As I noted the other day, the lates IMF World Economic Outlook makes a compelling case for raising the target above 2 percent — but avoids saying so explicitly, resorting to coded euphemisms. Meanwhile, inflation paranoia is very much a partisan thing. In my class notes for tomorrow I list the signatories of the economists’ letter warning about dollar “debasement” from quantitative easing; it’s obvious that everyone on the list is a highly committed Republican, and some people with the right ideological credentials are on board even though they have no relevant professional credentials. (William Kristol and Dan Senor, monetary experts?)

So what’s going on here? Let me suggest that it is, ultimately, a class thing. Monetary policy isn’t really technocratic and politically neutral; moderate inflation may be good for employment, especially when you’re trying to work off a debt overhang, but it’s bad for the 0.1 percent. And that fact ends up exerting a huge influence on the discussion.

Let me start with a bit of a historical puzzle, or rather a puzzle about how history is remembered. Throughout the recent debate over monetary policy there have been apocalyptic warnings about Zimbabwe/Weimar and all that, but also constant invocations of the 1970s. My side of the debate has made a point of explaining why this situation is nothing like the 70s. But ask a different question: how did the 70s get framed as the ultimate bad time? For sure they weren’t good — but the really bad times for ordinary working families were the big recessions, which took place under Reagan, to some extent under Bush I, and above all after the financial crisis:

z 88

 

 

 

 

 

 

 

 

Economic Policy Institute

Think about how weird it is, given this history, for people in 2010 or 2011, amid the wreckage, to be saying “Watch out — if we’re not careful this could turn into the seventies!” (cue ominous soundtrack).

But there were some people for whom the 70s really were the worst of times — namely, owners of financial assets. Here’s the ratio of financial assets held by households to GDP versus the core inflation rate:

z 89

 

 

 

 

 

 

 

 

Household financial assets/GDP, core inflation

And who cares a lot about financial assets, not so much about labor income? The 0.1 percent, who according to the Piketty-Saez database “only” get about 4 percent of total wages but have more than 20 percent of the wealth and surely a larger share of financial assets:

z 90

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carmen Reinhart has argued, persuasively, that highly indebted countries normally work off their debt in large part through “financial repression” — keeping interest rates low while inflating part of the debt away. The thing is, although this sounds bad, it actually isn’t — for the vast majority of people. Britain did far better through financial repression after World War II than it did through orthodoxy after World War I.

But there is one small but influential group that is in fact hurt by financial repression which is just like what Hitler did to the Jews: again, the 0.1 percent.

Now, I don’t think the 0.1 percent and their defenders are secretly twirling their mustaches, snickering over how they’re using delusions of sound policy to enrich themselves at the expense of the 99 percent. The Kochs don’t even have mustaches. But I do think that the very real conflict between what’s good for oligarchs and what’s good for the economy is, indirectly, having a powerful effect in distorting the debate.

 

Oligarchia e politica monetaria

 

Stavo pensando ai modi in cui parliamo – o non parliamo – della desiderabilità di bassi obbiettivi di inflazione. Come ho notato l’altro giorno, lo World Economic Outlook del FMI avanza un argomento convincente per elevare l’obbiettivo sopra il 2 per cento – ma evita di dirlo esplicitamente, cosicché ricorre ad eufemismi in codice. Contemporaneamente, la paranoia per l’inflazione è una attitudine molto partigiana. Nei miei appunti per la lezione di domani ho elencato le firme di economisti che mettevano in guardia da una ‘svalutazione’ del dollaro a seguito della ‘facilitazione quantitativa’ [1]; è evidente che tutti in quella lista sono assai vicini ai repubblicani, ed alcune persone con credenziali ideologiche di destra sono nel gruppo pur non avendo alcuna rilevante credenziale professionale (William Kristol e Dan Senor, esperti monetari?).

Dunque, cosa sta accadendo in questo caso? Fatemi dire che, in ultima analisi, è una cosa che rimanda ad interessi di classe. La politica monetaria non è, in realtà, tecnicistica e politicamente neutrale; una inflazione moderata può essere una cosa buona per l’occupazione, specialmente se si sta cercando di smaltire un eccesso di debito, ma questo è negativo per lo 0,1 per cento dei più ricchi. E quella circostanza finisce per esercitare una vasta influenza sul dibattito.

Fatemi partire con un specie di  indovinello storico, o meglio con un indovinello su come la storia viene rammentata. Nel corso del recente dibattito sulla politica monetaria abbiamo assistito ad ammonimenti apocalittici sui casi dello Zimbabwe e di Weimar [2] e robe simili, ma anche a ripetute invocazioni degli anni ’70. Il mio schieramento ha detto una cosa importante, spiegando perché la situazione era differente dagli anni ’70. Ma poniamoci una diversa domanda: in che senso ci si riferisce agli anni ’70 come al più recente periodo negativo?  Perché certamente essi non furono positivi – ma i tempi veramente cattivi per le famiglie normali di lavoratori furono le grandi recessioni, che presero piede sotto Reagan, in qualche misura sotto il primo Bush, e soprattutto dopo la crisi finanziaria:

z 88

 

 

 

 

 

 

 

 

Economic Policy Institute

 

Si pensi a come sarebbe stato bizzarro, data questa storia, se la gente, nel 2010 o 2011, nel mezzo del naufragio, avesse affermato: “Attenzione, se non stiamo prudenti potremmo finire come negli anni settanta!” (spunto per una infausta colonna sonora).

Ma c’erano persone per le quali gli anni ’70 furono davvero il peggiore dei periodi – in particolare, i proprietari di assets finanziari. Ecco il rapporto tra gli asset finanziari detenuti dalle famiglie ed il PIL a confronto con il tasso di inflazione sostanziale:

z 89

 

 

 

 

 

 

 

 

Assets finanziari della famiglie/PIL a fronte della inflazione sostanziale.

 

E chi si preoccupa molto degli assets finanziari, e non altrettanto dei redditi da lavoro? Lo 0,1 per cento dei più ricchi, che secondo il database di Piketty e Saez ottiene “soltanto” circa il 4 per cento dei compensi totali, ma possiede più del 20 per cento della ricchezza e certamente una quota più ampia di assets finanziari [3]:

z 90

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carmen Reinhart ha sostenuto, in modo persuasivo, che i paesi altamente indebitati normalmente smaltiscono il loro debito in gran parte attraverso “repressioni finanziarie” [4] – tenendo bassi i tassi di interesse  e riducendo parte del debito grazie all’inflazione. Sebbene questo sembri negativo, il punto è che non è tale per la grande maggioranza delle persone. L’Inghilterra ottenne un migliore risultato attraverso la repressione finanziaria dopo la Seconda Guerra Mondiale, rispetto a quello che fece con l’ortodossia finanziaria dopo la Prima Guerra Mondiale.

Ma c’è solo un piccolo ma influente gruppo che nei fatti è colpito dalla repressione finanziaria che è proprio quello che Hitler fece agli ebrei : ancora, lo 0,1 per cento.

Ora, io non penso che lo 0,1 per cento ed i suoi difensori si stiano attorcigliando si baffi [5] e ridacchino su come stanno sfruttando le illusioni di una politica sana per arricchirsi alle spese del 99 per cento. I Koch non li hanno nemmeno, i baffi. Ma penso proprio che la contraddizione del tutto reale tra quello che è positivo per gli oligarchi e quello che è positivo per l’economia, sta indirettamente avendo un effetto potente nel distorcere il dibattito.



[1] Per “quantitative easing” vedi le note sulla traduzione.

[2] Ovvero, sui casi storici di “iperinflazione”.

[3] La Tabella si riferisce agli andamenti della percentuale di ricchezza posseduta dallo 0,1 per cento, che – come si nota – ha due picchi negli anni Venti del secolo scorso e negli anni 2000. Il titolo della tabella indica come la crescita di ricchezza dell’1 per cento dei più ricchi sia dipesa dagli andamenti dello 0,1 per cento.

[4] Per “repressione finanziaria” (così si traduce, ma forse sarebbe meglio dire “inibizione finanziaria”) sono una serie di tecniche con le quali un Governo può stabilire di favorire l’indirizzo di finanziamenti, che in un mercato deregolamentato andrebbero in tutte le direzioni, verso se stesso.

Nel 2011 Carmen Reinhart e Belen Sbrancia elencarono in uno studio alcune di queste soluzioni, come possibili forme di attenuazione dei debiti statali dopo la crisi finanziaria del 2008. Tra di esse: 1) tetti indiretti o espliciti ai tassi di interesse, sui debiti statali e sui tassi dei depositi; 2) Proprietà o controllo statale delle banche nazionali e delle altre istituzioni finanziarie, in modo da limitare i tentativi di ingresso sul mercato di altri istituti; 3) richiesta di elevate riserve; 4) creazione o mantenimento di un mercato bloccato per il debito statale, ottenuto richiedendo alla banche di detenere debito statale tramite requisiti sui capitali, o la disincentivazione di possibilità alternative; 5) restrizioni statali sui trasferimenti di assets all’estero, attraverso controlli sui capitali.

 

z 87    z 86

 

 

 

 

 

 

 

 

[5] Modo di fare considerato tipico di individui crudeli, sullo stile di Capitan Uncino per intenderci.

Eufemismi al Fondo Monetario Internazionale (dal blog di Krugman, 4 aprile 2014)

aprile 4, 2014

 

Apr 4, 7:43 am

Euphemistic At The IMF

Ever since the financial crisis struck, we’ve suffered grievously from the tyranny of respectable opinion. As I’ve often argued, the problem with our inadequate and often perverse response to mass unemployment isn’t that we lack a workable economic framework; basic IS-LMish macroeconomics has, in fact, provided quite good guidance.The problem, instead, has been that following economic logic has been deemed unserious. Serious people want balanced budgets and price stability, never mind what the textbooks say. This has among other things led to the peculiar result that respectable people grab on to academic papers that present dubious nonstandard results — expansionary austerity! A debt cliff at 90 percent! — while radicals like me are the ones citing Econ 101.

In all of this, the IMF has played a somewhat strange role. It is, institutionally, the very model of respectability; historically, its main role has arguably been to impose austerity of one kind or another. Yet it has a sophisticated, fairly Keynesian research department — and management that actually listens to that department (as opposed to, say, the European Commission, whose attitude seems to be,”If I want your opinion I’ll tell you what it is.”) You might imagine that the IMF would therefore take the lead in challenging respectable opinion when it’s dead wrong. But it obviously feels constrained; its rebellions against respectability have to be discreet.

And the result is a proliferation of euphemisms.

There’s a fine example in the latest World Economic Outlook, which makes a strong case that “normal” real interest rates have fallen substantially over time, and not just because of the financial crisis:

z 81

 

 

 

 

 

 

 

 

What does this imply for policy? Here we go:

With respect to monetary policy, a period of continued low real interest rates could mean that the neutral policy rate will be lower than it was in the 1990s or the early 2000s. It could also increase the probability that the nominal interest rate will hit the zero lower bound in the event of adverse shocks to demand with inflation targets of about 2 percent. This, in turn, could have implications for the appropriate monetary policy framework.

What does that actually say? Well, my subtitled version says this: Raise the inflation target to 4 percent, dummies. But the IMF wouldn’t,and presumably can’t, say that outright. And I suspect that the people who need to hear that won’t at all get what the Fund is really saying.

Secular stagnation, here we come.

 

Eufemismi al Fondo Monetario Internazionale

 

Da quando fummo colpiti dalla crisi finanziaria, abbiamo gravemente sofferto della tirannia delle opinioni rispettabili. Come abbiamo spesso argomentato, il problema della nostra inadeguata e spesso colpevole risposta alla disoccupazione di massa non è che difettiamo di uno schema di interpretazione  funzionante; di fondo, il modello macroeconomico IS-LM ha, in sostanza, fornito una buona guida. Il problema, piuttosto, è stato che si è ritenuto non serio seguire una logica economica. Le Persone Serie vogliono bilanci in pareggio e prezzi stabili, non conta quello che dicono i libri di testo. Questo tra le altre cose ha portato al peculiare risultato che le persone rispettabili si attaccano a studi accademici che presentano dubbi risultati irrituali – l’austerità espansiva! Il limite del debito al 90 per cento! – mentre i radicali come me sono quelli che citano i testi universitari.

In tutto questo, il FMI ha giocato in qualche modo un ruolo strano. Istituzionalmente, esso è il modello assoluto di rispettabilità; storicamente, il suo ruolo principale è stato probabilmente quello di imporre l’austerità, in un modo o nell’altro. Tuttavia, esso possiede un dipartimento di ricerca  discretamente keynesiano – ed una dirigenza che per la verità ascolta quel dipartimento (all’opposto, diciamo, della Commissione Europea, il cui metodo sembra il seguente: “Se vorrò una vostra opinione, vi dirò io quale deve essere”). Ci si sarebbe di conseguenza immaginati che il FMI avrebbe preso la guida nello sfidare le opinioni rispettabili, una volta accertato che avevano torto marcio. Ma esso ovviamente ha dei limiti; le sue ribellioni contro la rispettabilità devono essere discrete.

E il risultato è una proliferazione di eufemismi.

C’è un bell’esempio nell’ultimo World Economic Outlook, che avanza il rilevante argomento secondo il quale i “normali” tassi di interesse reali sarebbero in sostanza caduti nel corso del tempo, e non solo a causa della crisi finanziaria:

z 81

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa implica questo per la politica? Eccolo:

“Rispetto alla politica monetaria, un periodo di prolungati tassi di interesse reali bassi potrebbe significare che il tasso di riferimento neutro sarà più basso di quello che fu negli anni ’90 o nei prima anni 2000. Potrebbe anche aumentare la probabilità che i tassi di interessi nominali tocchino il limite inferiore dello zero, nella prospettiva di shocks negativi sulla domanda, con tassi di inflazione attorno al 2 per cento. Questo, a sua volta, potrebbe avere implicazioni per un modello adeguato di politica monetaria.”

Che cosa vuol dire effettivamente? Ebbene, la mia versione con i sottotitoli è la seguente: “Alzate l’obbiettivo di inflazione al 4 per cento, scemi!”. Ma il Fondo non potrebbe dirlo, e presumibilmente non può dirlo, così apertamente. Ed io ho il sospetto che la gente che deve ascoltare non capirà affatto quello che il Fondo sta realmente dicendo.

Stagnazione secolare, siamo in arrivo.

La quinta libertà (3 aprile 2014)

aprile 3, 2014

 

Apr 3, 10:42 am

The Fifth Freedom

Never mind freedom of speech, freedom of religion, freedom from want, freedom from fear. What America’s embattled billionaires are demanding, as their birthright (and I mean that pretty much literally), is something much more important: freedom from criticism. Making a desperate stand in the maquis the Wall Street Journal, heroic, oppressed men like Tom Perkins and now Charles Koch have been telling it like it is: anyone who says anything negative about them is just like the Nazis, or maybe Stalin.

OK, to be fair, Koch didn’t explicitly say that his critics are like Hitler or Stalin. Here’s what he said:

Instead of encouraging free and open debate, collectivists strive to discredit and intimidate opponents. They engage in character assassination. (I should know, as the almost daily target of their attacks.) This is the approach that Arthur Schopenhauer described in the 19th century, that Saul Alinsky famously advocated in the 20th, and that so many despots have infamously practiced. Such tactics are the antithesis of what is required for a free society—and a telltale sign that the collectivists do not have good answers.

So, as Jonathan Chait points out, he could be referring to some other despots. Maybe Francisco Franco?

And yes, character assassination is the mark of collectivism. You would never, ever, see the Wall Street Journal doing that; and liberals are absolutely never subjected to personal attack from the right. Oh, wait.

But freedom from criticism isn’t meant to be a universal right. It’s for the job creators. You might call it the droit du seigneur.

Anyway, what’s interesting is just how thin-skinned these people are.

 

La quinta libertà

 

Non contano la libertà di parola, la libertà d religione, la libertà dal bisogno, la libertà dalla paura [1]. Quello che i miliardari americani in lotta stanno rivendicando, come loro diritto dalla nascita (e intendo in senso quasi letterale), è qualcosa di molto più importante: la libertà dalle critiche. Uomini eroici, oppressi come Tom Perkins ed ora Charles Koch, assumendo una presa di posizione disperata alla macchia  sul Wall Street Journal, stanno pressappoco dicendo questo: chiunque dica qualcosa di negativo nei loro confronti è proprio come i nazisti, o forse come Stalin.

Va bene, per esser giusti, Koch non ha detto esplicitamente che i suoi critici sono come Hitler o come Stalin. Ecco quello che ha detto:

Invece di incoraggiare un dibattito libero ed aperto, i collettivisti si sforzano di discreditare e di intimidire i loro oppositori. Ingaggiano una sorta di pubblica diffamazione della reputazione (dovrei saperlo, essendo quasi quotidianamente il bersaglio dei loro attacchi). Questo è il metodo che Arthur Schopenhauer descriveva nel 19° Secolo, che Saul Alinsky [2] notoriamente sostenne nel 20° Secolo, e che tanti despoti hanno praticato con infamia. Tali tattiche sono l’opposto di quello che è necessario in una società libera – e sono la spia che i collettivisti non hanno ricevuto risposte adeguate.”

Dunque, come ha indicato Jonathan Chait, potrebbe darsi che egli si riferisca ad altri despoti. Forse a Francisco Franco [3]?

E sì, la diffamazione della reputazione personale è il segno distintivo del collettivismo. Non vedrete mai, dico mai, il Wall Street Journal fare cose del genere; ed i progressisti non sono mai oggetto di attacchi personali da parte della destra. E non è finita.

Con la libertà dalla critiche, inoltre, non si intende un diritto universale. Riguarda i cosiddetti “creatori di posti di lavoro”. Potreste chiamarla grosso modo “ius primae noctis”.

In ogni modo, la cosa interessante è come questa gente sia proprio permalosa.



[1] Queste erano le quattro libertà fondamentali  contenuto nel discorso di Roosevelt al Congresso degli Stati Uniti del 6 gennaio 1941.

[2] Scrittore ed organizzazione di comunità di base americano, nato nel 1909 a Chicago e morto nel 1972. Famoso il suo libro: “Regole per radicali”.

z 80

 

 

 

 

 

 

 

 

[3] Se non sbaglio a suo tempo il dittatore spagnolo fu oggetto di simpatie da parte della famiglia Koch, della quale Charles è oggi esponente di punta, che è nota, oltre che per le ricchezze e gli affari, anche per il finanziamento di varie fondazioni e movimenti della destra americana (dalla Fondazione Heritage al Tea Party).

Sulla sinistra patetica (dal blog di Krugman. 3 aprile 2014)

aprile 3, 2014

 

Apr 3, 10:16 am

On The Pathetic Left

Simon Wren-Lewis asks,

Why does the economic policy pursued or proposed by the left in Europe often seem so pathetic?

citing the Hollande government as the prime example, but also the limpness of Labour in Britain. And he suggests that it’s a question of resources and organization:

Seeking out good advice (and distinguishing it from bad advice) takes either money or time. An established government finds this much easier than an opposition or a new government.

Well, I can’t speak to the European situation, but we had our own version of the sorta-kinda left utterly failing to take on austerian macro — Obama’s “pivot” from jobs to deficits, which actually began in 2009, back when Democrats still controlled both houses of Congress. And you can’t make the resources argument there; not only was Obama a sitting president with a Congressional majority, but modern U.S. progressivism has a large policy-analysis apparatus outside the government, much of which was arguing strenuously against the pivot. Yet there was Obama in November 2009 (!) warning, on Fox News no less, that excessive deficits might cause a double-dip recession.

So how did that happen? Based on my observations, I’d put it down to the influence of the Very Serious People, whose views on economics tend in turn to be driven largely by the financial industry. It’s hard to believe, but back when Obama was telling Fox that the deficit was a huge threat, there were also widespread rumors that he would soon replace Tim Geithner with … Jamie Dimon.

And what those finance-industry people were telling Obama was to beware of the invisible bond vigilantes.

I would guess that it’s much the same in Europe. Labour should be listening to Jonathan Portes and, well, Simon Wren-Lewis, but I’m sure that it’s listening much more to well-tailored men from the City. Hollande may be a man of the left in a way that nobody in US politics is, but he’s still getting advice from bankers telling him that fiscal rectitude is all (and although France may be well to the left of the United States in most respects, it has nothing like the intellectual infrastructure of the US progressive movement to counter the alleged wisdom of big money.)

I guess you could say that it was ever thus. But the nature of our current economic situation is that smart policy requires that you ignore what supposedly responsible people, who sound as if they know what they’re talking about — and hey, they’re rich, so they must know something — have to say. And no government of the moderate left has had the intellectual and moral courage to do that.

 

Sulla sinistra patetica

 

Simon Wren-Lewis si domanda:

“Perché la politica economica perseguita o proposta dalla sinistra in Europa appare spesso così patetica?”, citando il Governo Hollande come primo esempio, ma anche la fiacchezza del Labour in Gran Bretagna. E suggerisce che sia una questione di risorse e di organizzazione:

“Cercare all’esterno buone consulenze (e distinguerle da quelle cattive) richiede sia denaro che tempo. Un governo in carica può trovare tutto questo più facilmente che non una opposizione o un nuovo governo.”

Ebbene, io non posso parlare della situazione europea, ma noi abbiamo avuto la nostra versione del completo fallimento di una sorta di sinistra nello sfidare la macroeconomia di scuola austriaca –  il “voltafaccia” di Obama dai posti di lavoro ai deficit, che effettivamente ebbe inizio nel 2009, quando i democratici controllavano ancora i due rami del Congresso. E in quel caso non si può avanzare l’argomento delle risorse; non solo Obama era in carica come Presidente con una maggioranza nel Congresso, ma il progressismo statunitense contemporaneo ha un ampio apparato di analisti della politica fuori dal Congresso, gran parte del quale argomentava strenuamente contro quel cambio di linea. Tuttavia fu Obama nel 2009 (!) a mettere in guardia, niente di meno che su Fox News, che deficit eccessivi avrebbero provocato una ricaduta nella recessione.

Come accadde, dunque? Basandomi sulle mie osservazioni, dovrei chiamare in causa l’influenza delle Persone Molto Serie, i punti di vista economici delle quali a loro volta tendono ad essere veicolati dal sistema finanziario. E’ difficile da credere, ma quando a quei tempi Obama diceva a Fox che il deficit era una grande minaccia, c’era anche un vasto chiacchiericcio sul fatto che avrebbe di lì a poco sostituito Tim Geithner con …. Jamie Dimon [1].

E ciò che quella gente del settore finanziario stava dicendo ad Obama era di stare attento ai ‘guardiani dei Bond’ [2].

Ritengo che sia in gran parte la stessa cosa in Europa. Il Labour dovrebbe ascoltare Jonathan Portes e, certamente, Simon Wren-Lewis, ma io sono certo che sta ascoltando molto di più gli elegantoni della City. Hollande può essere un uomo di sinistra come non ve ne sono nella politica americana, ma sta ancora ricevendo consigli da banchieri che gli dicono che la inflessibilità nella finanza pubblica è tutto (e sebbene la Francia può essere alla sinistra degli Stati Uniti sotto molti aspetti, essa non possiede niente di paragonabile alla organizzazione intellettuale del movimento progressista degli Stati Uniti per contrastare la pretesa saggezza del grande capitale).

Suppongo che si potrebbe sostenere che sia sempre stato così. Ma la natura della nostra attuale situazione economica è tale che ad una politica intelligente si richiede di ignorare ciò che hanno da dire le presunte persone responsabili, che sembrano conoscere le cose di cui parlano (e, suvvia, sono ricchi; debbono pur sapere qualcosa!). E nessun governo della sinistra moderata ha avuto il coraggio intellettuale e morale di farlo.



[1] Uomo d’affari americano, Presidente ed Amministratore delegato della J P Morgan, una delle quattro grandi banche d’America.

z 78

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Per espressioni come “Persone Molto Serie” e “Guardiani dei bond”, vedi le note sulla traduzione. Dopo il 2009 Krugman spesso citò ironicamente ‘i guardiani dei bond’, ovvero la pretesa dell’economia della destra secondo la quale gli investitori avrebbero punito le politiche di espansione della domanda, elevando paurosamente i tassi di interesse sulle obbligazioni. In realtà è accaduto il contrario dappertutto, con l’eccezione – per ragioni del tutto diverse – dei paesi aderenti all’euro dell’Europa Meridionale.

La stupidità nel discorso economico (1 aprile 2014)

aprile 1, 2014

 

Apr 1, 2:39 pm 81

Stupidity in Economic Discourse 2

I’ve written before about the myth of the stupid progressive economist.Many conservative economists have a fixed idea in their heads — it’s more than just a presumption, because it seems completely impervious to evidence — that progressive economists are dumb guys who don’t understand basic economics. And because of this fixed idea, conservatives appear literally unable to read what my side writes; they criticize the dumb things they’re sure we must have said, without checking to see if that’s what we actually said.

In the linked post I wrote about health reform issues, but you also see this in macro: five years and more into this discussion, freshwater economists still can’t wrap their brains around the notion that modern Keynesians (both New and eclectic) have actually done a lot of hard thinking over the past few decades. I’ve called this a failure of reading comprehension, but it’s actually an unwillingness to read at all, to so much as glance at what the actual argument might be.

And I mean that quite literally. Brad DeLong quotes from a John Cochrane paper (no link) which declares that those stupid Keynesians don’t understand why monetary policy is ineffective. It’s not because of the zero lower bound, it’s because bonds and monetary base are perfect substitutes:

In this analysis, monetary policy is impotent, but not for the usual reason that interest rates are nearly zero. The Fed can arbitrarily exchange Treasury debt for money, and increase the money supply as much as we like. But nobody cares if it does so, since the “flight to liquidity” is equally towards all forms of Government debt. If we want more fruit and less cheese, putting more apples and less oranges in the fruit basket won’t help.

So, I think I can say without boasting that the modern revival of liquidity-trap economics began with my 1998 Brookings Paper (pdf). Here’s the first sentence of that paper:

THE LIQUIDITY TRAP – that awkward condition in which monetary policy loses its grip because the nominal interest rate is essentially zero, in which the quantity of money becomes irrelevant because money and bonds are essentially perfect substitutes – played a central role in the early years of macroeconomics as a discipline.

That was 16 years ago. Just saying.

 

La stupidità nel discorso economico, 2

 

Ho scritto in precedenza [1] sul mito dell’economista progressista stupido. Molti economisti conservatori hanno un’idea fissa nelle loro teste, che gli economisti progressisti siano individui sciocchi che ignorano le basi dell’economia (è più di una semplice presunzione, perché sembra completamente impermeabile ai fatti). E a causa di questa idea fissa, i conservatori appaiono completamente incapaci di leggere quello che il mio schieramento scrive; criticano le stupidaggini che sono certi dobbiamo aver detto, senza controllare di vedere se le abbiamo dette effettivamente.

Il post connesso che scrissi riguardava i temi della riforma sanitaria, ma lo potete constatare anche a proposito di macroeconomia: cinque anni e più di questo dibattito, e gli economisti dell’ “acqua dolce” [2] non possono capacitarsi dell’idea che i keynesiani contemporanei (sia neokeynesiani che eclettici) abbiano in verità realizzato una quantità di pensieri approfonditi nei decenni passati. L’ho definita una incapacità di comprendere ciò che si legge, ma in realtà è proprio una non volontà di leggere, non più di un’occhiata qualsiasi sia l’argomento.

E intendo dire questo proprio alla lettera. Brad DeLong cita un saggio di John Cochrane (non c’è connessione) che afferma che quegli stupidi keynesiani non capiscono le ragioni per le quali la politica monetaria è inefficace. Ciò non dipende dal limite inferiore di zero, dipende dal fatto che i bond e la base monetaria sono perfetto sostituti:

“In questa analisi, la politica monetaria è impotente, ma non per la consueta ragione per la quale i tassi di interesse sono prossimi a zero. La Fed può scambiare debito del Tesoro con moneta, ed accrescere l’offerta di moneta a nostro piacimento. Ma se lo fa nessuno se ne cura, dal momento che la “fuga verso la liquidità” vale egualmente per tutte le forme di indebitamento del Governo. Se si vuole più frutta e meno formaggio, mettere più mele e meno aranci nel cestino della frutta non aiuterà.”

Dunque, penso di poter dire senza darmi troppe arie che il moderno revival dell’economia della trappola di liquidità cominciò con il mio scritto del 1998 su Brookings Paper (disponibile in pdf). Ecco la prima frase di quel saggio:

“LA TRAPPOLA DI LIQUIDITA’ – quella imbarazzante condizione nella quale la politica monetaria perde la sua presa perché il tasso nominale di interesse è praticamente zero, nella quale la quantità di moneta diventa irrilevante perché la moneta ed i bond sono perfetti sostituti – ha giocato un ruolo centrale nei primi anni della disciplina macroeconomica.”

Accadeva sedici anni orsono. Solo per dire.



[1] Post del 14 febbraio 2014.

[2] Per “freshwater economics” si vedano le note sulla Traduzione.

Una grossa faccenda, per dirla con Biden (1 aprile 2014)

aprile 1, 2014

 

Apr 1, 2:21 pm

A Big Biden Deal

Now that Obamacare has finished with an amazing surge in signups, apparently passing the 7 million mark for the exchanges, there have been two main responses. Republicans are in full-on denial — the books are cooked! Nobody has paid! It’s only because people have been forced to do it! Benghazi! Vince Foster! Meanwhile, progressives are full of caution. It’s just a start, we don’t know how well this will work in the longer run, too soon to celebrate.

The right-wing reaction is, of course, ludicrous. But the cautious progressives are being too cautious. This really is what Joe Biden would have called a Big Frothing Deal, or something like that.

The key question you need to ask is, what would make Obamacare fail if it did fail?

Contrary to what the right has been saying, there’s nothing at all wrong with the concept of a government guarantee of health insurance — every other advanced country does it, and they all have much cheaper care than we do. The question, instead, was whether the compromises made to get past the political barriers to universal insurance had produced a system too complex to work.

I’ve always thought of Obamacare as a sort of Rube Goldberg device that awkwardly simulates the results of a single-payer system. It’s run through private insurance companies in part to buy off the industry, in part to let most people with good insurance keep it. It relies on a mandate plus subsidies, rather than full funding via the tax system, in part to keep down the headline spending number. And so on. The resulting system isn’t what anyone would design from scratch; it was, however, probably the only kind of system we could get.

So, the risk was that it would be too Rube Goldbergy — that it would be too hard to get the system up and running, that people wouldn’t hear about their options or be able to navigate their way through the choices available. And for a while, with the botched website, it looked as if this worst-case scenario was coming true.

But now we know: despite the initial botch, despite difficulty getting the word out to Latinos and others, we have a lot of people signing up. And that was the hard part. When the next signup window opens, even more of the bugs will have been worked out, and many people who didn’t sign up for 2014 will be hearing word-of-mouth stories about the benefits.

We’ve had proof of concept, and that means we’re over the hump. This was a very big day.

 

Una grossa faccenda, per dirla con Biden

 

Ora che la riforma sanitaria di Obama ha finito col salire sorprendentemente nelle iscrizioni, in apparenza superando il limite dei 7 milioni presso le “borse sanitarie”, ci sono state due principali reazioni. I repubblicani sono nel pieno del negazionismo – “I registri sono stati truccati!”, “Nessuno ha pagato!”, “E’ solo dipeso dal fatto che la gente c’è stata costretta!”, “Bengasi!” [1], “Vince Foster! [2]” Nel frattempo i progressisti sono pieni di cautele. “E’ solo una partenza”, “Non sappiamo bene come tutto questo si risolverà nel più lungo periodo”, “Troppo presto per festeggiare”.

La reazione della destra, naturalmente, è grottesca. Ma i cauti progressisti sono anche troppo cauti. Si tratta di qualcosa che se non sbaglio Joe Biden avrebbe definito “una faccenda grossa e spumeggiante”, o qualcosa del genere.

La domanda cruciale che ci si deve porre è: cosa avrebbe fatto fallire la riforma di Obama, se essa fosse finita male?

Contrariamente a quello che la destra ha sostenuto, non c’è niente di sbagliato nell’idea di una garanzia statale sulla assicurazione sanitaria – ogni altro paese avanzato lo fa, ed hanno una assistenza molto più conveniente della nostra. La domanda, piuttosto, era se i compromessi fatti per superare le barriere politiche alla assicurazione universalistica avessero prodotto un sistema troppo complicato per funzionare.

Ho sempre pensato alla riforma sanitaria di Obama come uno di quegli aggeggi di Rube Goldberg [3] che goffamente simulano i risultati di un sistema con i pagamenti centralizzati. Essa si snoda attraverso le società assicuratrici private in parte per ottenere l’appoggio del settore, in parte per consentire alla maggioranza delle persone con una buona assicurazione di mantenerla. Essa si fonda sul ‘coinvolgimento’ dei singoli in aggiunta ai sussidi, piuttosto che su un completo finanziamento tramite il sistema fiscale, in parte per contenere i dati della spesa sulle prime pagine dei giornali. E così via. Il sistema risultante non è quello che ognuno avrebbe immaginato, potendo partire da zero; tuttavia, era probabilmente l’unico sistema che potevamo avere.

Dunque, il rischio sarebbe stato quello di essere troppo nello stile di Rube Goldberg – qualcosa troppo difficile da metter su e da gestire, con la gente che non sarebbe venuta a sapere delle proprie possibilità o che non sarebbe stata capace per conto suo di navigare attraverso le scelte disponibili. E per un po’, con il sito web raffazzonato, parve che si stesse realizzando lo scenario peggiore.

Ma ora lo sappiamo: nonostante il pasticcio iniziale, nonostante la difficoltà a tirar fuori le parole di bocca dai latino americani e dagli altri, abbiamo avuto una quantità di americani che si sono iscritti. E questa era la parte difficile. Quando si aprirà la prossima finestra delle registrazioni, una quantità anche maggiore di errori sarà stata risolta e molte persone che non si sono registrate nel 2014 ascolteranno dalla viva voce i racconti sui benefici.

Si è trattato di una prova sul campo, il che significa che siamo oltre l’ostacolo. E’ stato davvero un gran giorno.


 

 


[1] “Bengasi” per Krugman è da mesi il sinonimo delle esagerazioni propagandistiche della destra americana che, alla fine, producono gli effetti opposti. Come nel caso dell’assalto al consolato USA di Bengasi, che i repubblicani vollero far diventare un fattore di imbarazzo per Obama, con argomenti inventati.

[2] Quest’ultimo fu lo sfortunato protagonista di una sorta di ‘giallo’ durante la Presidenza Clinton. Consigliere della Casa Bianca, nonché collega di Hillary nella  precedente attività legale, pare che si suicidasse per depressione, ma la destra ne fece un caso, arrivando ad ipotizzare un omicidio con responsabilità della signora Clinton. Il clima all’epoca lo si può dedurre da questa immagine contraffatta, nella quale compare la Clinton con una pisola in mano sotto il titolo “Spiacente Vince!”.

z 79

 

 

 

 

 

 

 

[3]  Famosi creatore di fumetti statunitense, che disegnava macchine divertenti nelle quali cose semplici venivano realizzate attraverso marchingegni complicatissimi. Come, ad esempio, questa:

z 76

 

 

 

 

 

 

 

Falchi senza tregua (1 aprile 2014)

aprile 1, 2014

 

Apr 1, 9:25 am

Permahawkery

Martin Feldstein warns us that the Fed isn’t taking the risk of rapidly rising inflation seriously enough. Certainly nobody can accuse him of that failing: he’s been warning about looming inflation for four years, eleven months,and two weeks, and hasn’t let the fact that inflation has kept falling below target alter his concerns in the slightest.

In fact, Marty’s new column is almost identical in its argument to what he wrote in April 2009: he warns that the Fed won’t pull back the liquidity it created when the economy recovers, and inflation will soar. What’s interesting now is that he freely admits that the Fed does, in fact, have multiple instruments with which to pull back liquidity and forestall inflation if recovery ever really comes. It can raise the interest rate on reserves; it can sell securities. But he worries that it won’t do these things because it will be embarrassed if it finds itself paying more in interest than it is earning on its portfolio.

Might we suggest that the answer here is, don’t be embarrassed? We’re talking about trivial sums — I’m not sure if Treasury has already promised to hold the Fed financially harmless, but if not it could easily be arranged. The point is that this has to be one of the weakest policy arguments I’ve ever seen: Arguing that the Fed should shy away from doing all it can to create jobs because you’re afraid that at some point in the future Fed officials will be insufficiently hawkish because they’re afraid that people will make fun of them.

But being an inflation hawk means never having to say you’re sorry.

 

Falchi impenitenti

 

Martin Feldstein ci mette in guardia che la Fed starebbe abbastanza seriamente rischiando di far salire rapidamente l’inflazione. Certamente nessuno lo può accusare di non averci provato: sta mettendoci in guardia da una incombente inflazione da quattro anni, undici mesi e due settimane, e il fatto che l’inflazione continui a scendere  al di sotto l’obbiettivo non ha modificato minimamente le sue preoccupazioni.

Di fatto, il nuovo articolo di Marty è quasi identico agli argomenti che scrisse nell’aprile del 2009: egli ammonisce che la Fed non ritirerà la liquidità che ha creato quando ci sarà la ripresa, e l’inflazione salirà alle stelle. Quello che ora è interessante, è che egli ammette apertamente che la Fed, in sostanza, ha molti strumenti con i quali restringere la liquidità e bloccare l’inflazione semmai la ripresa davvero arrivasse. Essa può elevare il tasso di interesse sulle riserve; può vendere i titoli. Ma si preoccupa del fatto che non vorrà farlo, perché sarebbe imbarazzata se si ritrovasse a pagare per interessi di più di quello che sta guadagnando nel suo portafoglio.

Possiamo suggerire che in questo caso la risposta è: non si imbarazzi? Stiamo parlando di somme banali – non sono sicuro che il Tesoro abbia già promesso alla Fed di non subire alcun danno finanziario, ma se non l’ha fatto potrebbe gestirlo facilmente. Il punto è che questo è probabilmente uno degli argomenti politici più deboli che abbia mai visto: sostenere che la Fed debba rifuggire dal fare tutto il possibile per creare posti di lavoro perché si ha timore che ad un certo momento del futuro i dirigenti della Fed saranno insufficientemente aggressivi, dato che hanno paura che la gente li prenderebbe in giro.

Ma essere falchi dell’inflazione comporta non dover mai dire che siete dispiaciuti (degli sbagli fatti).

La riforma di Obama, l’ideale sconosciuto (dal blog di Krugman, 31 marzo 2014)

marzo 31, 2014

 

Mar 31, 3:58 pm

Obamacare, The Unknown Ideal

No, I haven’t lost my mind — or suddenly become an Ayn Rand disciple. It’s not my ideal; in a better world I’d call for single-payer, and a significant role for the government in directly providing care.

But Ross Douthat, in the course of realistically warning his fellow conservatives that Obamacare doesn’t seem to be collapsing, goes on to tell them that they’re going to have to come up with a serious alternative.

 

But Obamacare IS the conservative alternative, and not just because it was originally devised at the Heritage Foundation. It’s what a health-care system that does what even conservatives say they want, like making sure that people with preexisting conditions can get coverage, has to look like if it isn’t single-payer.

 

I don’t really think one more repetition of the logic will convince many people, but here we go again. Suppose you want preexisting conditions covered. Then you have to impose community rating — insurers must offer the same policies to people regardless of medical history. But just doing that causes a death spiral, because people wait until they’re sick to buy insurance. So you also have to have a mandate, requiring healthy people to join the risk pool. And to make buying insurance possible for people with lower incomes, you have to have subsidies.

 

And what you’ve just defined are the essentials of ObamaRomneyCare. It’s a three-legged stool that needs all three legs. If you want to cover preexisting conditions, you must have the mandate; if you want the mandate, you must have subsidies. If you think there’s some magic market-based solution that obviates the stuff conservatives don’t like while preserving the stuff they like, you’re deluding yourself.

What this means in practice is that any notion that Republicans will go beyond trying to sabotage the law and come up with an alternative is fantasy. Again, Obamacare is the conservative alternative, and you can’t move further right without doing no reform at all.

 

La riforma di Obama, l’ideale sconosciuto

 

No, non sono uscito di testa, né sono diventato improvvisamente un discepolo di Ayn Rand [1]. Questo non è il mio ideale: in un mondo migliore sarei a favore di un sistema sanitario con un unico centro di costi, e con un ruolo significativo dello Stato nella fornitura diretta della assistenza.

Ma Ross Douthat, nel mentre  ammoniva realisticamente i suoi colleghi conservatori che la riforma sanitaria di Obama non pare prossima al collasso, è andato oltre e ha detto loro che sono destinati a fare i conti con l’obbligo di una seria alternativa.

Sennonché la riforma di Obama “è” l’alternativa conservatrice, e non solo perché fu originariamente concepita dalla Fondazione Heritage. Essa rappresenta la soluzione a cui un sistema di assistenza sanitaria – che fa quello che anche i conservatori dicono di volere, come rendere sicure le persone con preesistenti patologie di essere protette – deve assomigliare, se non è un sistema con i pagamenti centralizzati [2].

In realtà non penso che ripetere i soliti concetti convincerà molte persone, ma torniamo al solito punto. Supponiamo che voi vogliate assicurare le condizioni sanitarie ‘preesistenti’ [3]. A quel punto dovete imporre un sistema di valutazione ‘comunitario’ [4] – le assicurazioni debbono proporre alle persone le stesse polizze a prescindere dalle loro patologie pregresse. Ma così facendo si instaura una spirale fatale, perché le persone attendono finché non sono ammalate a pagarsi l’assicurazione. Dunque c’è bisogno di un ‘coinvolgimento’ [5], richiedendo alle persone in salute di essere incluse nella previsione dei rischi. E per rendere possibile l’acquisto della assicurazione alle persone con i redditi più bassi, c’è bisogno di avere i sussidi.

E quello che abbiamo appena descritto sono gli elementi essenziali delle riforma della assistenza di Obama e di Romney [6]. Se volete proteggere le patologie preesistenti, dovete avere il coinvolgimento; se volete il coinvolgimento, dovete avere i sussidi. Se pensate che ci sia qualche magica soluzione basata sul mercato che rimedi a quello che non piace ai conservatori, preservando quello che a loro piace, vi state illudendo.

Quello che questo significa in pratica è che ogni idea per la quale i repubblicani andranno oltre, cercando di sabotare la legge e di venir fuori con una alternativa, è fantasia. Di nuovo, la riforma di Obama è l’alternativa conservatrice, e non vi potete spostare ulteriormente a destra senza rinunciare del tutto ad un riforma.



[1] Per la figura della scrittrice e stravagante filosofa russo-americana Ayn Rand, vedi le note sulla traduzione.

[2] “Single-payer” significa un sistema che elimina la mediazione delle assicurazioni private: i contribuenti, i pazienti, e lo stato che paga per i costi della sanità, come spesso accade in Europa.  E’ noto che la sanità americana, anche dopo la riforma di Obama, continua ad essere basata su un ruolo rilevante della assicurazioni private, che ricevono le polizze assicurative degli utenti (talora pagate dai singoli, talora dalle imprese) ed i rimborsi dello Stato alle categorie protette (anziani, poveri ed oggi anche redditi più bassi).

Quello che la riforma ha fondamentalmente cambiato sono altri tre aspetti: 1) ha fatto divieto alle assicurazioni di discriminare gli utenti sulla base delle loro condizioni sanitarie; 2) ha obbligato tutti i cittadini ad avere una assicurazione: 3) ha stabilito forme di sussidio ai cittadini meno abbienti perché possono permettersi i costi della assicurazione (ed i sussidi sono stati compensati da tasse sui ceti più ricchi).

In pratica la riforma di Obama non si è molto differenziata dai suggerimenti che nel passato erano venuti dalla proposta della Fondazione di orientamento conservatore Heritage (e che erano stati alla base di una riforma al livello del singolo Stato del Massachusetts, all’epoca governato dal repubblicano Mitt Romney). Il punto è che, nel frattempo, dagli anni di Bush in poi, i repubblicani si erano spostati su posizioni puramente reazionarie.

[3] Ovvero, le patologie pregresse che la riforma di Obama garantisce, ma che erano discriminate nel sistema precedente con polizze per molti insostenibili.

[4] Ovvero, una stima dei costi assicurativi che non si basa più sul ‘rischio’ sanitario delle singole persone – inevitabilmente discriminatoria verso i più anziani e cagionevoli – ma sul ‘rischio’ sanitario medio di intere comunità.

[5] Nel linguaggio politico americano l’obbligo ad acquistare una assicurazione è stato definito “mandate” – cioè delega – per una complessa ragione giuridica che è spiegata nelle note sulla traduzione.  ‘Coinvolgimento’ è un termine che lo rende anche a noi comprensibile.

[6] Il riferimento a Romney si spiega con quanto chiarito alla nota 2) precedente.

« Pagina precedentePagina successiva »

Archivio